Meeting. L’infinita ricchezza della realtà spiegata da tre scienziati di fama internazionale. «Com’è possibile? È un mistero»

All’incontro “Dal particolare al tutto” il matematico Lafforgue, l’astrofisico Impey e il paleontologo Coppens alle prese con la sfida del Papa: «Essere amanti della realtà»

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Rimini. È un dettaglio, ma ci sono voluti dieci minuti solo per elencare in modo stringato i curriculum dei tre ricercatori che ieri al Meeting in Auditorium hanno cercato di rispondere alla provocazione di papa Francesco: «Non perdere mai il contatto con la realtà, anzi, essere amanti della realtà» vivendo, come diceva don Luigi Giussani, «senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla».

meeting-rimini-lafforgue-scienza1«COM’È POSSIBILE?». Questo è «un atteggiamento fondamentale» quando si maneggia il metodo scientifico, che più viene applicato in modo serio e più porta alla conclusione che la realtà è «un mistero». Christopher Impey, astrofisico, vicedirettore del dipartimento di Astronomia all’università dell’Arizona, la vede così: «La potenza del metodo scientifico è incredibile. Ci ha portato ad andare sulla Luna, a ispezionare pianeti a trilioni di miglia di distanza da noi, ad avventurarci sulle periferie di buchi neri, ad arrivare ad un trilionesimo di secondo dal Big Bang. Eppure questo mondo così complesso è retto da quattro leggi fisiche e da una matematica austera. Com’è possibile? È un mistero». E non è l’unico: «Noi pensiamo che la matematica sia una creazione della mente dell’uomo, eppure più andiamo avanti e più capiamo che l’universo è un’entità matematica da noi comprensibile. Com’è possibile? È un mistero».

DA SCIENZIATO A FILOSOFO. La reazione dell’astrofisico è la stessa del paleo-antropologo Yves Coppens, l’uomo che detiene il record mondiale di ominidi scoperti ai quali ha dato il nome: «La vita si è sviluppata sulla Terra quattro miliardi di anni fa, i mammiferi 200 milioni di anni fa, i primati 70 milioni, gli uomini 3 milioni soltanto. Ogni passaggio di questa storia mi sorprende e mi meraviglia. Da piccolo la mia curiosità era dettata dalla voglia di diventare uno scienziato e fare scoperte importanti, meravigliose: oggi è cambiata e pur non essendo io un filosofo, la maturità mi obbliga a farmi domande profonde sull’origine della vita e dell’uomo. Io sono sconvolto dal fatto che l’Universo, ad esempio, sia retto da 14 miliardi di anni dalle stesse identiche leggi».

meeting-rimini-lafforgue-scienza3ARIDITÀ E RICCHEZZA. Anche se il campo di ricerca è diversissimo, questa è la stessa esperienza fatta negli anni anche da Laurent Lafforgue, vincitore nel 2002 dell’equivalente del Nobel per la matematica, il premio Fields: «Io mi sento la periferia della periferia della periferia. Perché se quando loro vi parlano di buchi neri o ominidi tutti capite cosa stanno dicendo, se io vi parlassi della mia specialità, le teorie di Langlands, sarebbe un miracolo se due su migliaia che siete qui capissero anche solo l’ambito di riferimento».
Ma «io mi rendo conto che in matematica ci sono verità che non dipendono da noi e che noi non possiamo cambiare, perché non le stabiliamo noi. Ma che questa verità, sotto forma di numeri, esista e che noi siamo in grado di comprenderla è esaltante, fonte di un misteriosa gioia immensa. Soprattutto è incredibile che la matematica, il più povero e arido di tutti i campi del sapere, contenga una ricchezza infinita che ancora oggi non riusciamo ad esaurire».

«DESTINO NON CI HA LASCIATI SOLI».Tutta questa scienza e questo mistero, secondo l’ospite di casa Marco Bersanelli, hanno però solitamente una conseguenza sgradevole: «Nella mentalità comune, sembra che più si scopre la natura scientifica e più il mondo si svuoti di significato, diventando un gigantesco meccanismo privo di senso. Che cosa vuol dire allora che il destino non ha lasciato solo l’uomo?». Geniale la risposta di Lafforgue: «Noi facciamo esperienza solo della periferia, tutte le nostre esperienze sono periferiche. Vediamo solo un’infima parte della verità. Ma il solo fatto di parlare di periferia indica che abbiamo nostalgia del centro. Noi capiamo che desideriamo il centro, che la nostra periferia non ci basta. E quando diventiamo consapevoli di questo desiderio, cresce la fragile e tenue speranza che il destino non abbia lasciato solo l’uomo. Io so che i programmi di Langlands che studio non sono necessari per vivere. Ma il fatto che la nostra mente possa anche solo gustare questa ricchezza, goderne e meravigliarsi di essa, investigandola sempre più a fondo, questo fatto per me è un segno che alimenta la speranza che il destino non ci abbia lasciati soli».

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