Le «minacce» della Nato che hanno costretto l’Italia a fare la guerra in Libia

Perché è impossibile stabilizzare la Libia? Perché la Francia ha scatenato la guerra? Perché l’Italia ha partecipato? Chi comanda davvero? L’esperta Michela Mercuri risponde a tutte le domande sul paese in crisi dal 2011

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Alla vigilia dell’importante conferenza per la Libia, organizzata dall’Italia il 12 e 13 novembre a Palermo, pubblichiamo in due puntate un’intervista a Michela Mercuri, tra le maggiori esperte di Libia in Italia. Mercuri è docente di Geopolitica del Medio Oriente presso l’Università Niccolò Cusano di Roma ed è componente dell’Osservatorio sul fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista dell’Università di Calabria. Di seguito la prima puntata, la seconda sarà pubblicata nei prossimi giorni.

Michela Mercuri, perché sette anni dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi e la caduta del suo regime la Libia è ancora ingovernabile?
Per capirlo dobbiamo tornare al 2011, quando ha avuto luogo l’intervento deciso dalla comunità internazionale con la risoluzione 1973, voluto principalmente dalla Francia allo scopo di fare fuori il raìs. Si trattò di un intervento militare a tutti gli effetti, anche se non si inviarono truppe di terra e non venne stabilito un obiettivo politico. Si intervenne in nome del principio della responsabilità di proteggere i civili dalla repressione del governo libico, ma in breve l’azione si trasformò in un intervento di regime change, con l’obiettivo di eliminare Gheddafi, ma senza un progetto di ricostruzione politica di un paese estremamente complesso, diviso in due grandi regioni, tante tribù e tanti centri di potere. Fatto fuori il collante che era Gheddafi, l’elemento tribale e localistico è riesploso.

In che modo?
Le tribù e le milizie durante la rivolta hanno conquistato porzioni di territorio, armi e potere. E non li hanno restituiti, perché non c’era nessuna autorità in grado di dire alle milizie: “Restituite le armi, il territorio, il potere”. E quindi la Libia si è aperta in mille rivoli, si sono costituiti mille poteri che si spartiscono il controllo del territorio. Ma quando un paese perde la sua istituzione principale, perde il suo leader, o si ricompone, come è stato per la Tunisia in mezzo a mille difficoltà, o diventa uno Stato fallito o semi-fallito. E dai confini di uno Stato fallito, lo sappiamo bene, come abbiamo visto in Iraq e in altre situazioni, entrano i terroristi che cercano perennemente un santuario all’interno del quale collocare le proprie basi operative e i propri campi di addestramento, ed entrano flussi di disperati che dal sud dell’Africa cercano di arrivare in Italia e in Europa. Per questo motivo la Libia oggi è uno stato fallito o quasi, e nonostante siano passati sette anni da quel 2011 è difficile ricomporre un mosaico che, anzi, si va frammentando sempre di più per una serie di motivi.

Quali?
Il primo fra tutti è che gli attori internazionali che tanto vollero la caduta di Gheddafi non solo non sono stati in grado di ricomporre il puzzle, ma soprattutto hanno fomentato le divisioni della Libia. La Libia è suddivisa fra tanti poteri, ma fondamentalmente fra due centri: Fayez Sarraj a Tripoli e Khalifa Haftar in Cirenaica. Le potenze regionali e internazionali continuano costantemente a sostenere uno dei due attori, alimentando una sorta di guerra per procura e dunque mettendo i bastoni fra le ruote a qualunque tentativo di riconciliazione. In questi sette anni non abbiamo fatto altro che sfruttare la Libia divisa per i nostri interessi nazionali, e lo abbiamo fatto un po’ tutti: la Francia, l’Italia, la Russia, nessuno è esente da colpe in quello che è accaduto.

Lei dice che in Libia stiamo assistendo, al di là delle rivalità tribali, a una guerra per procura. Quello che in Siria era chiaro dopo il primo anno di guerra, qui in Libia si è chiarito ultimamente. Ora, in questa guerra per procura chi sono i procuratori? Chi sostiene chi, come sono organizzate le alleanze?
Il mosaico è complesso. L’intervento internazionale senza arte né parte del 2011 è stato voluto principalmente dalla Francia dell’allora presidente Nicolas Sarkozy, che decise di intervenire nello scenario libico per tutelare gli interessi francesi. Nel 2009 era stato firmato il Trattato di amicizia e cooperazione fra l’Italia e la Libia, ed esso piaceva poco a Sarkozy proprio perché Gheddafi poco prima, nel 2007, era volato a Parigi, aveva piantato la sua bella tenda berbera nei giardini dell’Eliseo, e aveva firmato contratti con varie aziende francesi, fra cui la Dassault che produce armamenti, per molti miliardi di euro. Poi però aveva stracciato tutto e aveva firmato il trattato con l’Italia, un trattato che offriva garanzie e vantaggi reciproci fra Roma e Tripoli. Dunque fin dall’inizio l’azione militare ha avuto i caratteri di una sorta di guerra per procura. Noi italiani pagammo per condurre una guerra contraria ai nostri interessi.

Perché?
Le motivazioni erano molte: volevamo salire su quello che all’epoca sembrava il carro del vincitore. In secondo luogo la Nato, e i francesi in particolare, ci fece capire che se non avessimo partecipato sarebbero stati bombardati anche i pozzi di petrolio gestiti dall’Eni: questa non è una notizia ufficiale, ma è trapelata da più parti, rilanciata anche dall’ex ministro degli Esteri Franco Frattini. Se non avessimo partecipato alla coalizione, sarebbero state bombardate le postazioni dell’Eni. Dunque io sono convinta che fin dall’inizio la guerra civile di Libia sia stata una guerra per procura, che negli anni si è maggiormente strutturata. Oggi nel complesso mosaico abbiamo attori che parteggiano per l’una o per l’altra potenza.

Com’è diviso il campo delle fazioni?
Volendo un po’ semplificare il quadro delle alleanze libiche, potremmo dire che ci sono attori che supportano Haftar, che è il leader della Cirenaica, e fra questi spiccano la Francia, ma anche la Russia. La Russia, diversamente dal caso della Siria dove è scesa in campo nel settembre 2015, non è intervenuta direttamente. È intervenuta in seconda battuta, dopo essersi astenuta nel voto del Consiglio di Sicurezza del 2011, vendendo armi ad Haftar, nella prospettiva che costui renda disponibile ai russi una base militare marittima in Cirenaica, cosa che sta molto a cuore alla Russia. Anche la Francia vende armi ad Haftar, triangolando con l’Egitto e grazie a finanziamenti degli Emirati Arabi Uniti, altro sostenitore di Haftar. Poi c’è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, che con Haftar costituisce il baluardo anti-islamista nella regione. Haftar garantisce che non ci siano infiltrazioni di islamisti dalla Cirenaica all’Egitto. L’Egitto ha grossi problemi con le organizzazioni terroristiche che hanno la loro base nel Sinai, dove ci sono 30 sigle. Pensate che cosa può succedere se si apre il confine con la Cirenaica.

Chi costituisce l’altro fronte?
Dall’altra parte abbiamo Sarraj, il debole leader di Tripoli che gli italiani hanno finora sostenuto. Anche noi abbiamo agito non nello spirito della cooperazione internazionale, ma perché è dall’area più o meno controllata da Sarraj che partono i flussi di migranti diretti verso l’Italia, e perché in Tripolitania si trova la maggior parte dei giacimenti, compresi quelli off-shore, sfruttati dall’Eni. È chiaro che ognuno fin qui ha giocato la propria partita sostenendo l’uno o l’altro leader, o sostenendo milizie autonome, perché molto spesso l’Italia e altri attori internazionali si sono accordati con le singole milizie che oggi hanno quasi un peso specifico maggiore di quello dello stesso Sarraj in Tripolitania. C’è stato un solo momento nel quale la comunità internazionale è apparsa coesa, ed è stato nel 2015 quando sono stati conclusi gli accordi di Skhirat, che hanno in qualche modo incoronato Sarraj come leader del governo di accordo nazionale, ma poi il giorno dopo ognuno ha continuato a sostenere il cavallo su cui aveva già puntato. Non c’è mai stata una chiara volontà degli attori internazionali e regionali di contribuire a una stabilizzazione del quadro libico, perché ognuno ha anteposto l’interesse nazionale al bene dei libici.

Dunque, Haftar ha dalla sua parte la Francia, la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, mentre i suoi rivali di Tripoli hanno dalla loro parte solo l’Italia. Come mai allora Haftar non riesce a prendere il controllo di tutta la Libia?
Ci sono altri attori internazionali che hanno un piede in Tripolitania, che non sostengono direttamente Sarraj ma altra forze ostili ad Haftar, e sono la Turchia e il Qatar. Sostengono alcune milizie autonome che a fasi alterne vanno d’accordo con Sarraj. Perché Haftar non ha il potere che aveva Gheddafi? Perché non riesce a coagulare il consenso di tutti i libici, la Libia è ormai un paese diviso in centri di potere, in milizie, in tribù che non si riconoscono né in Haftar, né in Sarraj. Haftar controlla una parte della Cirenaica ma non tutta. Ci sono tanti altri attori che non si riconoscono in lui. E ci sono altre personalità di rilievo, di cui si parla poco. C’è Saif al-Islam Gheddafi, uno dei pochi sopravvissuti della famiglia che è stato a lungo prigioniero delle milizie di Zintan, che controllano un’area nell’ovest del paese ma sono alleate con le forze dell’est. È stato rimesso in libertà e ora è un attore importante, di cui pochi parlano, ma gode del consenso di una significativa fetta della popolazione libica. Molte tribù importanti – per esempio quella dei Warfalla, che conta un milione di persone – sono più vicine a Saif al-Islam che ad Haftar. Poi ci sono milizie importanti come quelle di Misurata, che sono poi quelle che hanno combattuto contro lo Stato Islamico a Sirte nel 2016, che sono strumentalmente alleate di Sarraj, ma sono fondamentalmente indipendenti. Tanto che la Francia ha deciso guarda caso di invitare a Parigi esponenti di spicco delle milizie di Misurata proprio l’8 novembre, a pochi giorni dall’apertura del summit di Palermo, trattandoli come attori indipendenti. Questo esemplifica le difficoltà che attraversa la Libia: non c’è un unico attore, ci sono tanti attori, alcuni sono un po’ più forti di altri, ma non c’è purtroppo un attore predominante che possa mettere tutti d’accordo. Haftar riesce a mettere d’accordo una maggioranza di attori internazionali, ma non ha la fiducia della maggioranza degli attori locali. Ci sono altri centri di potere, e in essi si riconoscono area per area i libici. Oggi il libico medio fa molto più affidamento sul municipio, sul comune, sul sindaco. Il sindaco di Misurata, il sindaco di Sebha sono forse più importanti dei due leader principali con cui interloquiscono i paesi stranieri. La municipalità è diventata una specie di proto-Stato nello Stato, e di questo dobbiamo tenere conto quando cerchiamo di immaginare un futuro unitario o una road map per la stabilizzazione della Libia.

Foto Ansa

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