Ora tocca al Pd, dicono, vedersela coi magistrati. Purtroppo è vero

Spetta a Renzi cercare di arginare quella che lui definisce la «barbarie» delle intercettazioni divulgate e della gogna. Ma è tardi

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L’ultimo scontro tra magistratura e politica è stato aizzato dall’intervista del nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, che il 22 aprile al Corriere della Sera ha consegnato una formale dichiarazione di guerra. Davigo ha detto che «i politici rubano come sempre e non si vergognano neanche più»; che il governo Renzi ha varato e sta varando riforme negativissime in campo giudiziario; che destra e sinistra, da questo punto di vista (e forse anche oltre), si equivalgono. Poi è toccato a Piergiorgio Morosini, giudice eletto al Consiglio superiore della magistratura in quota a Magistratura democratica. Il 5 maggio Morosini ha rilasciato al Foglio un’intervista al fulmicotone, solo in parte smentita, accusando il governo di una deriva autoritaria e, ovviamente, antigiudiziaria.

Il messaggio della magistratura sindacalizzata è lo stesso dei turbolenti anni “manettari” immediatamente successivi al 1992. Come ai tempi di Tangentopoli, il messaggio è questo: se la politica è tutta corrotta e tutta tesa a produrre norme che cercano soltanto di ostacolare il salvifico lavoro dei magistrati, è evidente che ai magistrati andrebbe attribuito per unanime consenso il compito supremo d’incarnare il bene. In definitiva, le toghe sono l’unica salvezza, e si deve affidare loro la guida morale del paese.

Ma le cose non stanno affatto così. Di giudici presunti corrotti (nelle sezioni che gestiscono i beni sequestrati alla mafia e nei tribunali fallimentari) sono purtroppo piene le cronache: probabilmente, se si facessero le proporzioni, sui 9-10 mila magistrati attivi in Italia la quota di quelli che sono stati coinvolti in una qualche vicenda criminale risulterebbe molto più elevata di quella dei politici. Perché nessuno è puro. Nessuno è perfetto. Nessuna categoria ha il crisma della verità né può impancarsi a giudice morale, rivendicando una presunta superiorità.

La categoria, al contrario, ha in sé difetti macroscopici e si macchia di colpe gravissime. Colpe non soltanto giudiziarie, ma “politiche” e comportamentali. È gravissima la situazione, per esempio, in quello stesso Csm dove le correnti delle toghe ormai hanno assunto uno strapotere pernicioso. Lo dicono anche i magistrati più intellettualmente onesti (e, si badi bene, di destra come di sinistra): per colpa delle correnti, il Csm si è trasformato in un mercato di nomine. Quanto alla funzione sanzionatoria che dovrebbe esercitare nei confronti della categoria, beh, lasciamo proprio perdere… Per la disperazione, ci sono magistrati (anche di sinistra dichiarata, come l’ex procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, e come l’ex procuratore di Prato Piero Tony) che chiedono ad alta voce di modificare il sistema elettorale per i consiglieri togati del Csm, passando al sorteggio.

Purtroppo, la magistratura ormai fa politica in senso stretto. E non ha più nemmeno percezione dell’anomalia. Il problema è che di fronte a tutto questo la politica “vera” balbetta e si limita ad andare a rimorchio. Quasi non reagisce più. È così, probabilmente, anche perché è divisa. Il centrodestra oggi osserva gli arresti facili degli esponenti del centrosinistra e sotto-sotto ne gode. Ora tocca a loro, dicono da quella parte. E infatti tocca a Renzi cercare di arginare, purtroppo tardivamente, quella che oggi definisce la «barbarie giudiziaria» delle intercettazioni divulgate, delle manette facili, della gogna. Ma è tardi, davvero tardi. Il populismo giudiziario ha sfondato porte e finestre. E, temo, non abbiamo ancora visto nulla…

Foto Ansa


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