La nostra Nigeria è un lago di sangue. Cosa c’è da festeggiare?

Nel giorno del 60esimo anniversario dell’indipendenza, il vescovo di Sokoto attacca con coraggio il presidente islamico Buhari, che non ferma le stragi di cristiani

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Pubblichiamo una nostra traduzione di ampi stralci del messaggio che il vescovo di Sokoto, monsignor Matthew Hassan Kukah, ha scritto in occasione del 60esimo anniversario dell’indipendenza della Nigeria, che si è celebrato l’1 ottobre.

Voglio innanzitutto ringraziare Dio onnipotente, il Padre di tutta la creazione, colui che ha fatto Cielo e Terra. Per quanto possa sembrare strano, vorrei anche ringraziare i nostri colonizzatori perché hanno unito i nostri popoli diversi e per tutti gli sforzi che hanno fatto per assicurare che avessimo tutto ciò di cui un popolo ha bisogno per fondare uno Stato moderno. È anche il momento di ringraziare quei missionari coraggiosi e altruisti che hanno posto le fondamenta della nostra civiltà moderna mettendo a nostra disposizione un’educazione di alta qualità. Noi dobbiamo apprezzare il contesto del colonialismo e la sua filosofia guida, lo sfruttamento delle nostre risorse. Dobbiamo infatti ammettere che sono così state poste le basi solide per l’estrazione delle nostre risorse e lo sviluppo del paese. I loro interessi sono stati sepolti nel ventre del paese che hanno creato. Oggi, noi abbiamo distrutto le istituzioni che hanno creato e distorto la loro visione del nostro sviluppo.

L’1 ottobre 1960, quando siamo diventati independenti, la nostra gioia sembrava non avere fine. Era il mio primo anno alle scuole elementari. Siamo tutti usciti di casa con i vestiti migliori che avevamo per ascoltare il preside che parlava dei terribili uomini bianchi che erano venuti a rubare le nostre terre. Io non capivo queste parole perché non avevo mai visto nessuno impedire a mio padre di andare a coltivare i campi. Noi giocavamo liberamente nel nostro villaggio e io pensavo: quale terra i bianchi ci hanno rubato? Fino ad allora avevo visto sì e no due uomini bianchi in tutta la mia vita. Erano entrambi sacerdoti e anche se non capivo pienamente che cosa fosse un prete, erano uomini buoni e venivano da un paese lontano.

Loro avevano costruito una chiesa e una scuola per il nostro villaggio e quelli erano gli unici edifici senza il tetto di paglia che avessi mai visto. Era impossibile per me comprendere come gli uomini bianchi potessero essere malvagi o rubarci la terra. L’insegnante parlava di una nuova canzone che dovevamo intonare in lode del nostro nuovo paese, anche se io non vedevo niente di nuovo. Non avevo la minima idea di quello che si diceva in quella canzone ma tutti cercavamo di mormorare qualcosa eccitati. Il più grande tesoro per me erano le bandierine e le tazze che ci avevano distribuito. Stringere tra le mani la prima tazza della mia vita e agitare quella bandierina appariva come una enorme contraddizione rispetto al ritratto dell’uomo bianco ladro che faceva il preside.

Abbiamo presto imparato il nome del nostro nuovo primo ministro, sir Abubakar Tafawa Balewa, l’uomo che venne poi conosciuto come la voce d’oro africana. Nel suo discorso, l’1 ottobre, annunciò che il nostro nuovo giorno era arrivato e promise di dedicare la sua vita al servizio del paese. Notò anche che il nostro paese era nato senza rancore e senza spargimenti di sangue e che aveva basi solide.

Circa sei anni dopo, lo abbiamo assassinato. Lui diventò il simbolo del sacrificio di sangue che da lì in poi ha sconvolto il nostro paese, trasformandolo in un mare di sangue sgorgato da una guerra civile, da massacri senza fine tra le comunità senza fine che sono diventati parte della nostra struttura di governo. I leader che si sono succeduti da allora non sono riusciti a porre fine a questa cultura di morte. Oggi, il nostro paese è trafitto dalle tante, acuminate, promesse non mantenute. I sogni di ieri sono diventati i nostri peggiori incubi. Dopo 60 anni, gli spargimenti di sangue sono entrati a far parte della nostra cultura e delle nostre vite. Quindi, come possiamo festeggiare?

Ci sono tante colpe da distribuire. Possiamo incolpare i britannici, i politici, l’esercito ma tutto questo non cambierà niente. È facile dire ora che siamo stati un paese sfortunato. Uno dei nostri presidenti si meravigliò di come un paese che ha subito così tanti colpi possa ancora stare in piedi. Nonostante le nostre immense risorse naturali, dopo 60 anni non possiamo nutrire le nostre comunità, non possiamo garantire la loro sicurezza, viviamo ancora al buio, non possiamo comunicare tra di noi attraverso strade e ferrovie. Ciò che abbiamo ereditato, l’abbiamo depredato, distrutto o gettato via. La nostra nazione è cosparsa di progetti inutili, iniziati e abbandonati negli anni ma tutti pagati. L’arte di governo è ormai un’impresa criminale, invece che un servizio.

Oggi l’attuale presidente Muhammadu Buhari ha voltato le spalle a quasi tutte le promesse chiave che ha fatto al popolo nigeriano durante la sua campagna elettorale. Il nostro paese assomiglia a una pentola a pressione da cui tutti vogliono scappare. Il nepotismo è diventato la nuova ideologia di questo governo. Seguendo questa ideologia, si stima che il presidente abbia affidato l’85% dei ruoli chiave dello Stato a musulmani del nord, assicurando che i suoi uomini tengano salde in pugno le redini del potere nelle aree più importanti della nostra vita nazionale, dall’Assemblea Nazionale alle agenzie di sicurezza!

La Costituzione dice chiaramente che la composizione del governo e delle sue agenzie deve riflettere il carattere federale della Nigeria per promuovere l’unità nazionale. Adottando il nepotismo come ideologia primaria, chiaramente inadeguata per garantire la sicurezza del paese e del popolo, il presidente Buhari viola in modo flagrante la Costituzione sulla quale ha giurato. Oggi il nostro senso di unità nazionale è fortemente sotto minaccia e messo a dura prova.

Il presidente ha costruito un muro di protezione attorno a sé selezionando in modo arbitrario i responsabili della sicurezza in base all’affiliazione etnica e religiosa. La Nigeria non è mai stata così prima del suo arrivo. Il motto della nostra nazione dice: “Unità e fede, pace e progresso”. Oggi dov’è l’unità della Nigeria? Oggi, chi ha fede nella Nigeria? Oggi dove sono pace e progresso?

Alla fine del suo discorso 60 anni fa, il nostro amato primo ministro ringraziò i missionari per il grande lavoro che avevano fatto in Nigeria. Noi come Chiesa siamo ancora qui a fare il nostro dovere, seguendo l’eredità di coloro che ci hanno preceduti. I vescovi cattolici hanno speso gli ultimi quaranta giorni pregando ogni giorno per la fine delle uccisioni. Mentre festeggiamo l’indipendenza oggi, chiedo al presidente di cambiare rotta urgentemente e prestare ascolto alle voci degli amici della Nigeria e del resto del mondo.

Siamo tutti davanti a un dilemma: oggi è la festa della nazione ma come passiamo cantare se il nostro paese è diventato una Babilonia? Dove sono le figlie di Chibok? Dov’è Leah Sharibu? Chi sono gli assassini con ottimi appoggi che hanno invaso la nostra terra e l’hanno resa un lago di sangue? Signor presidente, ricominci da capo prima che sia troppo tardi. Prego per lei che Dio tocchi il suo cuore perché lei possa abbracciare gli ideali di coloro che sono venuti prima di lei. Questa non è la Nigeria che avevano sognato. Confidando in Dio, ma col dolore nel cuore, dico ai nigeriani di restare uniti. Rinnoviamo la nostra fede. La nostra salvezza è più vicina di quando credemmo. Dio benedica la nostra amata patria.