«Perché l’eterologa è a carico dello Stato e l’adozione invece no?». Intervista a Paola Ricci Sindoni (Scienza e Vita)

Il presidente dell’associazione mostra tutte le contraddizioni e i problemi aperti dal decreto che regolerà la tecnica fecondazione assistita con donatori

«Perché si stanziano fondi pubblici per chi vuole avere figli con la fecondazione assistita eterologa e non per chi li adotta?». Quella dell’associazione Scienza & Vita «vuole essere ovviamente una provocazione, dato che si tratta di due cose diametralmente opposte», e a illustrarne le ragioni a tempi.it è il presidente dell’associazione Paola Ricci Sindoni (foto sotto a sinistra), docente di etica e morale all’Università di Messina. Che oltre alla stranezza della copertura statale per le tecniche di procreazione eterologa, vede diversi altri problemi nel decreto legge sulla materia presentato martedì scorso alla commissione Affari sociali della Camera dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Professoressa, il decreto sull’eterologa prevede l’inclusione nei Lea (livelli essenziali di assistenza) delle coppie che chiedono di accedere alle tecniche. Scienza & Vita ha fatto notare che in tempi di spending review sarebbe giusto agevolare tutte le persone che accettano di accogliere un figlio abbandonato in casa propria, dunque anche le coppie che ricorrono all’adozione. Ma che c’entra questo con la fecondazione assistita?
È chiaro che è una provocazione, perché l’adozione non è una questione sanitaria e la fecondazione sì. Ma il punto è: perché non si aiuta chi, rimediando a una situazione difficile in assenza del genitore naturale, sceglie di accogliere un bambino non proprio, mentre lo Stato stanzia fondi per quanti vogliono fare un figlio decidendo preventivamente di dividerlo dal genitore biologico? Perché poi i Lea, che escludono molte persone malate a carico della famiglie, devono considerare la fecondazione assistita, come se fosse una necessità di salute primaria? Per di più i donatori di gameti possono diffondere malattie genetiche: si è scelto di “premiare” loro a discapito di chi ha bisogno di aiuto per guarire? È tutto un grande paradosso.

paola-ricci-sindoniIl ministro presentando il decreto ha accennato al problema dell’anonimato del donatore chiamando in causa proprio la legge sull’adozione. Ha ricordato che al centro della fecondazione assistita ci sono anche i figli, che hanno il diritto di conoscere la propria origine. È la stessa legge 40, però, a non tutelare il bambino ma solo il desiderio del genitore. Come se ne esce?
È ovvio che il problema sta all’origine e andrebbe risolto lì. Infatti ci troviamo a dover discutere di come sciogliere dilemmi che abbiamo creato noi accettando di legalizzare tecniche innaturali. Ora avremo bambini con tre genitori, se non con quattro, dato che il decreto ministeriale dà la possibilità alle coppie sterili di ricevere entrambi i gameti da terzi attraverso l’eterologa. Detto questo, se i bambini nasceranno così, perché lo ha deciso la Corte costituzionale, bisogna cercare di fare il possibile per tutelarli. Occorre quindi dare loro il diritto di sapere da dove vengono. Almeno questo. Ma si immagina un ragazzino con due madri e due padri che crisi identitaria potrebbe avere? Tutti gli studi sui ragazzi adottati attestano che la tendenza, raggiunta una certa età, è quella di voler sapere chi li ha messi al mondo.

Eppure durante il dibattito sul decreto il Pd ha sposato la posizione dell’onorevole Michela Marzano, secondo la quale «l’origine e la storia del bambino non è quella genetica, ma il progetto che i genitori che lo hanno voluto hanno su di lui». 
Come dice tutto l’umanesimo, la storia di una persona è fatta dalla natura e dalla cultura, non da una sola di queste componenti. La posizione dell’onorevole Marzano è quella di una corrente filosofica giovane, che parla della natura come di una zavorra da cui liberarsi, pensando all’uomo come al frutto della sua stessa volontà, che si esplicita nella creazione di una determinata cultura da lui scelta. Questa concezione è quella in virtù della quale si può fare di ogni desiderio un diritto, con conseguenze terribili quando la volontà travalica la natura. Anche lasciando da parte i casi limite come la situazione generata dallo scambio di provette avvenuto al Pertini, i genitori dell’eterologa potrebbero trovarsi a vivere la sindrome dell’“adulterio”: nei paesi in cui l’eterologa è già legale e praticata accade spesso che gli uomini, magari già frustrati a causa della propria infertilità, percepiscano il figlio come un intruso. E come gestire poi un adolescente in crisi che scopra la verità sul suo concepimento? Siamo sicuri che sia un processo indolore per lui? Se la risposta fosse negativa sarebbe una bella beffa. Pensando di diventare felici ci staremmo scavando una tomba. Anche perché, mi spiace dirlo, ma la realtà è più forte delle nostre idee: la tendenza provata dice che i figli adottati spesso vivono una sofferenza e desiderano dare un volto alla mamma e al papà naturali. Mi fa specie che tutte queste domande non ce le siamo poste seriamente prima. Ma d’altra parte siamo schiavi dell’idea che ha fatto della tecnica un dio che ci domina. Come dice in toni trionfalistici Judith Butler, una delle principali esponenti della filosofia di cui dicevo prima, «siamo parenti di una macchina», come se così fossimo «finalmente libere». Mi pare proprio il contrario.

Il ministro ha stabilito un tetto massimo di dieci figli per donatore. Ma se esiste il rischio di incroci di sangue perché non ha ridotto la possibilità a uno solo?
Non bisogna pensare come siamo abituati, non si tratta più di concepimento naturale, dove a un gamete si associa un figlio. Purtroppo con la fecondazione artificiale la possibilità che l’embrione non si formi o non attecchisca in utero sale. Quindi, affinché l’operazione riesca, occorre che un donatore produca più gameti. Se poi gli embrioni formati e sopravvissuti saranno più di uno, si incoraggerà a donare anche questi, come ha detto il ministro. E se non verranno donati saranno congelati o distrutti.

Il decreto in arrivo dice anche che la donazione potrà essere solo gratuita, ma poi introduce un “rimborso spese”, come accade per i donatori di midollo. Questo secondo lei esclude il rischio di alimentare un business?
Innanzitutto il donatore di midollo non vende la sua eredità genetica e con la sua donazione non può diffondere malattie o incroci di sangue. E poi chi dona il midollo salva una vita, mentre chi dona un gamete no. Ecco ancora l’assurdità dell’inclusione dell’eterologa nei Lea: pagare questi cosiddetti “donatori”, che non doneranno ma cederanno il proprio materiale genetico a pagamento, significa accettare una mercificazione della vita che non può che generare un mercato for profit. Pensiamo agli istituiti privati: non farebbero che comprare più gameti per essere più appetibili, incrementando l’offerta e quindi la domanda e i prezzi. Per questo sorrido sentendo dire che nel caso dell’eterologa i Lea servono a non discriminare le persone meno abbienti. Inoltre la corsa al guadagno non farà che abbassare la soglia di attenzione di chi gestisce questi processi, moltiplicando gli incidenti come quello avvenuto al Pertini, con il rischio di diffondere malattie genetiche.