«Il Sacco è irriconoscibile, i medici sono straordinari. E io li aiuto»

Intervista a don Giovanni Musazzi, cappellano del Sacco a Milano, in prima linea contro il coronavirus: «Anch’io metto il camice per portare i sacramenti agli infetti»

«Il Sacco è irriconoscibile, è stato trasformato in un ospedale d’emergenza. Medici e infermieri fanno sacrifici incredibili e io li sostengo come posso. Qui tra le corsie si capisce subito che il coronavirus non è un gioco né il pretesto per un hashtag simpatico». In prima fila a fronteggiare l’epidemia in uno degli ospedali più importanti e specializzati di Milano non ci sono solo dottori, infermieri e ausiliari. C’è anche don Giovanni Musazzi, cappellano del Sacco dal novembre 2018 (insieme a don Mauro Carnelli), che combatte la sua battaglia quotidiana per alimentare fede e speranza anche nei reparti “off limits” a causa del contagio. «Questo virus ci mette davvero alla prova e ha spazzato via il feticcio tutto milanese dell’agenda e dell’efficienza», dichiara a tempi.it il sacerdote della Fraternità San Carlo.

Qual è la situazione al Sacco in queste settimane di emergenza?
L’ospedale è irriconoscibile. Quasi tutti i reparti sono stati riconvertiti per accogliere i pazienti affetti da coronavirus. C’è la zona degli infettivi, con i malati più gravi, e quella degli isolamenti e delle quarantene. Per fortuna che il personale è incredibile, qui ci sono professionisti che fanno enormi sacrifici. Altro che malasanità.

I medici riescono a reggere il carico di lavoro?
A fatica: i turni sono di 12-13 ore, il giorno libero praticamente non esiste più, le ferie sono state revocate. Eppure nessuno si lamenta, c’è un grande senso del dovere e di abnegazione. Alcuni non tornano neanche a casa, per paura di infettare le famiglie, e dormono in albergo. Altri hanno allontanato i parenti perché il rischio di contagio è possibile. Altri ancora fanno appena a tempo a giocare un po’ con i figli, a dormire qualche ora e poi sono di nuovo qua all’alba.

Il personale ospedaliero non ha mai sottovalutato la pericolosità del virus?
Vista “da dentro” la reazione della società è stata di incredibile stupidità e superficialità. Soprattutto la prima o la seconda settimana, ora invece mi sembra che tutti comincino a capire quanto è seria questa epidemia. Prima era solo un gioco di battute su Facebook e di hashtag, ora non è più così. Ma qui non c’è mai stato il tempo per queste cose.

Come si svolge in queste settimane il suo lavoro di cappellano?
Il mio lavoro quotidiano in questo momento è soprattutto quello di sostenere i medici, chiedere come stanno loro e i familiari, sapere se hanno mangiato o dormito. Nella giornata ho pensato a due punti fermi: dalle 8 alle 9 e dalle 11.30 alle 12.30 facciamo sempre due ore di adorazione eucaristica in chiesa. Così le persone possono entrare alla spicciolata e pregare un po’. Anche i malati che non possono venire sanno che in cappella c’è sempre qualcuno che prega per loro e che si ricorda di loro. Anche se non possiamo raggiungere i pazienti, loro sanno che non li abbiamo abbandonati.

Non riesce a incontrare nessun malato?
È molto difficile. Insieme ai medici sto studiando delle formule per riuscire a incontrare chi è in quarantena. Purtroppo raggiungerli, parlare con loro, portare la comunione non sono cose scontate. Nei prossimi giorni, forse nelle prossime ore, andrò a trovare una persona che mi ha chiesto i sacramenti, accompagnato da un infermiere.

Dovrà indossare anche lei camice e mascherina?
Camice e mascherina sono la normalità. Dovrò prendere tutte le precauzioni che mi saranno giustamente imposte ed essere vigilato da un medico, stare dentro un minuto o poco più e poi uscire per fare tutta la procedura di disinfezione.

L’epidemia ha stravolto la vita del Sacco ma anche quella di tutta la città.
Milano ha il feticcio dell’agenda: vive del concetto che tutto è pianificabile e che è solo una questione di tempo ed energie. Di questo Milano fa, magari in forma ironica, un vanto: “io sono la mia agenda” è lo slogan di tante persone. La propria identità coincide con ciò che faccio, con la gente che vedo, con gli appuntamenti. E queste agende, alle quali si sacrifica tutto, a volte si ostentano, c’è chi si vanta di essere così “occupato”. Ora vediamo che questo piccolo idolo è fragile e dura poco: è bastato un virus e tutto è andato in fumo. Per qualcuno la vera tragedia del virus è questa.

Perché?
Perché se una persona si identifica con quello che fa, va in fumo insieme alla sua agenda. Ma c’è anche chi reagisce: ho visto nelle scorse settimane tante famiglie all’ora di pranzo nei prati con i figli. Riscoprire la famiglia può essere un bene in una vita dove sembra inevitabile o impossibile uscire dallo schema dell’agenda. Penso che nel dramma di questa epidemia possiamo cogliere l’occasione per imparare qualcosa.

Più che altro si è quasi costretti.
Forse per una volta capiremo davvero che cos’è la Quaresima, cioè conversione, adesione della nostra libertà alla volontà di un altro. Quante persone all’inizio della Quaresima erano disposte a fare chissà quali fioretti e ora non riescono a starsene a casa? Noi siamo schiavi del nostro fare, ma chi ha il cuore e la mente aperta potrà capire che Dio ci sta prendendo per mano. Dobbiamo rispondere alla realtà e lasciare che Dio, padrone della storia, ci educhi attraverso la storia. La domanda è: vogliamo lasciarci educare o andare dietro a trastulli, anche liturgici, per occupare il nostro tempo?

Lei come occupa il suo tempo?
Come prima dell’epidemia, passo al Sacco circa otto ore al giorno. Ora ho più tempo perché non posso fare il giro regolare degli ammalati come prima e per parlare anche solo qualche minuto con i medici devo fare anticamera.

I dottori sono allo stremo?
Il personale sanitario che vedo non è affatto scoraggiato, solo fisicamente stanco. Voglio sottolineare che non ci sono solo medici o infermieri, anche gli ausiliari stanno svolgendo un lavoro incredibile. Guadagnano poco più di mille euro, ma all’alba sono qui per tenere tutto pulito e ordinato, anche i reparti degli infettivi. Chi li vede, magari, chiede loro solo come stanno i pazienti o come va l’ospedale. Ma hanno pure bisogno che qualcuno si prenda cura di loro. Questo è il mio lavoro adesso.

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