«Se la generazione diventa riproduzione, perde le sue caratteristiche umane»

Che cosa vuol dire generare? Ed essere figli? È sufficiente riprodursi? Eugenia Scabini e Lucia Boccacin hanno risposto all’incontro organizzato a Milano dalla fondazione Esserci e Nonni 2.0: «Chi genera sa di essere figlio»

Quando si parla del nascere degli esseri umani, mai dimenticare che riproduzione, procreazione e generazione non sono sinonimi, ma cose molto diverse fra loro. Oggi la generazione è appiattita sulla riproduzione perché si è perso il senso della relazione, dell’intersoggettività, della generatività, che è esperienza a cui è chiamata ogni persona: padri e madri, figli, nonni. Potrebbe essere questa una sintesi dei contenuti dell’incontro “Essere generativi in famiglia e nella società civile” promosso dall’associazione culturale Esserci e dall’associazione Nonni 2.0 presso il Centro culturale e artistico francescano Rosetum, che ha visto la partecipazione di Eugenia Scabini, una delle più grandi psicologhe italiane della famiglia, e di Lucia Boccacin, ordinario di Sociologia dei processi culturali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Anche la Scabini è stata docente della Cattolica (ordinario di Psicologia sociale della famiglia e direttrice del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell’ateneo) ed è stata autrice di più di 200 pubblicazioni, su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, e di una ventina di libri.

UOMINI E ANIMALI

Di fronte agli sconvolgimenti che hanno colpito la famiglia negli ultimi decenni, e in particolare di fronte agli sconvolgimenti della procreazione, che si è ritrovata schiacciata fra l’incudine dell’aborto legalizzato e della contraccezione diffusa da una parte, e il martello della fecondazione assistita eterologa e degli uteri in affitto dall’altra, occorre ripartire da quella realtà che è la generatività. La generatività non è un concetto o un’idea, ma una realtà di cui prendere coscienza per non restare schiacciati da un mondo che confonde riproduzione con generazione.

La riproduzione concerne il mondo animale, la generazione (o procreazione) riguarda gli esseri umani. La riproduzione è pura ripetizione, il nuovo individuo è funzionale alla conservazione della specie. La generazione umana invece rinnova la specie, perché mette al mondo un essere nuovo e unico, totalmente diverso dagli altri. Negli animali il rapporto generante-generato si perde non appena l’animale è svezzato; negli esseri umani il generato riconosce i genitori ed è da loro riconosciuto permanentemente. Ma soprattutto l’essere umano sa di essere parte della catena della trasmissione della vita, sa di essere stato generato dai suoi predecessori e di avere il compito di generare a sua volta.

«CHI GENERA SA DI ESSERE FIGLIO»

«Chi genera sa di essere stato a sua volta generato, sa di essere figlio», ha spiegato Eugenia Scabini. «Non si può mai parlare del generare senza collegarlo al fatto di essere generati, altrimenti si perde la caratteristica della generazione umana. Generare ed essere generati sono un binomio inscindibile. All’inizio di tutto non ci sono i diritti riproduttivi, come si dice oggi: c’è il dono, c’è il fatto di aver ricevuto la vita da altri. E quindi c’è la gratitudine. Ma c’è anche l’esigenza del rapporto con chi ci ha generati. Come psicologa posso testimoniare che il generato esige, reclama la relazione coi suoi generanti. La ferita del generato che non può conoscere chi siano i suoi generanti permane nel tempo. La diffusione della fecondazione assistita eterologa, che si basa sull’anonimato del donatore, aumenta l’incidenza di questo genere di sofferenza: la generatività non tollera l’anonimato. Oggi la generazione tende a trasformarsi in riproduzione, cioè a perdere le sue caratteristiche propriamente umane, nella misura in cui si affermano l’anonimato e l’idea di “diritti riproduttivi”».

Qual è allora lo sguardo giusto da avere sui figli? Eugenia Scabini non ha dubbi: «Occorre guardare al figlio non come a qualcuno che è “nostro”, ma come a qualcuno che a sua volta genererà. Il figlio è figlio in quanto futuro generante. Non è fatto per riempire un vuoto psicologico dei genitori, per gratificarli psicologicamente, ma per continuare la storia familiare e sociale. Dopo gratitudine, la parola più importante è “tramandare”. La famiglia tradizionale non è la famiglia “vecchia”, superata dai cambiamenti moderni: è la famiglia che trasmette, che tramanda la vita. In latino trasmettere si dice “tradere”».

IL RUOLO DEI NONNI

Anche i nonni sono “generativi”. Hanno generato i figli e indirettamente i nipoti, e sono chiamati alla “generatività sociale”, cioè a trasmettere i valori alle giovani generazioni. Il dialogo fra le generazioni non è facile, oggi più che in passato, e allora è importante che i nonni ricordino che «è necessario saper chiedere: i figli devono capire che nei genitori anziani non devono vedere solo il sostegno per i nipoti, ma anche la fragilità che ha bisogno a sua volta del loro sostegno».

«Giovanni Paolo II definiva la famiglia “comunità di generazioni”. Giustamente, perché è vero che a ogni nascita l’umanità comincia di nuovo, come diceva Hannah Arendt, ma non comincia da zero! C’è il legame fra le generazioni: il generato sarà a sua volta generante, il generante è un generato, è e resta figlio mentre diventa padre o madre. La famiglia va pensata così: relazione e trasmissione, e allora si fa esperienza della famiglia come valore. Perché, che cos’è un valore se non qualcosa che vale la pena di essere trasmesso? Se trasmetto qualcosa agli altri, se glielo lascio in eredità, vuol dire che lo considero un valore. Generare è passare il testimone di ciò per cui vale la pena vivere».

ALTRO CHE “SOCIETÀ LIQUIDA”

Lucia Boccacin aveva il compito di trattare la generatività in ambito sociale, ovvero la realtà del cosiddetto Terzo Settore. «Il cuore della generatività sociale consiste nel dare origine a delle positività attraverso le relazioni sociali. Queste sono costituite da legami immateriali che danno senso ai beni materiali e che aiutano a non esserne privi: chi non ha relazioni sociali è povero umanamente, ma spesso anche materialmente, perché le due cose vanno insieme». «Il gran parlare di “società liquida” che si fa oggi impedisce di cogliere l’esistenza di tante relazioni sociali vere. Basterebbe osservare il fenomeno delle migrazioni di massa per accorgersi che milioni di persone si muovono da un continente a un altro quasi sempre contando su punti di riferimento e reti di sostegno nel paese verso il quale sono diretti. Il problema di tanti sociologi è che, non vivendo loro stessi le relazioni sociali, non le vedono e si convincono che non esistono».

«Il Terzo Settore continua ad essere una realtà che si muove in direzione in gran parte contraria a quella della società: mentre quest’ultima è centrata sull’individualismo, il Terzo Settore rappresenta il mettersi insieme di persone per obiettivi che vanno oltre quelli della singola persona. La dimensione intersoggettiva e comunitaria delle associazioni mostra valori che non sono allineati a quelli del potere dominante». «Il ruolo delle istituzioni nei riguardi del Terzo Settore dovrebbe essere quello di riconoscere la loro generatività sociale, ma non accade quasi mai. Il potere politico continua a muoversi nell’ottica di una semplificazione della realtà che può funzionare nel breve termine, ma si mostra inadeguata nel corso del tempo. Le istituzioni non comprendono che il capitale sociale – di cui il Terzo Settore è componente eminente – è fragile, si può erodere facilmente e allora tutti ne soffriranno. La riforma del Terzo Settore nel 2016 è stata salutata con favore da tanti, perché sembrava recepire molte delle istanze della società civile, compresa la valorizzazione degli enti federativi di secondo livello, ma a tre anni di distanza la legge resta senza regolamenti attuativi, e rischia di diventare obsoleta».

«Il legame e la relazione sono i temi fondamentali della generatività», ha concluso Eugenia Scabini. «Non ti generi da solo, la relazione generativa è vincolante e non la scegli tu: questa è una realtà che mette a disagio l’uomo moderno, convinto che il massimo della libertà sia la scelta individuale. Eppure solo la cura del legame come realtà costitutiva della persona permette all’essere umano di vivere come l’essere relazionale che è: la mancanza di questa cura conduce all’individualismo e al narcisismo, e questo vale non solo per le singole persone, ma anche per le realtà associative, per i gruppi. La generatività porta a una cura del legame che implica il rischio: il rischio della scommessa sull’altro. Oggi si tende ad abbandonare il campo alla prima difficoltà nel rapporto, a tutti i livelli».

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