Il virus, le brioches e il “dono di ogni respiro”. Cosa succede al Sacco di Milano

Amedeo Capetti, virologo dell’ospedale milanese, racconta la sua giornata tra malati, ricercatori e una “colazione con dedica”

Il «Alla mattina mi sveglio e ringrazio il Signore, poi prego per gli amici». Amedeo Capetti è un infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano e consulente presso l’Organizzazione mondiale della sanità. Fino a ieri si occupava prevalentemente di malati di Aids (è un esperto di terapia antiretrovirale e ha in cura 650 pazienti sieropositivi per Hiv), ma ora la sua vita, come quella dell’ospedale milanese, è stata stravolta dall’emergenza coronavirus. Capetti, di cui nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un video a cura dell’associazione Medicina&persona, è cattolico e non lo nasconde, ma è di quel genere di cattolici dotati di una fede semplice, che si comunica con gesti e parole essenziali, chiari, decisi.

«Quando arrivo in ospedale vado in cappella, che è sempre aperta, e faccio la comunione. Poi vado al bar e compro un po’ di brioches per i pazienti. Con un pennarello scrivo sopra le confezioni un messaggio, una frase del Vangelo o di una canzone. Stamattina, ad esempio, ho riportato un verso di una canzone di Claudio Chieffo: “Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente”. Poi le consegno agli infermieri perché le portino ai malati. È un gesto che a volte faccio con una certa goffaggine e imbarazzo, ma con cui cerco di comunicare un po’ d’affetto e di vicinanza. In una situazione come l’attuale, è importante».

L’importanza dei caschi

L’ospedale è diventato uno dei fronti più caldi nella lotta alla diffusione del virus. Come ha raccontato a tempi.it il cappellano don Giovanni Musazzi «il Sacco è irriconoscibile, è stato trasformato in un ospedale d’emergenza. Medici e infermieri fanno sacrifici incredibili». Capetti è fra questi e, dopo la distribuzione delle brioches, la sua giornata prosegue con la riunione delle 8 «in cui coi colleghi ci dividiamo i compiti e iniziamo il processo di vestizione per proteggerci da questo nemico invisibile. Ci si confronta molto su come intervenire e l’apporto dei rianimatori è indispensabile. Sono loro che ci aiutano a comprendere come utilizzare bene i caschi per la respirazione. Sono apparecchiature che, fino a ieri, si usavano poco, o comunque solo in una fase molto avanzata della malattia, mentre ora sono strumenti imprescindibili, di cui anche i meno avvezzi devono avere cognizione di causa».

Ogni istante, un imprevisto

Anche per il suo ruolo all’interno dell’Oms, Capetti svolge un paio di volte alla settimana delle call conference con esperti di altri paesi. «La giornata è contrassegnata da continui imprevisti, istante per istante cambia il panorama e le nostre priorità. Ma questo lavoro di ricerca e di confronto è fondamentale. Grazie a un ricercatore che opera da casa, stiamo studiando questo virus sconosciuto e la trasfusione del plasma da pazienti convalescenti a pazienti in situazione critica». A volte, ammette Capetti con buona dose di umiltà, «sono proprio stravolto, arrivo a sera con le energie al lumicino, altro che supereroe. Per fortuna si è creata una certa sintonia con i colleghi e con altri ricercatori e questo continuo confronto aiuta a sopportare la fatica, non a eliminarla, ma a sopportarla sì. Adesso abbiamo un gran bisogno di rianimatori e di strumentazione perché vorremmo aprire un altro reparto. E poi, insisto, dobbiamo andare avanti con la ricerca, evitando il più possibile personalismi e gelosie che in queste ore non possiamo permetterci. Anche perché ci troviamo spesso davanti a interrogativi drammatici e impegnativi».

Un quotidiano vorticoso

Ecco, le domande. In uno dei rari momenti liberi, Capetti ha sentito l’urgenza di scrivere una lettera al Foglio, una “lettera dalla trincea” come è stata definita, in cui ha narrato il suo tragitto da casa all’ospedale e di un certo sgomento nel constatare la distanza tra un mondo “di fuori” che esorcizza la paura ripetendosi che “ce la faremo” e il mondo “dentro” le corsie d’ospedale dove si lotta a mani nude contro il Covid-19. Eppure, inaspettatamente, è proprio in trincea che è scomparso il lamento: tutto s’è fatto essenziale, fin quasi brutale nella sua palmare epifania. È «l’esperienza di aprire gli occhi e accorgersi che nulla è più scontato – ha scritto nella sua lettera -. Ossia che tutto è dono, dal risveglio del mattino, dal saluto ai propri cari a ogni piccola piega di un quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri come me è diventato, se mai era pensabile, più vorticoso di prima».

Tutte quelle domande che ci facciamo

«Io sono quasi infastidito da una certa “mitizzazione” con cui è presentato il lavoro di medici e infermieri», spiega a Tempi. «Capisco che possa essere la reazione di un paese che, in questo momento, ha bisogno d’eroi e di certezze, ma io vorrei, invece, provare a comunicare, almeno a livello di domande e interrogativi, qualcosa di diverso». E cioè? «Vede, tra i tanti imprevisti di una giornata, ci sono gli sms. Ne ricevo moltissimi. Alcuni d’incoraggiamento, altri drammatici, di gente che ha i sintomi e chiede come debba comportarsi. A ognuno di questi è importante rispondere, perché una quarantena fatta male può essere inutile. Ma quel che sto cercando di dire è che la situazione attuale ha fatto scattare in tutti noi moltissime domande e che a ogni domanda posta con insistenza, noi dobbiamo rispondere».

Sul Foglio ne ha elencate alcune: «Qual è, al fondo, l’origine di tutto ciò? Perché improvvisamente i nostri occhi si sono aperti e abbiamo iniziato a intravedere il fondo reale delle cose? Dove ci può portare questa esperienza? Dove ritrovare questo sguardo così umano gli uni verso gli altri che in questi giorni vediamo in tante situazioni? Chi ci può aiutare?».

Prosegue Capetti: «Ci sono quelle lì, che vanno al fondo della questione. Ma intendo proprio ogni domanda, anche la più banale e consueta di chi chiede “come stai?”. Perché in ogni domanda c’è una richiesta d’aiuto e di compagnia. Si tratta di capire di che stoffa è fatta questa compagnia che possiamo farci l’un l’altro».

Guarda come siamo conciati

Nella lettera al Foglio, il nostro medico ha scritto che c’è «una ricchezza, una grazia, una nuova consapevolezza» che sta emergendo nelle corsie intasate degli ospedali: «La partecipazione al dramma dei pazienti sta diventando preghiera».

«Non voglio fare il mistico – spiega a Tempi -, ma questa situazione ci sta costringendo tutti a guardare quel che accade in maniera nuova. “Non siamo padroni nemmeno di ogni nostro respiro” è una frase che se lei avesse sott’occhio i malati come me, capirebbe che è letteralmente vera, drammaticamente vera, tragicamente vera, in certi istanti». Dunque, che fare? «L’altro giorno una collega mi ha detto con tono fatalistico: “Non ci resta che pregare”, come a dire che siamo messi proprio male, “Amedeo, guarda come siamo conciati”, siamo all’ultima risorsa disponibile prima della resa e della capitolazione. Ma io le ho risposto: “Pensa invece al fatto che prima ci illudevamo che tutto fosse in mano nostra e invece adesso vediamo con più chiarezza che possiamo poco e che quel poco che abbiamo ci è stato donato, in ogni istante, come un respiro. Pregare, per me, è riconoscere il dono di ogni respiro».

Quindi, che fa il dottor Capetti a fine giornata? «Anche se sono esausto passo a salutare tutti. Spesso i pazienti li posso vedere solo attraverso il vetro, ci tamburello sopra e faccio un cenno». E domani? «Che domande… domani altro giro di brioches, ovviamente».

Foto Ansa