Cos’è la pace in Nigeria, ridotta a tomba a cielo aperto?

La vuota retorica del presidente Buhari e la salda fede di padre Sam Ebute, che seppellisce i parrocchiani uccisi dai jihadisti in Nigeria

 
Padre Sam Ebute prega su una fossa comune in Nigeria, foto ACN

Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari vuole che gli abitanti dello stato di Kaduna imparino «a vivere come fratelli e sorelle, perché senza pace non c’è sviluppo». Lo ha detto lunedì aprendo il summit economico KADInvest 5.0 a Kaduna, elogiando gli sforzi dell’amministrazione capace di attrarre investimenti locali ed esteri ed esortando la popolazione a cooperare con il governo e le agenzie di sicurezza per incanalare le energie verso la costruzione, non la distruzione, della regione.

Durissima la reazione del presidente dell’Associazione cristiana della Nigeria (Can) John Hayab, che nello stesso momento partecipava alla Giornata internazionale della pace presso la Cattedrale metodista di Kaduna. «Pura retorica, non c’è pace senza giustizia», ha tuonato il reverendo sottolineando che non è certo la gente comune a ostacolare la pace. «Rivolga il suo appello al suo governo e ai suoi uomini», ha aggiunto riferendosi ai metodi poco ortodossi di un’amministrazione solita a ricattare i cittadini. «Invece di affrontare il dramma che sta distruggendo le nostre comunità, dice che le persone dovrebbero vivere in pace», ha rincarato Jonathan Asake, presidente della Southern Kaduna Peoples Union (Sokapu), ricordando come il presidente avesse già esortato il popolo dello stato di Benue, nei giorni del massacro dei cristiani, ad essere accogliente con i fulani.

«PIANGIAMO NEL DESERTO»

Lo stato di Kaduna è straziato dai jihadisti. Negli ultimi sette mesi solo nella sua parte meridionale sono stati massacrati 178 cristiani. Vite che vanno a sommarsi alle migliaia falciate in tre anni in stati come Benue, Kebbi, Plateau, Katsina, Nasarawa, Niger, Sokoto, Zamfara, dalle razzie, i rapimenti e gli attacchi implacabili di Boko Haram e affiliati, banditi e criminali, mandriani di etnia fulana che «hanno trasformato tutti noi in vittime»: «La gente del Kaduna meridionale si sente abbandonata dal governo nel suo dolore». Sono le parole usate dai vescovi di Kaduna e inviate ad Aiuto alla Chiesa che soffre il mese scorso: «Oscure nubi di violenza hanno avvolto la nostra terra. Il nostro paese è nella stretta presa del cupo mietitore. Negli ultimi anni, gli autori di questa violenza hanno preso il controllo della terra e hanno messo le nostre forze di sicurezza sulla difensiva».

Cos’è la pace in questa terra insanguinata dal terrorismo islamico, che macella i cristiani reclutando i bambini per la guerra santa, e dall’inettitudine di un presidente la cui appartenenza etnica getta più di un’ombra sulla totale passività con cui affronta l’emergenza dei pastori islamici fulani, i rapimenti di ragazzine, le continue devastazioni, decapitazioni, uccisioni della gente comune a cui è chiesto di «imparare a vivere come fratelli e sorelle»? Cos’è la pace mentre leggiamo i numeri dei crimini commessi in Nigeria che dal 2012 hanno provocato più di 36 mila morti e 2 milioni di sfollati? Benoît de Blanpré, direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre Francia, parla di attacchi ormai quasi quotidiani in tutto il nord del paese: «In questo preciso momento, i cristiani vengono assassinati senza che il governo nigeriano intraprenda azioni efficaci per proteggerli. I nigeriani hanno urgente bisogno del sostegno della comunità internazionale, ma purtroppo abbiamo la sensazione di piangere nel deserto».

PADRE SAM EBUTE SEPPELLISCE I PARROCCHIANI

La pace è un giovane sacerdote con la vanga, i piedi che affondano nella terra brulla con la quale ha ricoperto a luglio i corpi di 21 suoi parrocchiani. Si chiama Sam Ebute, segue la diocesi di Kafanchan, a Kagoro, una delle comunità colpite dagli ultimi attacchi dove guida le attività di promozione e vocazione per la Società delle missioni africane. Del deserto di dolore ha parlato qualche giorno fa ad Acn, la sua testimonianza insieme alla foto che lo ritrae in preghiera su una fossa comune racconta più di qualsiasi numero e appello come si vive oggi, perseguitati, a Kaduna.

«Da quattro anni, da quando sono diventato prete nel 2016, seppellisco regolarmente i fedeli della mia parrocchia», racconta, e per ogni anno ha stampato in cuore e negli occhi il volto delle persone seppellite: quello della donna trucidata coi suoi quattro bambini durante la notte a Tachira, i quattro parrocchiani di Tsonje, i sette ragazzi uccisi alla luce del sole mentre giocavano a calcio a Zunruk. La morte a Kaduna urla sempre prima di abbattersi sul popolo inerme, spari e grida di uomini arrabbiati annunciano l’inizio di un incubo che per molti diventerà l’ultimo: è accaduto così anche la sera inoltrata del 21 luglio scorso nel villaggio di Kukum Daji, dieci minuti di macchina da Kagoro. Si stava svolgendo un raduno di giovani, tutti hanno udito l’orda di banditi riversarsi nelle strade, lo stesso fragore che aveva precipitato Agwala, Doka, Kaura e Zangon Kataf nel terrore: «In meno di due ore, i banditi hanno lasciato a terra 17 giovani morti, per lo più ragazze, mentre quattro sono morti durante il viaggio o una volta giunti in ospedale, per un totale di 21 vittime. Altre 30 sono state gravemente ferite e hanno dovuto ricevere cure negli ospedali di Kafanchan e Kaduna», racconta il sacerdote.

LA PAURA DELL’IGNOTO, LA SPERANZA DELLA CROCE

Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe ricoperto di terra i corpi dei suoi fedeli: «Nelle ultime sette settimane stiamo dando sepoltura senza tregua. I recenti attacchi ci hanno precipitati tutti nel terrore e soprattutto nella paura dell’ignoto perché non sappiamo quando si verificheranno le prossime incursioni o cosa le causerà. Non possiamo praticare la nostra fede in pace e non pensiamo che le nostre abitazioni siano al sicuro». Padre Sam racconta un popolo spaventato nelle proprie case e nelle proprie chiese, terrorizzato a uscire, raggiungere le fattorie e lavorare la terra, tutti temono di poter essere sorpresi e macellati lì, soli e lontani dalla comunità. Difficile per il missionario salvare l’umano, ancorarlo saldamente alla vita mentre tutto, intorno a Kagoro, muore: muoiono i campi, l’agricoltura, il lavoro, restano gli scheletri delle abitazioni date alle fiamme, segni mortiferi di un governo assente e incapace di affrontare la situazione. «questa è per il popolo la cosa più devastante e frustrante da comprendere», «è come se fossimo stati abbandonati a morire per la nostra fede». E difficile è parlare di perdono, «predicare il perdono, la riconciliazione, la pace», è difficile solo anche parlare di amore a persone «a cui è stato strappato tutto, che non ha da vivere e quello che ha potrà essere distrutto in qualsiasi momento».

Eppure la pace somiglia tanto alla guerra combattuta contro la perdita di ogni speranza da questo sacerdote che continua a raccogliere e seppellire i morti, benedire i vivi ed è capace di una sola cosa quando tutto intorno è morte e distruzione: capace di testimonianza, guardare la croce perché «Dio non è morto e ci sta guardando», «il sangue di questi martiri – ed è la fine ma anche l’inizio di ogni testimonianza della fede vissuta nell’inferno nigeriano – non sarà versato invano».