Isis. Germania, Austria e Belgio fanno i conti con l’estremismo islamico coltivato in casa

Berlino aiutava i terroristi a espatriare, ora li blocca. L’Austria vuole cambiare la sua legge “modello” sull’islam, vietando i finanziamenti dall’estero. Ad Anversa è partito il primo grande processo a militanti belgi di Isis

Sono musulmani, nati in Europa, cresciuti nelle grandi città e molti di loro hanno meno di trent’anni, i tremila cittadini dell’Unione Europea arruolatisi in Siria e in Iraq nell’esercito dello Stato Islamico. Da quando l’Isis ha travalicato i confini con l’Iraq è stato chiaro a tutti i paesi europei che i militanti islamici espatriati e mandati a combattere contro Assad, sarebbero diventati un pericolo per la propria sicurezza. A una settimana dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che impegna i paesi membri a evitare le trasferte dei potenziali jihadisti, le nazioni più “multi-culturaliste” stanno cercando di affrontare il problema.

LA GERMANIA E IL TURISMO TERRORISTICO. Un’inchiesta della televisione pubblica tedesca ha rivelato che la Germania per quattro anni ha sponsorizzato l’espatrio dei potenziali terroristi. Quasi 450 tedeschi si trovano nelle file di Isis. Buona parte di loro è stata incoraggiata, e in alcuni casi aiutata, ad espatriare, dallo Stato tedesco. Lo ha rivelato il responsabile del dipartimento anti-terrorismo in Baviera, Ludwig Schierghofer. «Se qualcuno si era radicalizzato e voleva lasciare il paese, cercavamo di farlo partire, o addirittura di accelerare la sua partenza con mezzi legali», ha confessato. La pratica, ha spiegato, è andata avanti dal 2009 fino alla fine del 2013 «quando divenne evidente che la politica stava aiutando gruppi terroristici come lo “Stato islamico”». Ora, il ministero dell’Interno ha cambiato strategia e cerca di impedirne la partenza. La Germania ha già inviato le prime armi ai Peshmerga curdi.

LEGGE AUSTRIACA. Dall’Austria per la Siria sarebbero partiti circa 140 estremisti. Per rispondere al fenomeno, a due anni dal centenario della legge “modello” sull’islam, il parlamento austriaco è pronto a revisionarla. A Vienna si sta discutendo da una settimana di un progetto di modifica che vieti agli imam e alle associazioni islamiche i finanziamenti dalla estero e obblighi all’adozione di un’unica versione standard in lingua tedesca del Corano. La legge serve a prevenire l’estremismo, contrastando l’ingerenza di alcune nazioni (Turchia, soprattutto). Saranno infatti vietati anche i sussidi esteri per gli imam, 65 su 300 dei quali, attualmente sono stipendiati dalla Turchia.

PROCESSO AD ANVERSA. In Belgio è iniziato lunedì il primo grande processo ai militanti dell’Isis con passaporto europeo. Ne ha parlato giovedì Francesca Paci, inviata de La Stampa. «Da Anversa – scrive Paci – sono partiti 75 dei 400 volontari belgi arruolatisi dopo il 2012 con i qaedisti di ultima generazione». Molti di loro (non solo in Belgio) sono ragazzi di strada, abitanti del ghetto islamico di Anversa, dove si registra il 40 per cento di disoccupazione. Vengono reclutati dai salafiti di “Sharia4Belgium”, un gruppo estremistico fondato nel 2010 e ufficialmente sciolto nel 2012, ma che ancora agisce sul territorio.
L’estremismo è radicato tra case popolari, palazzoni. Qui spiega Hicham El Mzairh, consigliere comunale di sinistra e portavoce della comunità marocchina, su La Stampa, gli estremisti hanno gioco facile sui ragazzi: «I predicatori di S4B e i salafiti tkfiri hanno meno di 40 anni, conoscono le lingue, sanno usare la cultura urbana come il rap, dominano il web e comunicano facilmente con chi ha 14 anni, sa poco di Corano e ha tanti problemi sociali».

PROBLEMI SOCIALI. La gente del posto tende a giustificare i combattenti del Califfo. «Sono esclusi sociali», secondo, la titolare praghese del ristorante marocchino Sindab, nel cuore del ghetto islamico: «Sanno poco di vita e di religione, figurarsi di Assad». La titolare ha detto di aspettarsi che molti altri che frequentano il suo ritrovo si radicalizzino e vadano in Siria. «C’è chi va in Siria per avventurismo – prosegue Paci – come il 19enne Jejoen Bontinck e torna col padre che, dopo essere andato a riprenderselo, spera di ammorbidire i giudici con l’ingenuità del figlio». «C’è pure Ahmed dihaj in fuga dalla polizia, il 22enne epilettico Elouassaki, il rapper di ricca famiglia Feisal Yamoun, c’è Michael Delefortie, 26 anni, rientrato dopo poche settimane di trincea siriana perché, spiega fuori dal tribunale, “non volevo uccidere musulmani, ma non cambio idea e non denuncio i compagni”».
Quello che teme l’intelligence belga è che fra questi ragazzi – per quanto manipolati, ingenui, esclusi socialmente – ci sia anche qualche emulatore di Mehdi Nemmouche, il ventinovenne franco-algerino, che dopo un anno di guerra in Siria, tornò in Europa e a maggio sparò a quattro persone nel museo ebraico di Bruxelles.