Il mondo si fida più di Xi Jinping che di Trump. La propaganda funziona

Per un sondaggio del Pew Research Center, il tycoon è ritenuto più pericoloso del dittatore. Rapido confronto tra i due presidenti su diritti, ambiente ed economia

donald trump xi jinping

Il mondo si fida sempre meno della Cina. La gestione oscura e reticente della pandemia di Covid 19 è stata fatale al regime comunista di Pechino, secondo un sondaggio pubblicato settimana scorsa dal Pew Research Center. Il risultato appare scontato, tenuto conto delle pesanti conseguenze economiche e sociali della pandemia nei 14 paesi dove è stato svolto il sondaggio (Canada, Usa, Italia, Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Danimarca, Australia, Giappone, Corea del sud). Ma c’è un dato sorprendente che emerge dalla rilevazione e che dimostra come la propaganda, sia orientale che occidentale, in questi anni non abbia martellato invano.

SFIDUCIA NELLA CINA AI MASSIMI STORICI

In media, oltre il 60 per cento degli intervistati nei 14 paesi giudica negativamente la gestione della pandemia da parte della Cina. La sfiducia nel Dragone è in media al 73 per cento e sfiora il 90 per cento in paesi come Giappone, Australia e Svezia.

Anche la fiducia nella capacità del presidente Xi Jinping di fare le scelte giuste riguardo ai problemi mondiali è in caduta libera: in media solo il 19 per cento degli intervistati si fida del leader cinese. Il dato più incredibile, però, riguarda il fatto che solo il 17 per cento si fida invece di Donald Trump: a parte Giappone e Stati Uniti, negli altri 12 paesi la gente sembra ritenere Xi più affidabile del presidente americano.

Com’è possibile? Il risultato è spiegabile solo da un duplice costante e inteso lavorio di propaganda: quella cinese, che influenza ogni istituzione mondiale, schierata in favore di Xi, e quella occidentale, che non perde occasione per dare addosso a Trump.

LA PERSECUZIONE DEGLI UIGURI

Xi Jinping ha promosso a partire dall’aprile 2017 la più grande campagna di persecuzione contro una minoranza etnica di religione islamica. Almeno 1,8 milioni di uiguri nello Xinjiang sono stati rinchiusi solo perché musulmani in campi di rieducazione attraverso il lavoro. In tre anni il governo guidato da Xi ha ordinato la demolizione di 9.000 moschee, altrettante nello stesso periodo sono state danneggiate, spesso in modo irreparabile, e sono state imposte pesantissime restrizioni al culto. Eppure, mentre Xi è lodato dai paesi arabi, Trump è considerato più “islamofobo” dell’omologo cinese per aver reso più difficile l’ottenimento di visti di ingresso negli Usa, con l’obiettivo di combattere il terrorismo, per gli abitanti di Iran, Libia, Somalia, Siria e Yemen nel 2017.

RECORD DI CENTRALI A CARBONE

Allo stesso modo, Trump è considerato un nemico dell’ambiente perché ridicolizza il Green New Deal presentato dal Partito democratico (e durante il primo dibattito perfino lo sfidante dem alla presidenza Joe Biden ha dichiarato di non appoggiarlo in quanto insostenibile per qualsiasi economia), perché si è più volte dichiarato scettico a riguardo delle conseguenze dei cambiamenti climatici e perché non ha firmato gli Accordi di Parigi.

Xi Jinping, invece, viene spesso osannato come un difensore dell’ambiente. Pechino rivede spesso al rialzo i suoi obiettivi climatici, facendo promesse sempre più roboanti (l’ultima in ordine di tempo è quella di raggiungere la neutralitù climatica nel 2060) e ricevendo gli applausi di mezzo mondo, Unione Europea in primis. La realtà però è diversa: come affermato dall’ultimo studio del Global Energy Monitor, il Dragone sta costruendo inquinantissime centrali a carbone per aumentare la propria capacità netta di 97,8 gigawatt e ne ha in cantiere altre per un totale di 151,8 gigawatt. Sommando i cantieri ai progetti si ottiene una capacità di 250 Gw, superiore cioè a quella attuale degli Stati Uniti. Una prospettiva decisamente poco incoraggiante per il clima.

XI “ALFIERE DEL LIBERALISMO”

La guerra dei dazi sferrata da Trump per riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina ne ha fatto agli occhi dell’opinione pubblica un neoprotezionista. Xi, al contrario, è stato esaltato come alfiere della globalizzazione e del liberalismo dopo diversi discorsi, in particolare quello tenuto a Davos nel 2017. Anche in questo caso la realtà non corrisponde ai discorsi: se da un lato Pechino ha abusato del suo ingresso nel Wto, infrangendone le regole, per invadere i mercati occidentali con merci a basso costo prodotte senza rispettare i diritti dei lavoratori, dall’altro da tempo ha smesso di esaltare in patria la libertà di impresa. Al contrario, Xi ha recentemente affermato che anche le aziende private devono obbedire al Partito comunista, che può arrivare a decidere anche assunzioni e licenziamenti.

LA PROPAGANDA FUNZIONA

Il tycoon americano è infine accusato di destabilizzare l’ordine mondiale, ritirando le truppe americane da teatri di guerra come Iraq e Afghanistan e facendo continui commenti al vetriolo contro i partner Nato. La Cina invece sta cercando di affermarsi nel consesso internazionale come forza stabilizzatrice, e questo nonostante stia asservendo con la trappola del debito promossa attraverso la Nuova via della seta decine di paesi in Africa e Asia.

Per quanto Trump e il paese che guida, gli Stati Uniti, possano essere giudicati in modo negativo, la maggior fiducia che le popolazioni di 12 paesi occidentali e asiatici ripongono in Xi è assolutamente ingiustificata. Ma quattro anni di incessante martellamento mediatico contro Trump hanno reso possibile anche questa contraddizione. Il regime di Pechino ringrazia.

@LeoneGrotti

Foto Ansa