La scelta lacerante dei medici e il nostro nuovo tifo per più fragili
āDeve esserci un unico criterio per il triage in emergenza pandemica, ed ĆØ il ‘criterio clinico’. Ogni altro criterio di selezione – lāetĆ anagrafica, il sesso, la condizione e il ruolo sociale, lāappartenenza etnica, la disabilitĆ , la responsabilitĆ rispetto a comportamenti che hanno indotto la patologia, i costi – ĆØ ritenuto eticamente inaccettabileā.
CosƬ Assuntina Morresi, riassume a Tempi.it i contenuti dell’ultimo parere pubblicato dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) titolato Covid-19: decisione clinica in condizioni di carenza di risorse e il criterio del triage in emergenza pandemica: āIl problema c’ĆØ ed ĆØ oggetto di dibattito internazionale ā spiega Morresi, docente all’universitĆ di Perugia e tra i membri del Comitato che hanno coordinato i lavori del documento -: in un momento in cui la pandemia sta sottoponendo i sistemi sanitari a una pressione enorme, affrontare il tema dell’accesso dei pazienti alle cure in condizioni di risorse sanitarie limitate ĆØ fondamentale affinchĆ© tutti i princƬpi di giustizia, equitĆ e solidarietĆ a cui ĆØ improntata la Costituzione e il Servizio sanitario nazionale vengano rispettatiā.
Circa un mese fa avevano fatto discutere le raccomandazioni della Siaarti: nel documento di anestesisti e rianimatori che paragonavano la situazione attuale a quella delle medicina delle catastrofi si paventava il rischio di rendere necessario āporre un limite di etĆ all’ingresso in terapia intensivaā.
Intorno a questo problema si ĆØ aperto ed ĆØ tuttora in corso un ampio confronto internazionale che coinvolge societĆ scientifiche, comitati etici, esperti: noi ci siamo inseriti nel dibattito con la preoccupazione che i parametri discussi potessero portare all’individuazione di categorie di persone escluse a priori, ma senza per questo eludere il problema. Tutti vorrebbero curare tutti ma la situazione ĆØ quella dell’emergenza: da qui la necessitĆ di individuare criteri per lāaccesso alle risorse adeguati allāeccezionalitĆ del momento. Noi abbiamo articolato il ācriterio clinicoā fissando due concetti chiave: appropriatezza clinica e attualitĆ .
Cosa dicono e come affrontano il tema della āprioritĆ ā e della āselezioneā?
Ferma restando la prioritĆ del trattamento secondo il grado di urgenza, come nel normale triage, noi ricordiamo che devono essere sempre oggetto di valutazione fattori come ad esempio la gravitĆ del quadro clinico in atto, comorbilitĆ , quadro di terminalitĆ a breve. In pratica: nessuno deve escluso aprioristicamente, ciascuno deve essere curato proporzionatamente e in base al proprio bisogno clinico e deve essere garantita la continuitĆ delle cure fino alla fine, anche con la palliazione se necessario. Come si stabiliscono le prioritĆ a questo punto? Valutando sulla base di questi fattori i pazienti per cui ragionevolmente il trattamento può risultare maggiormente efficace, āchi può farcela di piùā insomma, al fine di garantire la maggiore possibilitĆ di sopravvivenza. E questa valutazione auspichiamo venga condivisa tra più medici: se c’ĆØ un solo respiratore e più pazienti da attaccare ĆØ necessario condividere peso e responsabilitĆ di una decisione, che per un medico sarĆ sempre lacerante, con i colleghi. Questo ĆØ il criterio dell’appropriatezza clinica. Qualunque altro ĆØ, ribadisco, per noi inaccettabile. Poi c’ĆØ quello della cosiddetta āattualitĆ ā, il criterio che più caratterizza il triage dell’emergenza pandemica.
Che differenza c’ĆØ con le normali procedure?
A differenza del triage usuale si tratta di includere non solo i pazienti fisicamente presenti in pronto soccorso, ma anche quelli che sono in osservazione e hanno giĆ ricevuto una valutazione. Il coronavirus ci ha insegnato che ad aver bisogno di trattamenti salvavita e di sostegno vitale sono anche i pazienti ospedalizzati in altri reparti o domiciliati a casa le cui condizioni possono aggravarsi improvvisamente. Si tratta di ragionare non più sui presenti in un Ps ma sulla ācomunitĆ di pazientiā e di aggiornare āliste di attesaā continuamente in base all’evoluzione della patologia. Questo sempre sulla base del criterio clinico e delle risorse disponibili. Riorganizzando strutture, personale in modo da scongiurare esclusioni e scelte aprioristiche nell’accesso alle cure: in questo momento non sono solo i malati di Covid ad avere bisogno di terapia intensiva.
Il collegio italiano dei chirurghi ha diramato un comunicato stampa per lamentarsi del fatto che il Parlamento abbia ritirato tutti gli emendamenti presentati per la loro difesa Ā«etica, civile e penaleĀ». Non temete la mole dei ricorsi contro queste āscelte lacerantiā?
Assolutamente sƬ: guardiamo con preoccupazione al proliferare dei contenziosi e lo scriviamo nero su bianco, āil Comitato ritiene che vada presa in considerazione l’idea di limitare eventuali profili di responsabilitĆ professionale degli operatori sanitari in relazione alle attivitĆ svolte per fronteggiare l’emergenza Covid-19ā. Abbiamo medici che lavorano a ritmi massacranti, a volte senza dispositivi adeguati e spesso in organico sottodimensionato per fronteggiare una pandemia. Operano di fatto in condizioni di incertezza scientifica, in assenza di linee guida consolidate, con tante tipologie di farmaci off label e col grave rischio di infettarsi. Quindi, oltre a ringraziarli, auspichiamo che siano messi nelle condizioni di poter svolgere al meglio e per quanto possibile loro lavoro. CosƬ come allo stesso modo ricordiamo la prova terribile a cui sono sottoposti i loro pazienti più fragili, i malati terminali, gli anziani e le loro famiglie. Oltre a negare l’accompagnamento alla morte del malato l’epidema rende impossibile a chi ĆØ rimasto di condividere il proprio dolore attraverso il funerale. Tutte queste ferite dolorose che lasceranno il segno nel vissuto delle persone e delle comunitĆ andranno affrontate.
Fino a prima della pandemia si parlava di fine vita in tutt’altri termini. Era la battaglia dei sani per l’eliminazione di chi soffriva e per non fare i conti con la sofferenza. Oggi il risveglio per la sorte degli anziani nelle Rsa o dei malati terminali sembra fare a cazzotti con le battaglie per l’eutanasia e il testamento biologico.
Fino a ieri il dibattito sul fine vita ĆØ stato condotto in modo molto astratto, guardando ai casi particolari o estremi. La morte procurata in camice bianco ĆØ stata presentata come rassicurante cosƬ come la sensazione che la soppressione di una persona, a certe condizioni, fosse qualcosa di giusto. Ora ci rendiamo conto che la morte ĆØ il grande limite della condizione umana e che la medicina ĆØ nata per combatterla. Non facciamo i conti con casi particolari come quello di dj Fabo, non pensiamo alla morte come a una prestazione esigibile. Nella pandemia facciamo i conti con la fragilitĆ , nessuno parla più di qualitĆ della vita. Abbiamo visto che il mito dell’autodeterminazione in terapia intensiva va a farsi benedire. Che per autodeterminarci cerchiamo respiratori e ci affidiamo fiduciosi a medici e infermieri. Abbiamo visto sparire il termine āventilazione forzataā tanto caro ai sostenitori del diritto a morire, e tutti hanno ben chiaro che āun ventilatore salva la vitaā. Non cura niente, non fa guarire dal virus, non ĆØ una terapia ma un sostegno vitale. L’ho scritto sull’Occidentale, āse pensi che il massimo interesse di quel paziente non ĆØ vivere conciato in quel modo, o se invece lo stacchi perchĆ© di ventilatori non ne hai abbastanza, il risultato ĆØ sempre quello: la persona muoreā. Non mi pare ci sia la coda per registrare le Dat, se potessimo prenoteremmo tutti un posto per avere la garanzia di venire attaccati a una macchina per non morire.
A proposito di battaglie progressivamente aggiornate, in Campania si festeggia la prima gravidanza da fecondazione eterologa a carico del Ssn e si preme per ricominciare il prima possibile i trattamenti (costosissimi) di procreazione medicalmente assistita per tamponare il calo demografico: āci stiamo perdendo 1.500 neonati al meseā.
Auguriamo ogni bene alla futura mamma campana. Al di lĆ delle questioni etiche che qui non ĆØ il caso di trattare, anche per chi ĆØ favore delle procedure di fecondazione assistita dovrebbero valere ragionamenti in tema di allocazione di risorse in emergenza pandemica: siamo sicuri, in un momento in cui abbiamo dovuto sospendere interventi e cure per tanti malati e stiamo cercando ventilatori per salvare quelli che sono o saranno necessari ai coronapositivi, che tra le prioritĆ del Ssn ci sia quella di invitare le coppie appena possibile ad iniziare cicli di fecondazione assistita con gameti reperiti all’estero? Tutte le coppie in questo momento vanno aiutate, sono molte le donne incinta, molte le madri a casa. Io non so, in piena pandemia e in condizioni di emergenza, incertezza sanitaria ed economica, se le persone stanno veramente pensando a sottoporsi a nuove e impegnative procedure farmacologiche: forse sarebbe meglio aspettare di uscire dalla pandemia, o almeno dalla fase acuta, prima di avviarsi in percorsi impegnativi anche in tempi normali, come la fecondazione assistita. So però che non faremo fronte al calo demografico con la fecondazione assistita: gli esiti positivi sono sempre molto bassi. Non ne usciremo mai fuori se, al di lĆ dellāapproccio economicista, non affronteremo il problema delle motivazioni della denatalitĆ , a partire dalla mancanza del desiderio di avere figli. La prioritĆ dovrebbe essere sƬ, aiutare le famiglie, ma siamo realisti: in emergenza questo significa in primis dare aiuti diffusi a tutte le famiglie in difficoltĆ , a chi ha figli, a chi aspetta figli, a chi ha perso un lavoro. Allocare le risorse in emergenza impone delle scelte non solo in terapia intensiva. Secondo Harvard dovremo mantenere la sorveglianza fino al 2024, finchĆ© non saremo tutti vaccinati dovremo imparare a vivere con una pandemia in corso. Non sarĆ più ātutto come primaā.
Foto Ansa
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