Le opere di Jan Fabre a Sant’Eustorgio, ma non è questa l’arte che serve in una chiesa

La mostra “I Castelli nell’Ora Blu” all’interno della basilica ha richiami cattolici molto deboli: servirebbero opere che trasmettano la letizia dei redenti, non il dubbio dei confusi

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Oggi sono stata in Sant’Eustorgio alla presentazione stampa della mostra dell’artista belga Jan Fabre (classe 1958), dal titolo “I Castelli nell’Ora Blu”. (Tra l’altro pochi giorni fauna decina di ballerini della sua compagnia hanno accusato l’artista, regista, coreografo e performer di molestie sessuali, ma questo non centra).

Ho visto allestite due sue opere “storiche”: nella Cappella Portinari (che dal 2017 ospita opere d’arte contemporanea) c’era una enorme Canoa (del 1991) che ricalca la forma di una canoa africana originale. È fatta con ossa di animali, con sei pagaie di vetro che agli estremi hanno la forma di mani colorate di inchiostro bic blu, posizionata di fronte all’arca marmorea del XIV secolo di Giovanni di Balduccio. Non si capisce il nesso di questo lavoro “vecchio”, per altro già presentato anni fa alla Biennale di Venezia e carico di valenze mortifere (le ossa animali, le mani tratte da calchi umani di un colore scuro come se fossero carbonizzate) in un luogo sacro. L’avrei vista meglio nella cripta della basilica, che in antico era un cimitero o in San Bernardino alle Ossa…

Mi è stato detto dal responsabile dell’arte contemporanea dei Chiostri di Sant’Eustorgio, il restauratore Luciano Formica (che si avvale della consulenza di un comitato per l’arte contemporanea fatto da Giuseppe Frangi, Giovanni Iovane, Gabi Scardi, tutti noti critici e giornalisti) che il simbolo della barca, molto presente nell’arte cristiana, è qui metafora visiva della fragilità dell’uomo e del cristiano. Vabbè, un po’ pochino. In un luogo sacro e cattolico (fino a quando?), dove si adora la presenza reale di Cristo in corpo e sangue, mi sarei aspettata una proposta più vitale, carica di speranza per il futuro, di fede nella rivelazione e nella grazia del Signore, non di dolente meditazione sulla finitezza umana. Per altro molte culture animiste africane vedono nella barca la metafora di un viaggio dopo la morte… per ricordarcelo ci sono altre sedi a disposizione!

Tuttavia il mio sconcerto è giunto al culmine quando anche nella navata sinistra della Basilica – per la prima volta utilizzata come un museo d’arte contemporanea – ho visto esposto un telo di 17 metri di seta artificiale, colorato di blu con la penna bic al tratto, in cui appare un enorme sasso o roccia (omaggio al pittore surrealista René Magritte, belga come Jan Fabre), in cima al quale è edificato un piccolo castello, mentre in basso parrebbe emergere tra i flutti blu un volto umano o forse un teschio. È un lavoro fatto nel 1987 e si intitola “Un Castello nel cielo per René”. Anche qui mi è stato dottamente spiegato, tirando in ballo il saggio di un teologo che verrà pubblicato in catalogo (non ancora a disposizione), che l’artista coglie l’attimo «dell’ora blu, quando la luce fioca non ci permette di riconoscere le cose, è il momento tra la notte e il giorno in cui arriva la luce, per i credenti quella della grazia della fede». In un’ardua arrampicata su gli specchi si vuole intendere la sagoma della roccia su cui è edificata la Chiesa come «la pietra della parola di Dio su cui edificare una vita pienamente cristiana».

A me l’opera è apparsa lugubre e il suo messaggio spirituale – se mai ci fosse – più vicino alla sensibilità di un teosofo o di un cristiano protestante. In una basilica cattolica, invece, vorrei vedere opere d’arte che trasmettano la letizia dei redenti e dei salvati, non il dubbio dei confusi o l’angoscia di chi non ha ancora conosciuto l’amore di Dio. Che cosa aggiunge questa mostra alla nostra fede? Mi aiuta a lodare Dio? Credo che queste semplici linee guida sarebbero da tenere in maggior conto, prima di aprire i nostri luoghi di culto all’arte contemporanea.

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