La crisi tra i vescovi Usa e la Casa Bianca è esplosa oggi per il taglio dei programmi di accoglienza dei migranti, ma la disputa di fondo infuria dai tempi di Obama e riguarda la possibilità per i cattolici di operare nello spazio pubblico
Da sinistra, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance ricevuti in Vaticano da papa Leone XIV il 19 maggio scorso (foto Ansa)
I media americani si sono comprensibilmente divertiti a cercare nella storia familiare di papa Leone XIV gli indizi di un’identità meticcia. Nell’albero genealogico sono emerse origini creole e nere dalla Louisiana, mischiate ad ascendenze piemontesi e liguri, intrecciate a loro volta alle più recenti influenze spagnole e francesi, queste ultime impresse anche nel cognome del Papa che il 18 maggio ha inaugurato il suo ministero petrino. Queste ricognizioni dimostrano l’ovvio: Robert Prevost è un americano di Chicago, tessera incastonata nel mosaico multicolore del Nuovo Mondo, come il resto dei suoi compatrioti. Ma evidentemente lo scopo era arruolare preventivamente il Pontefice in un presunto campo progressista, dipingendolo per associazione come un difensore di migranti, costruttore di ponti, nemico dei muri, protettore dei marginalizzati, patrono delle diversità, portatore di sinodalità e così via. In altre parole, un avversario dell’etnonazionalista cacciatore di clandestini Donal...
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