Italia, 40 mila neonati in meno in tre anni. «Ma i figli sono investimento “pubblico” da promuovere e tutelare»

I dati Istat sulla fecondità nel paese confermano la tendenza alla denatalità. I commenti di Belletti (Forum associazioni familiari) e del demografo Blangiardo

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Il rapporto annuale sulla natalità e fecondità in Italia presentato ieri dall’Istat conferma in modo sconsolante la crisi demografica del nostro paese. Nell’anno di riferimento dell’indagine, il 2012, sono nati in Italia 534.186 bambini, 12 mila in meno rispetto al 2011. Ma è, appunto, solo la conferma di un andazzo: dal 2009 le nascite sono infatti diminuite di 42 mila unità (54 mila se si considerano esclusivamente i figli di genitori entrambi italiani).

STRANIERI MENO PROLIFICI. Anche gli stranieri residenti qui, ormai, pur essendo ancora più prolifici degli italiani, contribuiscono sempre meno a “mitigare” le cifre di questo tracollo. I figli nati da coppie straniere nel 2012 sono stati 80 mila (15 per cento del totale), ovvero 2.800 in più rispetto al 2009; quelli di coppie miste 107 mila (20,1 per cento del totale). Tuttavia il tasso di fecondità degli immigrati, pari nel 2012 a 2,37 figli per donna, cioè quasi il doppio di quello degli italiani (1,29), sta diminuendo: nel 2008 infatti era di 2,65 figli per donna.

«NESSUN IMPEGNO DEL GOVERNO». In una intervista ad Avvenire Francesco Belletti, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, osserva che i dati dell’Istat sono «indice di una grande paura del futuro». Ma sono anche la conseguenza della disattenzione dello Stato verso le famiglie. Nella legge di stabilità, spiega Belletti, «c’è forse qualcosa per le famiglie povere, ma nessun impegno concreto per una vera promozione della famiglia con figli». E il fatto che il tasso di fecondità diminuisca anche per le donne immigrate dimostra che ormai «l’Italia non è un paese per bambini»: perfino chi arriva nel nostro paese forte di una cultura aperta alla vita sempre più spesso «si trova nell’impossibilità di continuare a vivere secondo questo stile», dice Belletti.

ADDIO WELFARE. Del rapporto Istat sulla natalità in Italia si occupa anche, sempre su Avvenire, Gian Carlo Blangiardo, professore di Demografia nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Milano. La rilevazione dell’istituto di statistica, scrive Blangiardo nel suo editoriale, «racconta il déjà vu di un Paese che non riesce a invertire la tendenza al ribasso. Una dinamica che ci ha portato a registrare nel 2012 il secondo peggior risultato in 152 anni di unità nazionale: solo nel 1995, ma con tre milioni di abitanti in meno, avevamo fatto di peggio». E questo non può essere un motivo di soddisfazione per nessuno, nemmeno per i più convinti sostenitori della cultura anti-natalista: «Chi si prenderà cura, o meglio, chi procurerà le risorse umane e materiali per fronteggiare l’inevitabile crescita della popolazione anziana che va prospettandosi?», domanda il demografo.

STATO DI ABBANDONO. Lo Stato sociale è destinato al collasso senza un adeguato equilibrio tra le generazioni. Spiega Blangiardo: «Le nuove generazioni dovrebbero entrare a far parte della popolazione secondo flussi di nascite numericamente adeguati. Vale a dire, secondo numeri ben superiori a quelli cui ci stiamo abituando e che ormai sembrano non fare più notizia». Per giunta i dati attestano che «non ci si può neppure illudere, come si è fatto per anni, che l’immigrazione compensi pienamente le carenze – ad esempio nel mercato del lavoro – o che le famiglie immigrate riempiano le culle lasciate vuote dagli italiani». Se è vero che «persino le autorità cinesi stanno lentamente cambiando rotta» e stanno smontando la famigerata legge sul figlio unico, allora anche l’Italia deve finalmente rendersi conto che «le nascite sono il mezzo con cui una popolazione costruisce e garantisce il suo futuro». Occorre interrompere lo «stato di abbandono in cui vengono lasciate le famiglie sul fronte del fisco, del welfare e dello stesso clima amichevole di contorno». I bambini, conclude Blangiardo, non sono solo «un bene da colmare di attenzione e affetto»: sono un vero e proprio «investimento “pubblico” che va adeguatamente promosso e tutelato».

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