Inside Out. La rivincita dei colori sul grigiore della vita

Che soddisfazione, in un mondo che ha ucciso le emozioni con la mania del “controllo”, vederle non controllate ma (veramente) liberate

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Chissà perché il mio amico Luigi Amicone mi ha chiesto se avevo per caso voglia di venire a vedere questo Inside Out. Certo che ho voglia! Mi serviva solo una scusa decente per scaraventarmi fuori casa dopo una giornata difficile. A renderla tale non era la condivisione del dolore degli altri, sempre un grandissimo dono, ma la fatica a sbrogliare il gusto dell’intorcinamento mentale, l’idolatria dei concetti astratti (povere approssimazioni, le chiamava Jung), la devozione agli slogan di massa di moda in quel momento. Quindi benvenuto Inside Out. Ed eccomi al “Colosseo”, il vecchio cinema sotto casa dove mi bevevo da ragazzino le visioni del vecchio Walt Disney, le sue primavere con la natura che si risveglia dopo la neve, i coniglietti con le noci, e tutto il resto. Dopo di lui di cartoni animati non ho più voluto vedere niente, ho smesso circa mezzo secolo fa, quando hanno cominciato a metterci uomini e donne vere o quasi, con giacca e cravatta, gonne. Non ho retto la fine dell’Incanto.

Vorrei dunque sognare, un po’. Qui, in fondo a paesaggi molto disneyani, cielo boschi verdissimi e il mare sotto, ecco in mezzo alle acque il Vulcano (scusate, quasi nessuno ne ha detto niente, non fa notizia, ma non per me). Un vecchio vulcano rugosissimo e bonario, dall’aria sognante, che inaspettatamente si mette a cantare: «La cosa che sogno di più/ è che accanto a me/ ci sia anche tu». Perché la vita è andata via senza nemmeno una vulcanina, e lui, prima di sprofondare negli abissi, proprio quella vorrebbe. Capite? In piena fabbrica dei divorzi, singleness, gender e quant’altro, il decrepito vulcano vuole la vulcanina! Che però pare proprio non ci sia. Il vecchio canta tra le rughe, ma non succede niente. O così pare. Invece, in fondo al mare… c’è lei, la Vulcanina (davvero carina, anche se per ora parecchio sommersa). Che ha ascoltato tutto e dopo… Non sto a tediarvi. Ma il vecchio in poltrona, cioè io, è già conquistato. Niente scemenze cervellotiche, c’è quel che conta. L’amore, la morte, il maschile, il femminile, il bosco, il cielo, il mare. Cinismo zero, sentimenti a mille. La vita presente eccome. E in tempi di provette e brevetti di esseri umani, va già molto bene. Sono a posto.

Non è la solita roba americana
Arriva Inside Out. Tutti vi hanno già raccontato quanto sia forte l’undicenne Riley, positiva la sua mamma, simpatico il suo svagato papà. Il quale è un vero eroe in confronto al papà medio di qualsiasi produzione americana. Anche se a un certo punto una delle emozioni che cercano di nutrire la vita di Riley guardandolo esploderà: «Oddio, ha di nuovo quell’espressione ebete». Ma è proprio la parte del bravo padre, quella di andare più piano delle emozioni. Effettivamente, però, è vero che i protagonisti del film sono soprattutto loro, le emozioni, che dalla loro consolle/quartier generale cercano (non mi sembra neppure con gran successo), di “controllare” la vita di Riley. Che, come gran parte delle undicenni davvero forti, fa moltissimo per conto suo. Dunque, le emozioni: Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto, Rabbia. Può sembrare la solita roba americana di consumo, zero sentimento, niente pensiero, comandano le emozioni. E quando un’undici-dodicenne ha fame si fa di McDonald’s e siamo fritti come le sue discutibili patatine.

Non direi che siamo da quelle parti. Anch’io a suo tempo (anni ’90 e oltre) mi sono profondamente annoiato per lo straparlare psicologico di “intelligenza emotiva”, finalizzata a “controllare le emozioni” e “sviluppare competenze” (naturalmente sempre emotive), a fine di aumenti di stipendio. Ero anche preoccupato, perché pensavo: se si continua a vederle così, per controllarle e “sviluppare competenze”, va a finire che le emozioni si ammalano, poverette. Infatti. Secondo me – e secondo la maggior parte dei colleghi che con me lavorano – il guaio oggi non è lo strapotere delle emozioni, ma il fatto che non ci siano quasi più. Nessuno che prenda a pugni un tavolo come fa Rabbia (rosso, basso e inquartato, grande casinista), o che sia gioiosamente pazzoide come Gioia, radicalmente pessimista come Paura (che a un certo punto esclama: «Ottimo, oggi non siamo morti»), schifato come Disgusto davanti al broccolo, esausto e contagiosamente melanconico come Tristezza (che quando tocca un bel ricordo, lo rompe). Tutti neutri, beneducati, che non si capisce cosa pensino. Un vero guaio, anche per la psiche. Che senza emozioni si spegne.

Onore alla Selva
Per Riley infatti (e nel film lo si vede benissimo) il guaio è quando rischiano di spegnersi le emozioni. Quando lei, per opportunismo, convenienza, condiscendenza (anche verso papà e mamma), non dice la verità. Cerca di stare al gioco di Gioia e di “pensare positivo” perché è così che si fa, ma poi si sente morire. Solo quando Gioia capisce che non ha più cartucce e deve lasciar fare alla disfattista Tristezza la sua parte (decisiva nell’adolescenza), le cose vanno a posto. Ed è toccante, e molto psicologico (nel senso forte di un sapere con aspetti anche molto deboli), che tutto accada attraverso fatti, eventi, immagini, niente ragionamenti. In compenso molte battute fulminanti più di noti trattati, tipo: «Le emozioni non possono squagliarsela»; oppure: «Il subconscio… dove portano tutti i piantagrane»; o anche: «Addio amicizia, benvenuta solitudine», che naturalmente è un impietoso commento di Tristezza.

Il finale, poi, è quello dei miei libri più cari. Non si può mollare il Mondo Selvatico, dove parlano gli istinti e la creazione (qui il Minnesota), per la Civilizzazione di maniera (qui San Francisco, che in realtà è bellissima, tra oceano e boschi di sequoie, ma fa niente). Si onori la selva e anche le emozioni funzioneranno senza fare troppo casino. Ciao Luigi!

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