Mahtab Ahad Savoji, l’iraniana strangolata a Milano, e il suo secondo viaggio per tornare alla luce

A Venezia hanno aspettato la notte. Hanno estratto la sagoma raggomitolata. L’hanno gettata in acqua. Mahtab è passata dal nero del trolley al nero del mare. Poi quello che doveva succedere è successo

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mahtab-ahad-savojiQuando hanno gettato nel canale il cadavere, avranno aspettato qualche minuto, per essere sicuri. Il corpo. Poi solo un volto. Un puntino. Poi niente più, risucchiato dal velo delle acque notturne.

Quella mattina del 27 gennaio, Rajeshewar Singh, 28 anni, e Gagandeep Kaur, 30, fidanzati di origini indiane, lei cameriera, lui portiere nello stesso albergo, avevano ucciso Mahtab Ahad Savoji, studentessa, iraniana di 29 anni. I tre condividevano un bilocale in via Pericle 5 a Milano. Dormivano nella stessa stanza, ma pare che Mahtab, come aveva confidato ad alcuni amici la sera prima, avesse deciso di trasferirsi. Lei, studentessa all’Accademia di Belle arti di Brera, persona timida, riservata e dolce, non ne poteva più di quei due: i litigi fra loro, le avances di lui erano demoni casalinghi che non voleva più patire. Così aveva deciso di andarsene, di trovare un nuovo alloggio, di ritrovare la tranquillità per portare a termine il progetto che l’aveva portata in Italia: un lavoro su Virginia Woolf.

Quella notte, forse dopo aver rifiutato un rapporto a tre, Rajeshewar e Gagandeep le hanno tolto il respiro, soffocandola nel bianco di un cuscino. L’hanno denudata, lasciandole al collo – misteriosa è anche la pietà dei boia – una collanina di perle colorate a forma di tronchetto e sfera e un ciondolo. L’hanno piegata in posizione fetale e rinchiusa dentro un bagaglio. Hanno spinto il corpo di Mahtab nel nero della valigia. Hanno premuto le sue braccia, fatto forza sulle sue gambe, ripiegato i suoi capelli castani nell’angusto spazio di una borsa. Come se, nascondendola agli occhi, potessero celarla a se stessi, alla parte di se stessi che non si vede. Una donna di un metro e sessantacinque è morta ritornando bambina, nella posizione che hanno i figli nel grembo materno. Come ventinove anni prima, Mahtab era pronta per compiere un nuovo viaggio, questa volta in una bara a rotelle. Questa volta a traghettarla tra l’essere e il non essere non c’erano un padre e una madre, ma due Caronte suoi carnefici.

Rajeshewar e Gagandeep hanno spento i cellulari, staccato le batterie. Col loro terribile segreto sono usciti alla luce del sole. Come una coppia in partenza per le vacanze si sono mostrati al mondo, trascinando Mahtab sul selciato fino alla stazione del treno. Sono arrivati a Lecco. Ma lì, quando è stato il momento di liberare Giona dal ventre della balena, di mostrare il loro squallido assassinio, si sono accorti che c’era troppa luce e troppa gente. C’erano gli altri. E gli altri non dovevano sapere. Così sono risaliti in treno e sono tornati a Milano.

A lui, allora, è venuto in mente che un posto più sicuro poteva essere Venezia. In passato vi aveva lavorato e conosceva un luogo in cui sbarazzarsi della salma. Di nuovo in treno si sono recati nella città lagunare. Le telecamere li hanno ripresi, le persone sulle carrozze li hanno visti. Ma quel che appariva era una coppia con una grossa valigia. Due fidanzati normali, e una borsa. Nessuna traccia di altro. Nessun clandestino a bordo.

A Venezia hanno aspettato il tramonto. Poi, per essere certi, la una di notte. Sfilando come nottambuli, si sono recati nei pressi delle paline usate dai tassisti per ormeggiare le proprie imbarcazioni, nel canale di via Cipro che costeggia via Antonio Loredan. Hanno aperto il sarcofago. Hanno estratto la sagoma raggomitolata. L’hanno gettata in acqua. Mahtab è passata dal nero del trolley al nero del mare. Hanno preso un taxi per fare ritorno a Milano. La corsa, da piazzale Roma a Venezia a piazzale Loreto a Milano, è costata loro 500 euro. In auto, ha raccontato il tassista, «sbadigliavano e, a un certo punto, si sono addormentati». Forse sfiniti, forse tranquilli di aver svolto alla perfezione il duro lavoro dei tagliagole. Di aver fatto il necessario per celare l’indicibile, per seppellire il loro senso di colpa.

Il giorno dopo, trascorsa la notte con chissà quali sogni, si sono recati alla polizia per denunciare la scomparsa della ragazza. Alla luce del sole hanno raccontato la loro versione, celando con una certa malagrazia le loro colpe. È così, d’altronde. Non capita sempre così, dai tempi di Caino? «Sono forse io il custode di mio fratello?».

Quello che doveva succedere è successo. È accaduto il fatto più normale, più naturale, più corrispondente alle leggi della fisica. Il corpo è riaffiorato. Ciò che era stato mascherato agli sguardi degli uomini – quella carcassa portata a spasso per ben dodici ore tra Milano-Lecco-Milano-Venezia – è tornato in superficie. È riaffiorato, come epifania di una colpa grezzamente rimossa. È sgorgato dal buio con tutto il suo tormento. L’ha vista un passante. Ha visto Mahtab, nuda, col suo ciondolo al collo, venire alla luce.

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