Credete che basti una legge per mandare in pensione un magistrato?

A turbare è la tetragona capacità che ha la nostra casta giudiziaria di aggirare qualunque norma che la riguardi

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – I magistrati sono l’isola felice del pubblico impiego italiano, un ceto che peraltro è tradizionalmente favorito nella storia di questo Paese. Ma probabilmente isola felice continueranno a essere per sempre. Le cronache recenti lo dimostrano con evidenza. Prima, nell’ottobre 2012, rivolgendosi alla Corte costituzionale (fatta per un terzo di loro pari), i magistrati hanno scongiurato il blocco dell’indicizzazione delle proprie pensioni e del Trattamento di fine servizio (l’equivalente del Trattamento di fine rapporto di noi comuni mortali). Poi, nel dicembre 2013, sono riusciti a disinnescare anche la “bomba” del blocco delle retribuzioni, impunemente consentito invece nei confronti di tutte le altre categorie pubbliche.

Ora hanno deciso di opporsi alla norma che nel 2014 ha stabilito che i 70 anni fossero la soglia estrema per la loro andata in pensione: dal primo gennaio 2016 un numero di magistrati ultrasettantenni compreso tra 80 e 85 avrebbe dovuto ritirarsi. E che cosa hanno fatto cinque di loro? Semplice: hanno firmato un ricorso straordinario al presidente della Repubblica Mattarella (incidentalmente ex giudice della Corte costituzionale), chiedendogli di revocare il provvedimento. Il Consiglio di Stato (fatto, com’è evidente, da magistrati) ha dato parere favorevole, stabilendo che ricorrevano i presupposti per la sospensione del provvedimento stesso.

Ora, nessuno intende dire che sia inevitabilmente giusto mettere in pensione tutti i magistrati a 70 anni. Sicuramente tra loro ci sono decine, se non centinaia di pubblici ministeri e di giudici che per vivacità intellettuale e voglia di fare potrebbero continuare a operare fino ai 100 anni. Contro questa tendenza, invece, ha appena annunciato che seguirà la norma e andrà in pensione Raffaele Guariniello (che di anni ne ha 74), procuratore aggiunto a Torino: un pubblico ministero «tosto» e iperattivo, che sicuramente avrebbe avuto invece mille ragioni per continuare a impilare inchieste nel suo ufficio.

Non è la voglia di continuare a lavorare che si critica, insomma. Quel che sorprende, e che un po’ turba, è piuttosto la clamorosa, tetragona capacità che ha la casta giudiziaria di aggirare le norme che la riguardano, la capacità di fare come se una legge varata dal Parlamento non si applicasse loro. È una caratteristica davvero unica, nell’Occidente giudiziario, che ha la sua forza e il fulcro nel fatto che, per l’appunto, ad applicare le complicatissime e contraddittorie leggi italiane sono sempre loro, giudici e magistrati, attraverso i colleghi delle corti cui si rivolgono. Mutatis mutandis, è lo stesso anomalo principio in base al quale, nelle sentenze che ogni anno in Italia chiudono mille processi per una presunta diffamazione, il risarcimento attribuito a un qualunque magistrato “offeso” supera, per misura, del 20 se non del 30 per cento quello attribuito a qualunque altra categoria di cittadini, altrettanto offesi, politici compresi.

Ora il ministero della Giustizia cerca di fare opposizione all’iniziativa della prima pattuglia dei cinque magistrati che si oppongono all’andata in pensione. Ma non s’illuda il povero ministro : è una battaglia destinata alla sconfitta. Perché, sulla loro strada, anche i magistrati pensionandi troveranno sempre un giudice: se non sarà a Berlino, avverrà in qualche Tar, oppure nel Consiglio di Stato. O nella loro Corte costituzionale.

Foto Ansa


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