Cina. Il regime è peggio dei jihadisti: 9.000 moschee demolite in tre anni

Dal 2017 il governo ha anche costruito nel Xinjiang 380 campi di rieducazione attraverso il lavoro, dove ha rinchiuso 1,8 milioni di musulmani uiguri

Da 2017 a oggi la Cina ha realizzato 380 campi di rieducazione attraverso il lavoro nel Xinjiang e alcuni sono tuttora in costruzione. È quanto rivelato da uno studio del think tank Australian Strategic Policy Institute (Aspi), secondo cui tra luglio 2019 e luglio 2020 almeno 61 siti di detenzione sono stati ampliati o edificati da zero. Almeno 14, invece, sono attualmente in costruzione secondo quanto rivelato dalle immagini satellitari.

LAVORO FORZATO E LAVAGGIO DEL CERVELLO

A partire dall’aprile 2017 la Cina ha incarcerato almeno 1,8 milioni di uiguri, minoranza turcofona di religione prevalentemente musulmana, in quelli che il governo a partire dal 2018 ha chiamato “centri di formazione professionale”, ma che sono carceri a tutti gli effetti, secondo le testimonianze di chi è scappato dalla regione autonoma dopo un periodo detentivo, dove inoltre viene sfruttato il lavoro forzato dei detenuti. Oltre a lavorare anche dieci ore al giorno, al ritorno in cella gli internati subiscono sessioni di lavaggio del cervello e rieducazione. Molti sono morti all’interno delle prigioni, altri si sono suicidati.

Quest’anno la Cina, anche per bocca del suo ministro degli Esteri Wang Yi un mese fa, ha dichiarato che tutte le persone ammesse nei “centri di formazione professionale”, aperti per favorirne l’integrazione attraverso l’insegnamento di un lavoro, ne sono uscite dopo essersi “laureate”. Le immagini satellitari diffuse da Aspi dimostrano il contrario, dal momento che molti campi di rieducazione sono tuttora in costruzione. Altre informazioni, invece, indicano che «molti detenuti sono stati trasferiti in prigioni ad alta sicurezza o inviati in fabbriche per il lavoro forzato».

NOVEMILA MOSCHEE RASE AL SUOLO IN TRE ANNI

La scorsa settimana Radio Free Asia ha scoperto che otto campi di internamento sono ancora aperti a Turpan, la città che si trovava lungo la vecchia via della seta dove sono state girate molte parti del nuovo kolossal della Disney, Mulan. Il compound più grande di tutta la regione, quello di Dabancheng nella capitale Urumqi, è stato ampliato l’anno scorso e comprende ora oltre 100 edifici, mentre un nuovo centro di detenzione a Kashgar è stato ampliato di 250 mila metri quadrati e circondato da un muro in cemento con torrette alto 14 metri.

Un secondo rapporto dell’Aspi ha mostrato che negli ultimi tre anni nel Xinjiang «migliaia di moschee sono state danneggiate o distrutte». Fino a pochi anni fa nella regione c’erano 24 mila moschee. Oggi ne sono rimaste appena 15 mila e almeno la metà di queste è danneggiata. «È il numero più basso dai tempi della Rivoluzione Culturale, quando rimasero appena 3 mila luoghi di culto». Tra i casi più eclatanti c’è quello di Ordam Mazar, il santuario più famoso e venerato dagli uiguri, meta di pellegrinaggi nel deserto, che è stato raso al suolo dal regime in una macabra riedizione di ciò che i jihadisti fecero a Timbuctu nel 2012. Dal 2017, il 30 per cento delle moschee è stato demolito, un altro 30 per cento danneggiato in qualche modo.

VIETATO PREGARE

La Cina però non si limita a perseguitare gli uiguri rinchiudendoli in carcere, obbligandoli a lavorare gratuitamente per lo Stato o distruggendo le loro moschee. Le autorità stanno intensificando l’attuazione di una direttiva emanata nel 2017 che vieta alla popolazione del Xinjiang di pregare cinque volte al giorno, come prescrive la religione islamica, per tutti coloro che hanno meno di 65 anni.

La norma comprende anche restrizioni per il digiuno durante il Ramadan e vieta l’educazione alla religione dei giovani sotto i 18 anni, come avviene per i bambini cristiani, che non possono più frequentare il catechismo né la messa, così come i giovani musulmani non possono entrare in moschea. Chiunque viola questa legge viene identificato come «estremista» e rinchiuso nei campi di rieducazione.

PAESI ARABI PRO PERSECUZIONE

In nessun paese al mondo esiste una legge tanto islamofoba, eppure i paesi arabi si guardano bene dal condannare o criticare la Cina. Anzi, proprio i paesi arabi sono tra i firmatari di una lettera all’Onu nella quale si afferma che «davanti alla grave sfida del terrorismo e dell’estremismo, la Cina ha intrapreso una serie di misure antiterrorismo di deradicalizzazione nel Xinjiang, come centri di formazione e di educazione». Nella lettera si evidenzia anche come da tre anni non ci siano più attentati e che ora la gente prova un sentimento di felicità, pienezza e sicurezza «maggiore». La Cina ha ringraziato i 35 paesi sottolineando di non avere mai commesso violazioni di diritti umani nel Xinjiang.

Foto Ansa