Liberaci dai cuori per Fiammetta tra le capre e Camilla tra le pentole

La stampa in brodo di giuggiole per l’infermiera che accarezza il bimbo col Covid, la scolara in dad in Val di Sole, la ristoratrice disperata. Dalle storie e i giudizi alle foto-simbolo e gli storytelling, che pecionata il giornalismo ridotto a Instagram

Fiammetta, 10 anni, segue la didattica a distanza dai pascoli della Val di Sole

Ma guarda tu Fiammetta tra i cardi e i campanacci, Fiammetta che fa la dad tra 350 capre, a mille metri, «in mezzo alla natura e agli animali», «Fiammetta sui monti», «la nuova Heidi», «la scuola in alta quota», «il pascolo diventa un’aula di scuola», «il vento le gira le pagine», «non tutto è perduto, anzi: “Qui Fiammetta può avere la mente libera quanto vuole”», «ci sia da esempio».

Fiammetta e la dad in mezzo alle capre

Da quando i giornali hanno smesso di spiegare le cose come stanno e iniziato a impartire lezioni faciline tutte sentimento e fondo intimidatorio sul coronavirus, non c’è settimana senza photo opportunity. Accade così che il bello scatto e la bella storia di una scolara di dieci anni che vive in Trentino – costretta, con la scuola chiusa e la mamma al lavoro, a seguire il papà pastore in Val di Sole e da lì fare la dad – vengano arruolati in uno strampalato storytelling sulla scuola sostenibile e possibile in solitudine tra l’erbetta e i cardi, le caprette al posto dei compagni, il rapporto con la maestra appeso all’hotspot.

Fiammetta e la lezione di resilienza

Perché in Val di Sole c’è «verde», «aria pulita», «ispirazione», e fa niente se ascoltando i tiggì che l’hanno raggiunta sull’alpeggio non si capisca un’acca delle parole della bambina, seduta a un tavolino col sole che batte sul portatile, sovrastate dal rumore di centinaia di campanacci di capra: la sua immagine «commuove il web», ci sono «natura e animali», addirittura c’è la morale per grandi e piccoli lassisti borghesi a casa con la connessione superveloce: «Fiammetta è la Heidi del lockdown. Tecnologica e antica. Anzi, come si dice oggi, “resiliente”. La sua storia, cari lettori, ci serva di lezione», scrive l’Adige. Se infatti voialtri collegati alla peggio da sgabuzzini, stendini, antibagni, «pensate che fare la dad a casa sia dura, guardate questa fotografia», «il banco in mezzo ai prati, la connessione via telefonino e un portatile per studiare. Senza lamentarsi».

La carezza dell’infermiera al bimbo col Covid

Che una foto che strizza l’occhio alla scuola-natura e alla nuova religione della resilienza non possa essere di esempio e nemmeno di conforto per la quasi totalità dei bambini alle prese con la dad (e per alcuni in particolare) è del tutto irrilevante. Conta lo scatto, il cuoricino sgranato sui social dei giornali: l’apice dello storytelling, quando non non servono più parole o giudizi ma solo reazioni e cuoricini lo abbiamo raggiunto con la “foto simbolo” successiva: «La carezza dell’infermiera al bambino malato di Covid», dalla Stampa a Repubblica , dall‘Huffpost al Resto del Carlino è stato tutto un «quella foto ci ha fatto commuovere tutti», «emoziona il web», «è già un simbolo», «ha immortalato uno dei momenti della lotta contro il Covid». La lotta contro il Covid?

L’infermiera che ha scattato la foto simbolo

La foto mostra il piccolo Matteo Maurizio di sette mesi ricoverato in rianimazione ad Ancona per un delicato intervento e risultato positivo al coronavirus: in assenza della mamma, leggiamo anch’essa positiva e in quarantena, ha cercato di calmare il suo pianto una infermiera giustamente bardata come gli scienziati del governo di E.T. l’extraterrestre, tuta, guanti, maschera, scafandro. La foto, pubblicata dal Carlino e seguita dalle interviste della mamma e del «protagonista principale» di quello scatto, ovvero la anestesista che «ha scattato quella foto», è diventata un simbolo di «quanta professionalità, forza, resilienza e speranza c’è dietro al singolo lavoro degli operatori sanitari», che «combattono con una straordinaria abnegazione», «sacrificando le loro vite per salvare le nostre», «esempio di umanità al quale possiamo aggrapparci», scrive Di-Lei, il magazine delle donne fatto dalle donne.

Il lato grottesco della pandemia

Posto che sarebbe ben disumano negare una carezza a un bambino separato dalla mamma in rianimazione e che una carezza a un piccolo positivo non dovrebbe essere una notizia ma – si spera – un gesto di affetto scontato, quello scatto non dovrebbe piuttosto interrogarci sul lato grottesco della pandemia, mostrandoci un bambino senza mamma e trattato come un piccolo pestilente tanto da rendere “epica” una carezza allungata verso di lui da mani protette da una inquietante armatura di plastica?

Il Corriere spande cuori come Instagram

E lasciando perdere il magazine delle donne scritto dalle donne, non è il caso di chiedersi quale epidemia di ormoni e adolescenza stia affliggendo il Corriere della Sera che per rendere ancora tutto più petaloso rilancia la foto di Matteo Maurizio e infermiera con un cuoricino? Un cuoricino per Matteo in rianimazione, uno per rilanciare gli scatti di Fedez e Chiara Ferragni con la secondogenita appena nata tra le braccia, uno per i due sposi australiani che riescono a convolare nonostante l’alluvione, uno per Ibrahimovic che piange per i figli lontani, uno per Gianni Morandi ricoverato al Centro grandi ustionati di Cesena… È normale che il più grande quotidiano nazionale comunichi come fragolina86 di Instagram?

Standing ovation di Repubblica per la disperazione della ristoratrice

Non che vada meglio dalla parti di Repubblica, dove è scoppiata l’incredibile – ma incredibile davvero – standing ovation per la foto della povera ristoratrice Camilla Moccia, rannicchiata tra le pentole nel suo bistrot a Ostia flagellato dalle chiusure, e rilanciata col titolone “Il coraggio di mostrarsi disperati”. Scrive Stefano Massini della foto che «osa metterci davanti all’emozione più rimossa, la disperazione», qualcosa che «la Chiesa medievale arrivò perfino a inserire fra i peccati capitali» e a cui ci siamo sempre creduti «impermeabili», «ma stavolta no, stavolta facciamo i conti con una foto che è come il Calvario senza alcuna garantita Resurrezione al terzo giorno, e come tale è una spudorata istantanea sullo scoramento, lo sgomento, la prostrazione, scegliete voi il sinonimo per evitare di pronunciare il tabù della disperazione».

La foto virale contro i pregiudizi sulla disperazione

E via così, un crescendo di allegorie culminate nell’estasi:

«Ecco, la potenza icastica di questa foto si sprigiona proprio qui, dal suo racconto concentrato di un venir meno di soluzioni, di un susseguirsi di illusioni e puntuali delusioni, annunciati chiarori convertiti in ennesimi tunnel, rimandando sempre in avanti l’ora x di una ormai poco credibile ripresa. Ed è un segno forte se un’immagine così drammatica diventa virale, perché conferma che la disperazione non viene percepita più come un’eccezione patologica o come il binario morto di un singolo individuo, ma come atmosfera emotiva predominante. Sono i giorni della disperazione, gente, si abbia il coraggio di dirlo».

Da Fiammetta tra le capre a Camilla tra le pentole

Grande Camilla, insomma, che con la sua Via Crucis tra le pentole e le manopole del gas ci insegna ad abbattere i pregiudizi sulla disperazione: tutto grazie a un click che Repubblica incorona «simbolo della atmosfera emotiva che stiamo rivivendo».

E così, di simbolo in simbolo, di tenerezza in cuoricino, di corona alla pastorella in corona all’anestesista scatta-foto o alla ristoratrice disperata, una lezione di resilienza, abnegazione, umanità, disperazione e calvario i giornali ce l’hanno data anche oggi. Anzi, “oggi ❤️”.

Foto Ansa