Lo spread tra Italia e Spagna si è azzerato perché Madrid è intervenuta dove Roma non osa

«Non si esce dalla crisi senza riforme strutturali. Un’idea? Tagliare gli 800 miliardi di spesa pubblica». Parla Andrea Giuricin (Istituto Bruno Leoni)

Finché non metteremo mano ai tagli sulla spesa pubblica e a tutte le altre vere riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno, non ci sarà via d’uscita dalla crisi. Al massimo si potrà prendere tempo con interventi che però non cambieranno nulla. Ne è convinto Andrea Giuricin, ricercatore presso l’Università Bicocca di Milano e l’Istituto Bruno Leoni, che a tempi.it spiega come mai lo spread tra i titoli decennali spagnoli, i Bonos, e i Btp italiani si è ridotto praticamente a zero. Mentre lo spread Btp-Bund rimane alto (256 punti base), come pure quello tra Bonos e Bund.

Giuricin, come interpreta i segnali dei mercati?
Le variabili sull’asse tra Roma e Madrid testimoniano che l’Italia e la Spagna hanno ormai raggiunto lo stesso livello di stabilità economico-finanziaria. Ma non si tratta di una situazione tranquilla per i due paesi più grandi e problematici della zona euro, perché il differenziale dal Bund tedesco rimane per entrambi molto elevato. Fino a che non si terranno le elezioni in Germania, sarà sempre troppo presto per poter dire qualcosa di certo sulle sorti della crisi dell’euro e il futuro della moneta unica nei paesi dell’Unione Europea.

L’Italia è più in difficoltà della Spagna?
In Italia la crisi è più dura per quanto riguarda il Pil. La Spagna, invece, ha un altro grave problema: la disoccupazione, che ancora non è scesa sotto il 27 per cento e che sarà difficile portare al di sotto del 20 per cento entro il 2018. In Spagna, però, il governo almeno è intervenuto sul fronte delle riforme strutturali, mentre in Italia non ancora. Fatta eccezione per la riforma Fornero, che – piaccia o meno – finora è stata l’unica vera riforma strutturale.

Cos’ha fatto Rajoy che Monti prima e Letta poi invece non hanno realizzato?
La Spagna ha cercato di agire sul mercato del lavoro introducendo maggiore flessibilità ed è intervenuta rifinanziando in parte il deficit del settore elettrico legato al gap tra costi ed entrate tariffarie delle imprese. Maggiori poi sono state le liberalizzazioni, che da noi sono rimaste lettera morta. Ma non è facile rimettere in moto l’economia spagnola in una situazione così disastrosa sul fronte dell’occupazione. I risultati inoltre si vedranno non prima di cinque o dieci anni. Non è legittimo attenderli nel giro di sei mesi o un anno.

In Italia ci sono segnali di ripresa o la crisi sarà ancora lunga?
L’unico dato incontrovertibile è che il primo semestre dell’anno è stato un semestre di recessione. E così sarà per tutto il 2013, con il Pil che dovrebbe calare a fine anno dell’1,9 per cento, più di quanto il governo aveva inizialmente previsto. Il che sarà un problema perché, se cala il Pil, sarà più difficile rispettare l’obiettivo di mantenere il rapporto tra deficit e Pil entro il 3 per cento, con il rischio di incappare in un’ulteriore procedura di infrazione.

Cosa si può fare per evitarlo?
Ridurre le spese o aumentare le tasse. Personalmente penso che ridurre le spese sia la soluzione migliore. Ma abbiamo assistito tutti alle difficoltà incontrate nel dibattito sull’abolizione dell’Imu: e dire che si parlava di appena 3 miliardi euro, una cifra che non conta nulla. Sarebbe molto meglio, invece, intervenire sugli 800 miliardi di euro di spesa pubblica. Quella sì che sarebbe una vera riforma strutturale.