L’Italia è in recessione, va bene. Ma dall’Ilva al petrolio nell’Adriatico, ora «la vera battaglia per crescere è quella del buonsenso»

Il Pil non cresce per i sindacalisti che bloccano Alitalia, per i compagni che occupano il teatro, perché i tavolini in piazza Navona sono abusivi mentre chi vende merce tarocca no

Italia in recessione, effetti del bonus da 80 euro nemmeno l’ombra. Il valore aggiunto dei tre grandi comparti di attività economica (agricoltura, industria e servizi) è contemporaneamente diminuito, non accadeva dal 2000. Il Pil in calo per il secondo trimestre consecutivo. E anche in questo caso non succedeva dal 2011, cioè prima dell’ascesa dei governi tecnici. Il pesce puzza sempre dalla testa, così dice il detto e così è per davvero. Ok, ma ora è troppo facile incolpare solo Matteo Renzi e tutte le sue scelte e strategie politiche. È troppo facile spiegare le ragioni dell’ennesima caduta quando ormai si è caduti. Più difficile è accorgersi delle cose che ci stanno davanti agli occhi e che, anche se piccole, sommate una a una portano alla caduta.

L’EDITORIALE DEL GIORNALE. Nicola Porro, nel suo editoriale sul Giornale di oggi, elenca un po’ di questi fatterelli. «Il Pil non cresce perché a quattro sindacalisti si permette di bloccare i bagagli dell’Alitalia, a un violinista e qualche suo socio si consente di fermare le rappresentazioni dell’opera di Roma e alla minoranza dei metalmeccanici è stato consentito di mettere in discussione in tribunale le decisioni di Marchionne sulla Fiat. (…) Il buon senso dice che l’occupazione la creano le imprese e che la parte debole da tutelare oggi siano loro».

TAVOLINI DI PIAZZA NAVONA. E prosegue, «il Pil non cresce perché un guru della cultura italiana, Settis, scrive su Repubblica che è disgustato dalle file del Louvre; perché un vicepresidente emerito della Corte costituzionale, Maddalena, scrive che i giovani che occupano il Teatro Valle sono dei volenterosi; perché invece di ringraziare Della Valle che ha messo qualche milioncino per pulire il Colosseo lo abbiamo ostacolato in tutti i modi; perché il sindaco Marino ha trovato un paio di milioncini per la festa dell’orgoglio Rom e non un euro bucato per celebrare i 2000 anni del mausoleo di Augusto». È esagerato? «Se vi fate un mazzo così e vi dicono che i vostri tavolini in piazza Navona sono illegali, e nel frattempo si dà spazio a bivacchi di evasori totali con borsette di marca ma false, bè allora il vostro spirito sarebbe simile al nostro».

FINMECCANICA E ILVA. E poi rincara la dose: «Il Pil non cresce perché siamo riusciti a indagare Finmeccanica, una delle nostre poche industrie manifatturiere, e poi dopo qualche anno ci siamo accorti di avere esagerato. Abbiamo praticamente ucciso, senza ancora una sentenza, l’Ilva, una delle più importanti industrie siderurgiche europee. Non trivelliamo l’Adriatico dove c’è un mare di petrolio e 15 miliardi di investimenti privati da fare, perché si rovinerebbe il panorama».

«BATTAGLIA DEL BUONSENSO». E viste le sanzioni alla Russia, e la reazione scontata di Putin a esse, «il Pil non cresce perché dobbiamo aderire all’embargo dell’unico paese che ha una buona dose di miliardi che ci amano, la Russia; perché abbiamo spernacchiato l’intesa con la Libia di Gheddafi subendo le prevaricazioni dei francesi e oggi facciamo fatica con i nostri interessi là, mentre siamo inondati da clandestini qui». L’elenco di Porro va avanti e potrebbe andare oltre, ma quello che il vicedirettore del Giornale sottolinea alla fine è che «la vera battaglia per riprendere a crescere è quella del buonsenso. È riprendere a credere che i quattrini e l’occupazione vengono fatti solo dalle imprese e che lo Stato deve fare di tutto per metterle nelle condizioni di competere al meglio».