«Sospendere la prescrizione? Così il processo diventa strumento di vendetta sociale»

I penalisti italiani scioperano dal 20 al 23 novembre per protestare contro le misure del governo: «Processo e democrazia sono nati insieme, smantellare l’uno significa demolire l’altra»

«Processo e democrazia sono nati insieme, smantellare l’uno significa demolire l’altra». I penalisti italiani hanno annunciato dal 20 al 23 novembre l’astensione in difesa della Costituzione e indetto il 23 novembre una grande manifestazione nazionale a Roma per dire no alla controriforma della giustizia penale e affermare e difenderne un’idea liberale. L’Unione delle Camere Penali italiane ha levato gli scudi contro l’emendamento governativo per l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, per difendere la dignità della toga ma soprattutto denunciare la gravità di un intero progetto di governo «le cui premesse sloganistiche sono già sufficienti a dare il segno di una dissennata deriva giustizialista e populista».

«COLPO DI MANO»

E la comunità dei giuristi, autorevoli esponenti dell’Accademia come parte della magistratura, è con loro, contro il «colpo di mano», spiega a tempi.it l’avvocato Eriberto Rosso, segretario dell’Unione delle Camere Penali italiane che insieme al presidente Gian Domenico Caiazza ha deliberato, l’8 novembre scorso, l’astensione dalle udienze. «Colpo di mano, sì: come chiamare altrimenti il tentativo della maggioranza parlamentare di arrivare alla sostanziale soppressione di un istituto di garanzia attraverso un emendamento, presentato in un ddl per una legge specifica, che non si occupa di quel problema?».

PROCESSO COME STRUMENTO PUNITIVO

La prescrizione, spiega Rosso, è sacrosanta, «sospenderla in via definitiva dopo la sentenza di primo grado, sia che l’imputato sia stato dichiarato innocente, sia dichiarato colpevole, cioè senza distinguere tra sentenza di condanna o di assoluzione, porta a una situazione di limbo assoluto anche per chi sia stato assolto dal primo giudice. A una concezione vendicativa del processo come pena fine mai». Soprattutto, chi ha dato il colpo di mano ignora o finge di ignorare che la prescrizione sia chiamata a «presidiare il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, oltre la quale non c’è l’interesse dello Stato alla punizione. È un elemento centrale del diritto, senza il quale il processo stesso diventa punizione, uno strumento di vendetta sociale, e questo al di là del consenso giustizialista che può godere su Twitter. Tutta la comunità scientifica si oppone in modo unanime: nessuno ha condiviso l’assalto a un istituto che rappresenta una garanzia».

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La visione twittarola del governo ben riassunta nell’hashtag #bastaimpuniti, consegna in altre parole al processo la funzione di strumento di lotta, non più di accertamento di una verità secondo le regole o la definizione dell’ipotesi accusatoria di un pubblico ministero; «scommette sull’imputato colpevole anche dopo la sentenza di primo grado, consegnandolo all’infinito ai tempi lontanissimi in cui anche un’assoluzione potrà tramutarsi in una sentenza di condanna. E questo fa il paio con tutta una serie di interventi inutili e incostituzionali previsti nel ddl, come quelli che puntano a inasprire le pene principali, la previsione di pene accessorie perpetue, l’introduzione dell’agente infiltrato, o provocatore, attraverso la causa di non punibilità che spinge alla denuncia dei sodali, il rendere praticamente impossibile accedere alle forme alternative della detenzione come l’affidamento in prova. Insomma tutto l’armamentario punta a un effetto penale che supera ogni possibilità di riabilitazione, una marca autoritaria che assolutamente non condividiamo».

PASTICCIO RINVIATO AL 2020

Una marca che segna già pesantemente il disegno di legge in materia di legittima difesa e la legge di modifica del giudizio abbreviato, continua Rosso: «Le ragioni della nostra astensione partono da questo pasticcio che mira a uno sconvolgimento del sistema penale in senso assolutamente opposto alla cultura del diritto liberale e del giusto processo. Un pasticcio che ora annunciano andrà in vigore nel 2020 per agevolare un percorso di discussione, ma si è mai visto un percorso di discussione successivo all’adozione di una legge che dovrebbe intervenire all’esito della discussione stessa? Del resto lo avevano annunciato. Un’idea giustizialista e populista delle riforme giudiziarie, una riforma di cui nulla si sa, ma se questi sono i chiari di luna è chiaro che si prefigura una involuzione delle leggi penali in senso autoritario, che punta a sottrarre pezzi di libertà e garanzie alla persona».

DATI SULLA PRESCRIZIONE

Dati alla mano, il 70 per cento dei procedimenti va in prescrizione durante le indagini preliminari, e durante questo tempo è tutto nelle mani dei pm, non c’è attività difensiva che tenga. Ricordiamolo, anzi, ai seguaci forcaioli di twitter: ogni iniziativa dell’avvocato difensore che determini un rinvio del processo comporta la sospensione della prescrizione. Al di là degli slogan, per ovviare alle stime di Bankitalia (1 per cento di pil perso per il cattivo mantenimento del servizio giustizia) le soluzioni esistono, «siamo aperti al confronto, ma senza una dichiarata condivisione dei principi di garanzia e libertà non esisterà alcuna giusta riforma in materia penale. Un paese in cui vengano conculcate le garanzie in nome dell’efficienza è un paese meno libero: di questo le persone devono aver coscienza sempre e non solo quando si trovano davanti a un giudice».

Foto Ansa