Diritti, guerra, libertà. Papa Leone XIV chiama le cose con il loro nome

Di Piero Vietti
10 Gennaio 2026
Pace, multilateralismo in crisi, persecuzioni dei cristiani, aborto, eutanasia, maternità surrogata, obiezione di coscienza e “linguaggio orwelliano” che impedisce la libertà di espressione. L’imperdibile discorso di Prevost ai diplomatici
Papa Leone XIV durante l’Angelus in piazza San Pietro del 6 gennaio 2026 (foto Ansa)
Papa Leone XIV durante l’Angelus in piazza San Pietro del 6 gennaio 2026 (foto Ansa)

Nel mondo si sta «verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione». Così ha parlato ieri papa Leone XIV nel suo lungo discorso – pronunciato in inglese – al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, una sorta di manifesto in pillole del Prevost-pensiero sui grandi temi della geopolitica, delle libertà e dei diritti.

Di cosa ha parlato papa Leone XIV

Il Pontefice ha parlato di guerra, pace, multilateralismo in crisi, persecuzioni dei cristiani, aborto, eutanasia, maternità surrogata, obiezione di coscienza e libertà di espressione. Un documento importante per inquadrare un pontificato che finora era stato molto fedele a quanto promesso nella prima omelia di Leone XIV, quello «sparire perché rimanga Cristo» che ha fatto storcere il naso a molti, che accusano più o meno direttamente Prevost di non dire quello che pensa: inaccettabile, per chi è abituato a incasellare le grandi personalità pubbliche in definizioni prestabilite.

A differenza del suo predecessore, infatti, nei primi mesi del suo pontificato il Papa americano ha scelto un “basso profilo” comunicativo, preferendo omelie e discorsi ufficiali a interviste o chiacchierate fuori programma con i giornalisti per esprimere il proprio pensiero non soltanto su compiti e missione della Chiesa, ma anche sulle principali questioni geopolitiche che sconquassano il mondo. In questi mesi papa Leone ha dato l’impressione di prediligere l’ascolto alle parole, intervenendo raramente e con discorsi misurati, ma arrivando al punto senza arzigogoli: così è stato sul tema della pace, da subito difesa e auspicata in tutti i luoghi di conflitto, con un occhio particolare a Ucraina e Gaza, ad esempio, così come su quello della tutela della vita dei più fragili e indifesi, o sulla denuncia delle persecuzioni dei cristiani.

La città di Dio e quella degli uomini

Partendo dal De civitate Dei dell’amato sant’Agostino, Leone XIV ha ricordato agli ambasciatori che «ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista».

Critiche alla Russia e al multilateralismo

Il nostro è un contesto diverso da quello del V secolo, ma come allora anche oggi il mondo vive un «cambiamento d’epoca» (papa Francesco dixit). A modo suo Prevost interviene nel dibattito di questi giorni sul ruolo del diritto internazionale, dicendosi preoccupato dalla «debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» e si cerca la pace «mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».

Papa Leone si riferisce, senza citarli direttamente, ai recenti attacchi della Russia in Ucraina quando dice che «la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale», e che «la Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale».

Le Nazioni Unite «non perseguano ideologie»

E non lesina una dura critica alle Nazioni Unite che, in un mondo attraversato da sfide complesse «dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto». Per farlo però servono «sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli».

Ma se il multilateralismo sembra avere fallito, e il dialogo tra le parti è sempre più difficile, è innanzitutto colpa del fatto che non si chiamano più le cose con il loro nome, avverte Prevost: «Per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro».

Volodymyr Zelensky incontra a Roma papa Leone XIV (foto Ansa)
Volodymyr Zelensky incontra a Roma papa Leone XIV (foto Ansa)

«Le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe»

Oggi, ha insistito Leone XIV, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare».

Sempre meno spazio per libertà di espressione e religiosa

La grande sconfitta dei nostri giorni è la libertà di parola, spiega il Papa, specie in Occidente dove si vanno «sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». Una volta compressa la libertà di parola, basta poco per comprimere altri diritti fondamentali: tra questi c’è l’obiezione di coscienza, che «non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani».

Lo stesso vale per la libertà religiosa, sempre più a rischio: «I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64 per cento della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto». Il Papa ha condannato «ogni forma di antisemitismo» sottolineando l’importanza del dialogo ebraico-cristiano, oltre a quello interreligioso.

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I cristiani perseguitati e la «violenza jihadista»

Leone XIV ha poi ricordato che «una delle crisi dei diritti umani più diffuse» è la persecuzione dei cristiani, «che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede».

E proprio chiamando le cose con il loro nome, il Pontefice ha ricordato le motivazioni religiose dietro alle violenze in Bangladesh, Sahel, Nigeria e nella parrocchia Sant’Elia di Damasco, «senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico», e ha voluto sottolineare «una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».

La posizione della Santa Sede, ha ribadito il Papa ai diplomatici, è sempre «in difesa della dignità inalienabile di ogni persona. Non si può dunque tralasciare, ad esempio, che ogni migrante è una persona e che, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto», e anche quando gli Stati intraprendono azioni contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non devono diventare il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati. «Le medesime considerazioni valgono per i detenuti», ha aggiunto Leone XIV, chiedendo che «ci si adoperi per l’abolizione della pena di morte».

Papa Leone XIV al Giubileo dei giovani, Tor Vergata, 3 agosto 2025 (foto Ansa)
Papa Leone XIV al Giubileo dei giovani, Tor Vergata, 3 agosto 2025 (foto Ansa)

Difendere la famiglia, che si manifesta «nell’unione tra uomo e donna»

Il Pontefice ha poi fatto un affondo su temi e diritti che più fanno discutere oggi, e sui quali la Chiesa, nonostante qualche tentazione mondana, continua a ripetere le stesse parole: innanzitutto la famiglia, luogo privilegiato in cui la vocazione dell’uomo, «chiamato all’esistenza per amore e all’amore», si manifesta «in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo».

Ma «nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti». Da qui l’appello a «mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità».

Il “no” deciso ad aborto, maternità surrogata ed eutanasia

Da questa visione della vita, ha scandito papa Leone, «si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie».

Subito dopo è arrivato il “no” a maternità surrogata, eutanasia e droga. La prima trasforma «la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia». La seconda è una forma «illusoria di compassione» per malati e persone anziane che faticano a trovare una ragione per vivere, ha detto il Papa, che ha invitato società civile e Stati a «rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà». Lotta alla tossicodipendenza e al narcotraffico, per «evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga».

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Il cortocircuito dei diritti e la pace, «ardua ma possibile»

Questo «corto circuito» dei diritti, ha detto Prevost, nasce dal «negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine”, che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace». L’orgoglio «offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo», e questo si nota «in numerosi contesti, a partire dal protrarsi della guerra in Ucraina, con il carico di sofferenze inflitte alla popolazione civile», e «lo vediamo in Terra Santa, dove, nonostante la tregua annunciata ad ottobre, la popolazione civile continua a patire una grave crisi umanitaria, che aggiunge ulteriore sofferenza a quelle già vissute», e dove la Santa Sede insiste per arrivare alla soluzione dei «due Stati».

Là dove nel mondo guerre e tensioni lacerano la convivenza e portano a violenze e vittime, l’appello della Chiesa è a «cercare soluzioni politiche pacifiche avendo a cuore il bene comune delle popolazioni e non la difesa di interessi di parte».

Questo vale nel Mar dei Caraibi, ad Haiti, in Africa, in Asia orientale, in Myanmar e ovviamente per il Venezuela, dove Leone rinnova «l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia, trovando ispirazione nell’esempio dei suoi due figli che ho avuto la gioia di canonizzare nell’ottobre scorso, José Gregorio Hernández e suor Carmen Rendiles, per costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il paese da molti anni». La pace, ha ribadito il Pontefice, non si ottiene «solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza». E, nonostante tutto, «rimane un bene arduo ma possibile».

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1 commento

  1. GIANLUIGI LASSINI

    Credo che questo discorso del Papa agli ambasciatori sia molto concreto quando cita tutti i casi di guerra attuali, i 380 milioni di cristiani che rischiano anche la vita oppure quando condanna l’aborto e l’ eutanasia.
    Francamente mi ha colpito la concretezza piuttosto che il solo annuncio dei principi generali

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