Pericolo Madkhali in Libia

Intolleranti e settari, ultraconservatori islamici, sono la forza emergente in Libia. Dietro di loro c’è l’Arabia Saudita?

E se fra i due litiganti libici a godere fosse il terzo incomodo? E se la Libia si avviasse sul sentiero dell’Afghanistan degli anni Novanta, dove la guerra intestina fra le fazioni dei mujaheddin che avevano deposto il regime filo-comunista aprì la strada all’ascesa al potere dei Talebani? Nel caos politico e militare della Libia sta emergendo una forza che per ora non è organizzata attorno a un leader politico-religioso carismatico come il mullah Omar, ma che in comune coi fondamentalisti afghani ha parecchie caratteristiche: disciplina e affidabilità dei militanti, riferimento a una dottrina islamica ultraconservatrice, presenza capillare nelle istituzioni religiose, vicinanza a una potenza straniera sospettata di essere dietro l’ascesa del gruppo (Pakistan nel caso degli afghani, Arabia Saudita nel caso dei libici), priorità dell’adesione dottrinale sull’affiliazione tribale. Si tratta dei Madkhali, una corrente salafita che si ispira a un teologo wahabita saudita tuttora vivente, l’ultraottantenne sceicco Rabee Ibn Hadi Umayr al-Madkhali, già preside del dipartimento di studi sulla Sunna dell’Università di Medina.

Chi sono i Madkhali

I Madhkali esistevano già nella Libia di Gheddafi, che aveva permesso loro di gestire moschee e diffondere la loro dottrina perché fra le sue caratteristiche spiccavano il classico quietismo salafita (il buon musulmano è leale verso il governo, qualunque esso sia) e l’ostilità sia ai Fratelli Musulmani che ai jihadisti di ogni tendenza, visti come la sintesi di molti errori teologici. Anche Saadi, uno dei figli di Gheddafi, frequentava le loro moschee. All’inizio della rivolta lo stesso Madkhali invitò i suoi seguaci libici a non partecipare ad azioni contro il regime, ma dopo la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli i Madkhali libici aderirono in massa alle varie milizie. Oggi essi rappresentano la spina dorsale della Quwat al-Radaa al-Khaasa, la principale forza di polizia operante a Tripoli, nominalmente sotto il controllo del ministero degli Interni del governo di al Sarraj, ma costituiscono anche una parte importante delle truppe del Libyan National Army (Lna) di Haftar, dentro al quale avevano costituito il battaglione Tawhid al tempo dell’Operazione Dignità contro i gruppi jihadisti della Cirenaica che poi è stato sciolto; oggi sono organizzati in varie brigate dell’Lna che hanno preso parte all’offensiva di aprile contro il governo di Tripoli.

La loro strategia

A livello di istituzioni religiose, nell’est i Madkhali hanno a lungo egemonizzato l’Autorità generale per i beni religiosi e gli affari islamici (Awqaf), che amministra le moschee della Cirenaica, e al suo interno il Comitato supremo delle Fatwa. A Tripoli l’equivalente del Comitato delle Fatwa è guidato da un rivale dei Madkhali, lo sceicco Sadiq al-Ghariani considerato vicino ai Fratelli Musulmani, ma la Awqaf è sotto il controllo di un loro uomo. Il controllo delle istituzioni religiose si estende alle branche regionali della Awqaf di Tripoli e a molte moschee della capitale, e nell’est alla maggioranza delle moschee di Bengasi. Per quanto riguarda le forze armate e gli organi di sicurezza, oltre alla Radaa di Tripoli e a molti brigate dell’Lna (in particolare la brigata Tariq Ibn Ziyad), in Tripolitania i Madkhali sono presenti in milizie di Sirte, Kufra, Sabrata, Surman e Zawiya e in un’altra forza di polizia, la Mukafahat al-Jareema, cioè le Unità anti-crimine.

La prima battuta d’arresto per i Madkhali è arrivata nell’aprile di quest’anno, quando nel pieno dell’offensiva di Haftar contro Tripoli, impensabile senza l’apporto delle brigate Madkhali del suo Lna, il primo ministro del governo di Tobruk (cioè il governo filo-Haftar) Abdullah Al-Thinni, da lungo tempo in cattivi rapporti col gruppo salafita, ha ordinato la rimozione del capo dell’Awqaf Abdolmawla Al-Hasnouni, esponente dei Madkhali. Questo potrebbe avere conseguenze molto negative sull’offensiva, già in stallo, delle forze di Haftar contro Tripoli. L’anno scorso Rabee al-Madkhali in persona ha emesso una fatwa che esortava i suoi seguaci in Libia a impegnarsi attivamente dalla parte di Haftar. Nelle milizie della Tripolitania che stanno respingendo l’offensiva del generale non ci sono Madkhali: molti si aspettano che, in caso di vittoria dei cirenaici, forze di polizia e altre milizie della Libia occidentale dove i salafiti sono egemoni cambino casacca e si schierino coi vincitori. Il problema delle differenze regionali e tribali verrebbe superato dalla comune adesione all’ideologia salafita.

Intolleranti e settari

I Madkhali sono tristemente famosi per il loro settarismo e per la loro intolleranza: la loro ostilità si riversa indifferentemente su sufi e jihadisti, Fratelli Musulmani e laici, democratici e islamisti. Per loro il buon musulmano non può aderire a un partito politico perché i partiti sono divisivi, deve rispettare chi è al governo a prescindere dai suoi difetti perché è in quella posizione per volontà di Dio, e deve solo preoccuparsi che la Costituzione rifletta i princìpi della sharia. Sin dal 2012 i Makhdali hanno condotto attacchi contro moschee, santuari e sacrari sufi, distruggendo le tombe dei mistici venerati dalla popolazione, e sono sospettati dell’uccisione nel 2017 di un noto sceicco sufi. La Commissione per le fatwa da loro presieduta in Cirenaica ha emesso responsi legali che vietano alle donne di viaggiare sole, che prescrivono la segregazione sessuale negli eventi pubblici, che dichiarano non islamica e da evitare la celebrazione del compleanno di Maometto, che proibiscono le manifestazioni politiche di piazza che come tali costituirebbero peccato, che accusano di devianza e di adesione a una dottrina non islamica gli appartenenti alla setta islamica Ibadi, dominante presso la minoranza berbera di Libia. La Commissione ha anche criticato formalmente la Costituzione libica approvata nel 2016 in quanto conterrebbe norme incompatibili con l’islam in materia di uguaglianza dei cittadini, formazione dei partiti politici e libertà di espressione: tutti princìpi secondo loro incompatibili con l’islam. Nell’ottobre scorso il Comitato ha ribadito la sua condanna delle manifestazioni politiche definendole «un male occidentale». In molte occasioni gli agenti delle forze dell’ordine di obbedienza Madkhali hanno agito come la polizia per la promozione della virtù e la repressione del vizio operante in Arabia Sudita e in Iran: hanno sequestrato libri importati dall’Egitto che secondo loro avrebbero diffuso sciismo, cristianesimo e stregoneria; hanno arrestato partecipanti alla manifestazione “Un’ora per la Terra”, hanno arrestato cantanti maschi che si sono esibiti davanti a platee femminili, fatto chiudere mostre di fumetti, e hanno arrestato pure persone che li criticavano per tutte queste azioni sui social media. Per converso, i soldati Makdhali che combattono nell’Lna hanno ottenuto di poter portare la barba lunga senza baffi, contrassegno tipico dei salafiti mai permesso prima nelle forze armate libiche.

Sospetti sull’Arabia Saudita

Il numero dei libici che aderisce alla setta salafita non è noto, ma è generalmente stimato in parecchie decine di migliaia. I sospetti che dietro di essi si muova l’Arabia Saudita vanno crescendo, anche se non esistono prove inconfutabili, a parte la nazionalità saudita dell’ispiratore del movimento e i suoi buoni rapporti con la monarchia saudita. Sta di fatto che Riyad risulta schierata al fianco di Haftar ed è la centrale internazionale araba della lotta contro i Fratelli Musulmani: due tratti che caratterizzano anche le prese di posizione e l’impegno sul campo dei militanti libici Madkhali.

Foto Ansa