«Libertà vuol dire esattamente riuscire a discriminare»

Riflessioni politicamente scorrette in margine al “processo” a Giancarlo Ricci. Un convegno con lo stesso psicanalista, Davide Fortunato, Eugenia Scabini

Due volte Giancarlo Ricci è riapparso in pubblico come relatore di un convegno dopo il suo proscioglimento dalle accuse di omofobia che avevano portato all’apertura di un procedimento disciplinare nei suoi confronti da parte dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia alla fine del marzo scorso, e la seconda è stata la sera del 29 maggio al Centro culturale Angelicum di Milano per un dibattito dal titolo “C’è ancora libertà di pensiero?”.

A dibattere con lui le sue vicende para-giudiziarie e i contenuti del suo libro Il tempo della post-libertà. Destino e responsabilità in psicoanalisi (Sugarco) c’erano Davide Fortunato, l’avvocato che lo ha difeso davanti al consiglio disciplinare dell’Ordine degli Psicologi, ed Eugenia Scabini, professore emerito di psicologia sociale dell’Università Cattolica di Milano, introdotti dall’avvocato ed ex vicesindaco di Milano Giuseppe Zola.

«ANDAVA MESSO A TACERE»

«Difendere la libertà di pensiero e di espressione di una persona è stata una cosa entusiasmante», ha esordito Fortunato. «Ma è stato triste intuire fin dall’inizio che il procedimento contro Ricci era pretestuoso, che alcune persone sembravano avere preso a pretesto frasi pronunciate nel corso di una frenetica trasmissione televisiva, dove non era possibile perfezionare e giustificare le proprie affermazioni, per un regolamento di conti ai danni di una persona verso la quale nutrivano ostilità. Ricci andava messo a tacere come psicanalista perché le poche frasi che aveva pronunciato erano collegabili a un pensiero che non è quello ufficiale che ogni psicologo dovrebbe avere secondo l’Ordine degli Psicologi della Lombardia».

«Abbiamo difeso la libertà di parola di Giancarlo Ricci a partire dagli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana, che tutelano rispettivamente la libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola e con lo scritto e la libertà della scienza e del suo insegnamento. Sono gli articoli della Costituzione che ci permettono di essere cittadini anziché sudditi: solo se è possibile esprimere il proprio dissenso rispetto a posizioni incarnate dallo Stato e da altre istituzioni siamo cittadini e non sudditi».

LA SUPREMAZIA DELLA MAGGIORANZA

Oltre alla Costituzione italiana, ha raccontato Fortunato, la difesa di Ricci ha richiamato una sentenza della Corte europea dei diritti umani riguardante la Turchia «dove si dice che la democrazia non coincide con la supremazia incontrastata di una maggioranza, ma con un equilibrio che permette anche a chi fa parte della minoranza di potersi esprimere. Ricci, accusato di omofobia, non ha danneggiato nessuno, ha solo usufruito dei suoi diritti».

«La linea dell’accusa era “tu puoi pensare e dire quello che vuoi, ma se dici certe cose non puoi più fare lo psicologo”. Ma i progressi delle scienze e della convivenza sociale dipendono proprio dal favorire il dibattito fra posizioni diverse, non dal tacitare le idee altrui».

«I PAZIENTI FATICANO A PARLARE»

Ricci ha introdotto il suo intervento affermando che la crescente difficoltà ad esercitare la libertà di manifestare il proprio pensiero ha conseguenze cliniche nell’ambito della psicanalisi: «I pazienti faticano a parlare per dire il loro problema anche perché la società impone sempre più ai singoli di indossare maschere. Che un soggetto riesca ad esprimersi in piena libertà è sempre più raro nella mia esperienza clinica, soprattutto fra i giovani».

Quindi ha spiegato perché gli è molto caro un aforisma di Karl Kraus:

«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Ora ci vorrebbe un pensiero».

«Il pensiero non c’è perché il politicamente corretto lo spegne sul nascere», ha spiegato Ricci. «Il politicamente corretto è un meccanismo sistematico di correzione del pensiero, che lo trasforma in slogan. Le persone vengono costrette a parlare per frasi fatte, per slogan. Le mie parole dovevano essere corrette, quando ho affermato che “La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”, perché discriminatorie nei confronti delle “famiglie arcobaleno”. La realtà è che il politicamente corretto impedisce l’esercizio della funzione del giudizio, che è specificamente umana, in nome della non discriminazione. Impone scelte binarie, esclude terze e quarte possibilità: o sei con gli oppressi, o sei con gli oppressori. Io sto con Theodor W. Adorno: “La libertà non consiste nello scegliere fra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”».

LA CONFUSIONE TRA VIRTUALE E REALE

«Il politicamente corretto mortifica la soggettività», ha insistito lo psicanalista. «All’esercizio della libertà è sostituito il carnevale della libertà, dove è obbligatorio trasgredire. Ma questo è devastante per i legami sociali, perché fa prevalere il modello tecnocratico e contrattualistico della legge, anziché quello simbolico. Ha ricadute sulla politica: c’è un incrociarsi fra la logica della promessa (che è tipica della globalizzazione) e l’invasione del privato, della sfera intima della persona, del fóro interiore. Questa costante confusione fra fóro interno e fóro esterno, fra realtà e virtualità, fra pensiero e statistica si traduce in una manipolazione della soggettività di ciascuno, della realtà psichica di ciascuno».

«Oggi la discriminazione è l’accusa più grave che ci può essere fatta, ma la via della libertà è esattamente la via del riuscire a discriminare, nel senso di riuscire a giudicare. Senza giudizio non c’è nemmeno responsabilità, e un vuoto di responsabilità produce un destino ineluttabile. Chi si rivolge alla psicanalisi mette a tema il proprio apparente destino di depressione e malessere. La psicanalisi è una possibilità di ricominciare a tessere il proprio destino, ma ha bisogno della libertà del soggetto. Se il politicamente corretto la rende impossibile, anche l’analisi psicanalitica ne subisce le conseguenze».

IDENTITÀ E GENEALOGIA

Eugenia Scabini ha riproposto il suo cavallo di battaglia della generatività, provocata dal contenuto dell’accusa rivolta a Ricci: la presunta inaccettabilità dell’affermazione “La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”. «Ricci connette la libertà con la filiazione: questo rende il tema della libertà concreto. In cosa consiste l’essenza dell’identità del soggetto? Nel fatto di essere figli. Tutti siamo figli, tutti siamo stati generati da un maschile e da un femminile. L’uomo è costituito da un vincolo strutturale che è l’essere generato. Il vincolo fondamentale della vita dell’uomo non è tanto che dobbiamo tutti morire, ma che non abbiamo scelto noi la nostra nascita. L’essere umano è un concepito. Non nel senso, che sta prendendo piede, che è programmato, ma nel senso che venire al mondo avviene in un contesto di significati: non è un fatto meramente biologico, è sempre innervato di un senso che è quello della coppia dei genitori e della comunità in cui sono inseriti. Nasciamo con un bagaglio predeterminato, che non è solo biologico, che non dipende da noi: ci sono mandati familiari diversi da cultura a cultura, c’è l’imposizione del nome, ci sono predeterminazioni culturali che ci precedono. Allora tutto questo deve generare un senso di responsabilità nel genitore: deve chiedersi quanto sia pesante il fardello che imporrà al figlio con la nascita. Se per esempio non gli farà conoscere il padre, gli renderà impossibile quel lavoro di elaborazione a cui allude una famosa citazione da Goethe: “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”».

«La libertà va vista attraverso la filiazione, ma oggi viviamo un rovesciamento: la libertà è concepita come un assoluto sciolto da ogni legame, come autodeterminazione. Eppure la verità è che noi nasciamo in una famiglia che non abbiamo scelto… Oggi la tecnologia applicata alla filiazione esaspera il discorso della libertà illimitata, offre un’illusione di falso infinito. Tu sai chi sei se sai da dove vieni, se hai una genealogia. Anche eventualmente in termini polemici, per criticarla. Oggi le tecnologie della riproduzione intervengono in un modo che rende impossibile il riconoscimento. Questo ci inquieta, perché come possiamo rielaborare la nostra storia se siamo nati da un utero in affitto e le madri sono due? Come possiamo riconoscere una cosa così fondamentale come l’identità di nostra madre se ci troviamo davanti a due mezze madri? Oggi la massima romana secondo cui la madre è sempre certa e il padre invece no è stata ribaltata: possiamo sempre sapere chi è il padre, ma non è più chiaro chi è la madre!».

NELLA MEMORIA VIVA DI ALTRI

Scabini ha concluso con una citazione dalla Lumen Fidei di Benedetto XVI: «La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande». (n. 38)

Nelle conclusioni Giuseppe Zola ha preso spunta da quest’unica citazione del magistero ecclesiale fatta nel corso della serata per affermare che è urgente che la Chiesa tutta si renda conto dell’importanza di un impegno a difesa della libertà di manifestazione del pensiero, perché presto la libertà della Chiesa di annunciare il Vangelo potrebbe essere compromessa da attentati analoghi a quelli che hanno colpito Giancarlo Ricci.

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