Marco Travaglio, quanti amori bruciati. Da Bossi a Di Pietro a Ingroia a Grillo. Solo Berlusconi è per sempre?

Magistrati. Partiti. Giornali. Perfino la Juve. Tutte le passioni cavalcate e abbandonate (quasi sempre per delusione) del vicedirettore del Fatto quotidiano

«In Italia abbiamo inventato questo genere letterario dell’intervista senza domanda, specie quando il politico è l’ospite». Era il 2001. Marco Travaglio, intervistato da un comico (Daniele Luttazzi), sfotteva i politici e «gli intervistatori in ginocchio». Dodici anni dopo, Travaglio diventa l’intervistatore. Parla a un comico che sfotteva i politici e che ora è un politico sfottuto dai comici, Beppe Grillo. Uno di cui Travaglio disse, l’anno scorso, «siamo amici da vent’anni non è certo un mistero». Per quella intervista (del genere letterario “con qualche domanda, senza eccedere”), finì sotto accusa di molti colleghi e dei suoi lettori. «Conversazione», «due chiacchiere» con uno dei personaggi più interessanti dell’attuale momento politico, la definì Travaglio: un’intervista in cui «emergeva un Grillo nuovo, inedito, riflessivo, addirittura preoccupato per il successo tumultuoso del suo movimento e per lo sfarinamento troppo rapido dei partiti», ma nella quale altri, come l’ex collega Luca Telese, videro solo l’ennesima trasformazione politica di Travaglio. Da dipietrista ad «appendice del grillismo». Dopo la rottura consumata nei giorni scorsi, tra Grillo e Travaglio è tutto finito? Non sarà un problema. Il vicedirettore del Fatto quotidiano ci è già passato.

MARCO IL PADANO. «La mia destra non esiste. È immaginaria. È la destra liberale. Cavour, Einaudi, De Gasperi, Montanelli. Tutti morti». Travaglio lo ripete spesso. La sua destra non esiste. La destra reale la votò una volta sola, quella di Umberto Bossi, nel 1996 (un voto alla Lega Nord, uno all’Ulivo, per la precisione). Motivi? Aveva fatto il ribaltone, liquidando il primo governo di Silvio Berlusconi nel 1995. Ragiona così, Travaglio. L’anno successivo l’idealista di destra inizia a collaborare con la Padania, anzi prima ancora sul prototipo del quotidiano leghista, Il Nord, sotto lo pseudonimo di «Calandrino» (omaggio al mentore Indro Montanelli). Sberleffi e linguaggio puntuto sono quelli che lo caratterizzano da sempre. Nella sua satira, come dal momento della sua discesa in campo, prevalgono gli attacchi allo «statista di Milanello». Dopo l’esperienza leghista, cambia: vota Idv, poi Rivoluzione Civile e Movimento 5 Stelle. Nel ventennio berlusconiano, oltre che la collaborazione con la Padania, si contano quelle per la VoceSetteCuore, il Messaggero, il Giorno, l’Indipendente, il Borghese. E poi ancora per la Repubblica, l’Unità, l’EspressoMicroMegaA, il Fatto quotidiano. Curerà per anni anche una rubrica settimanale su Beppegrillo.it.

MAGISTRATI IN POLITICA E NEL CALCIO. Travaglio era un tifoso di calcio, fino a quando non scoppiò calciopoli. Ora «non tifo più Juve», dice. Perché comunque Andrea Agnelli, di tanto in tanto, si fa vedere in giro con Luciano Moggi. La fede calcistica di Travaglio è a intermittenza. Dipende dai processi sportivi. «Io tifo quasi sempre Germania, raramente ho tifato Italia», ha spiegato l’anno scorso. Durante l’Europeo in speciale modo, spiegò. Non c’entrava Moggi ma il calcio scommesse, quella volta. Travaglio tifò Germania e l’Italia vinse. Le scelte di Travaglio risultano non sempre vincenti. Anzi, raramente. Non solo sul campo sportivo. Passando dal tifo calcistico a quello politico, quasi non ci si accorge della differenza. Iniziò a votare Antonio Di Pietro (che poi si dimise da pm) perché era contro Berlusconi. E Berlusconi vinse. Fu deluso quando Di Pietro accettò la candidatura del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, per il centrosinistra, perché De Luca è stato inquisito. Sostenne quindi la fronda di Luigi De Magistris (che poi si dimise da pm e fu inquisito). Fallita l’Idv si rivolse ancora ad Antonio Ingroia (che poi si dimise da pm ed è stato recentemente inquisito). Rimane Beppe Grillo, che però lo ha liquidato.

LA MUSA BERLUSCONI. Travaglio ha molte amanti e un solo amore: Silvio Berlusconi. Gli si appella per nomignoli: Bellachioma, Papi, Nano di Arcore, Burlesquoni, Cainano, Kim il Silvio, Silvio Penico, Al Tappone, Nanefrottolo, Silviolo. Su Berlusconi, Travaglio ha costruito la propria carriera. Gli ha dedicato più scritti che un poeta innamorato alla sua musa. E Berlusconi ricambiò, senza volerlo, donandogli la fortuna del giornalista. Vendere tanti libri. Fu L’odore dei soldi, nel 2001, a dargli il successo (aveva già iniziato con Il pollaio delle libertà nel 1995). 350 mila copie nella sola prima edizione (ce ne fu una seconda, ma Travaglio litigò con il co-autore Elio Veltri e la magistratura intervenne e la dichiarò piratata). Negli anni Duemila, Travaglio scrisse una dozzina di saggi che avevano come protagonista, o architrave narrativa, l’ex presidente del Consiglio Berlusconi: Mani pulite, Bravi ragazzi, L’odore dei soldi, Lo chiamavano Impunità, Bananas, Montanelli e il Cavaliere, Regime, Inciucio, Bananas 2, E continuavano a chiamarlo impunità. E poi ancora: Le mille balle blu, Per chi suona la banana, Il bavaglio, Papi, e infine BerlusMonti. Scrisse più di un libro all’anno. Ecco perché in fondo non ha nulla di cui rammaricarsi, se Beppe Grillo lo abbandona, se Ingroia viene indagato per violazione del segreto istruttorio, se Di Pietro è costretto all’esilio forzato in Molise, se su De Magistris dopo la demolizione di Why not pende quella del suo governo di Napoli. Ciò che teme Travaglio, da scrittore, è la pagina bianca. Dunque il destino di Silvio Berlusconi, prossimo alla decadenza, e comunque all’interdizione dei pubblici uffici. Di che scriverà?