Il terremoto senza fine di Giustino Parisse

«Sono passati dieci anni di sisma, non dal sisma». La polvere, la paura, il perdono. Ecco cosa resta di Onna e della notte del 6 aprile 2009 in cui il giornalista perse due figli e un padre

«Quanto era bella Onna, quella notte, prima dello scossone orrendo». Era il paese più bello del mondo, il paese dove scorrazzava da bambino sentendosi figlio di mille anni di storia e milioni di storie, quelle di uomini e donne che in fondo alla Valle dell’Aterno avevano costruito, avevano amato, dove conosceva tutti, ogni angolo, i segreti nascosti da ogni portale, ogni finestra, era il suo nido, il nido dei suoi figli. Poi, alle 3.32 del 6 aprile 2009 quel nido «mi ha tradito».

LA NOTTE DI ONNA

Per dieci anni Giustino Parisse, caporedattore del Centro, è stato la voce narrante della gente semplice che la terra si scrollò di dosso in soli, letali, trenta secondi. Un popolo che ha pianto 40 delle sue 350 anime, che ha scavato sotto le stelle per salvare il resto di quelle mani che spuntavano dalle macerie, quel che restava di camere da letto diventate ora arche, ora tombe. Via dei Calzolai, via Oppieti, via dei Martiri, via Ludovici, via della Ruetta, via delle Siepi erano rischiarate dalla luna quella notte, prima che ruggisse il sisma. «È iniziato il 6 aprile, ma non è mai finito», racconta Parisse a tempi.it., la voce che sale dall’epicentro di un altro infinito terremoto, quello che ha squassato il suo essere padre e figlio e impotente davanti ai pesanti macigni crollati su chi lo aveva messo al mondo, e chi lui stesso aveva messo al mondo.

«PAPÀ, PAPÀ»

Abbiamo sentito tante volte Parisse parlare di quella notte, ci siamo chiesti guardando le sue spalle grandi e le sue mani forti chi, se non ci è riuscito lui, avrebbe potuto salvare i propri figli quando il silenzio irreale seguito all’orrendo clangore del mostro tellurico è stato rotto dalle grida di Domenico e Maria Paola. Non «aiuto», ma «papà, papà». Parisse aveva stretto la moglie Dina prima di precipitarsi brancolando in quel che restava del nido illuminato dalla luce fredda di un cellulare verso le due camerette. Ma era troppo tardi, prima gridavano, «poi non hanno gridato più». Il mostro si era portato via i suoi figli e suo padre. Era rimasto, nella notte, sul tetto che non era più un tetto, solo «l’abbraccio di un padre e una madre – scrisse Parisse sul suo giornale il 14 aprile – . Quella casa che diventa una tomba, la tomba dei sogni, la tomba dei tuoi figli per i quali hai lottato e poi quella notte scopri che li hai solo portati nel baratro. È la tua storia che finisce, è la tua casa che sparisce, il tuo paese che non c’è più». Poi le luci del giorno beffarde. «C’è il sole, sullo sfondo brilla il Gran Sasso. Gli uccelli cantano la primavera. Tu sei lì, a guardare il vuoto. Arrivano gli amici, i soccorsi. E inizia il rosario della morte: Gabriella, Luana, Berardino, Susanna, Fabio e poi ancora, ancora e ancora: fino a 38. Era quella la mia gente, è quella la mia gente anche nella morte».

LA CAMPANA TRA LE MACERIE

Perché il terremoto non è mai finito, non sono passati dieci anni “dal” terremoto, ma “di” terremoto. Là dove è morta Emma e la figlia di Emma, Stefania, e il figlio di Stefania, Paolo, non ci sono nuovi nonne, madri, bambini, solo 15 cantieri su 21 ancora da completare. Di questo vi parleranno tutti i giornali, il canovaccio sgomento-commozione-denuncia va inevitabilmente strizzato per narrare una catastrofe che causò 65.000 sfollati, 1.600 feriti e 309 vittime: la catastrofe dell’Aquila e del borgo di Onna, che doveva essere il primo ad essere ricostruito nel cronoprogramma e che sta ancora appeso là, alle gru e alle impalcature. Una volta Parisse, scavando nella storia del suo paese – quando ancora non immaginava che avrebbe scavato tra le sue macerie -, si è imbattuto nelle carte dell’archivio parrocchiale e in una data, 2 febbraio 1703. Il parroco di quel giorno scrisse: ora sesta, orrendo scossone, la chiesa parrocchiale per intercessione di San Pietro Apostolo è rimasta in piedi, una sola persona è morta. «Nel 1753 fu costruito il campanile, intorno una scritta a ricordo del parroco che lo aveva fatto realizzare: Beneditus Pezzopan, Unda prepositus. Due giorni fa i vigili del fuoco hanno preso la campana grande recuperata fra le macerie del campanile. L’hanno fatta suonare nella tendopoli. Sarà rinascita? Alla mia gente dico andate avanti, io non so se ce la farò, non so nemmeno come sono riuscito e scrivere questi pochi pensieri», ha scritto Parisse una settimana dopo la tragedia.

LE FERITE E LA MEMORIA

E oggi sono passati dieci anni e Parisse ha continuato a scrivere. Spiando, come dice lui, «dal buco delle macerie» ha scritto di ogni ruberia, piccola o grande, di chi provato a speculare sulla tragedia dell’Aquila e della sua gente, su quei quattro soldi pubblici bagnati dal sangue di oltre trecento persone, commenta sentenze, indaga le opacità, rimette insieme i pezzi di una storia in cui tutti hanno delle responsabilità. Pochi i momenti «meno complicati. Perché rispetto a quella tragedia io vivo un senso di colpa, quello di non aver saputo custodire e proteggere i miei figli. Anche sorridere diventa per me peccato. A volte raggiungo la cappellina del cimitero e leggo le lettere lasciate dai loro compagni, gli amici con cui Domenico e Maria Paola hanno condiviso i banchi, la scuola, la vita. Leggendole mi sento sollevato». Parisse non ha mai smesso di scrivere del terremoto ma nemmeno ai suoi figli, anno dopo anno, ogni anniversario. Intreccia ricordi, racconta loro i giorni che non hanno visto, la mancanza di grandi battaglie in cui impugnare l’arma del bene comune. «Le ferite cambiano l’identità dei luoghi, il rischio è perderne ora la memoria. Quello che non capisce chi non era lì quella notte, e si occupa della vicenda dell’Aquila, così come di qualunque altra catastrofe, ad ogni doloroso anniversario, è il senso della memoria. Non è possibile ricomporre i pezzi di un’esistenza senza la memoria che aiuta a ricordare quello che eri e che potresti diventare. Non è possibile per una persona, non è possibile per una città».

NON SONO MONADI I TERREMOTATI

Non sa dire Parisse come sarà Onna e cosa colmerà la tristezza dell’abbandono e del vuoto lasciato da quei trenta secondi da incubo, sa solo che «il terremoto non è un fatto di cronaca, ma condiziona per sempre la storia, l’economia, la vita. Salvare dall’oblio quello che una città è stata è salvare un legame profondo tra abitanti e borgo». Ci vuole materiale, umano e lapideo: anche i portali scolpiti dai segni della religiosità popolare hanno la loro parte accanto alle costruzioni tutte uguali e indistinte in cui si è pensato di risolvere il problema “casa”. «È difficile immaginare Onna quando sarà finita. Anzi è impossibile: il problema della ricostruzione è ridurre a caseggiati, pavimentazione e illuminazione la ricostruzione di una comunità. I suoi riti, i suoi legami». Non sono monadi i terremotati, una categoria di pensiero buona per le cronache e i cronoprogrammi politici: anche se orfani e mutilati onnesi e aquilani restano avvinti a una trama umana saldamente ancorata alla terra, anche quando tutto trema, anche nel disordine che pare irrimediabile, anche quando ci si conta per capire chi manca, chi è riuscito a uscire quella notte dalla porta di casa.

LA CHIESA DEI MATRIMONI E DEI BATTESIMI

Per questo hanno bisogno di rivedere la città come e dove era: «Non abbiamo mai smesso di radunarci alla festa parrocchiale, perfino l’anno del sisma ci siamo trovati, siamo stati un popolo sotto le tende, come lo eravamo ogni anno alla chiesa di San Pietro Apostolo». Ricostruita dai tedeschi, anche in memoria del tragico legame che li lega al paese per via della strage compiuta dai nazisti proprio in questa frazione (quando nel 1944 distrussero dieci abitazioni e fucilarono 17 persone), in quella chiesa venti generazioni di onnesi hanno festeggiato matrimoni, battesimi, funerali, la vita così com’è dall’inizio alla fine sotto la statua della Madonna delle Grazie. Terremotata anche lei, spostata dalla sua nicchia del 1400 farà ritorno a Onna solo sei anni dopo. Ora, racconta Parisse, tutti qui hanno fatto la loro parte. C’è chi ha scritto libri, organizzato mostre, ottanta commercianti sono tornati in un centro storico fermo all’anno zero. Qualcuno, tra i giovani, si è buttato nella ristorazione, qualcuno se ne è andato, «come fai a restare quando non riesci a immaginare il futuro?».

LETTERE A DOMENICO E MARIA PAOLA

Oggi le lettere ai figli di Parisse verranno ripubblicata tutte in un grande inserto del Centro, anche l’ultima, quella di un padre che continua a sentire lo squillo della campana che segna l’ora sulla casetta di legno, lo scrosciare di acqua da piccole fontane, il ticchettio dei tasti del computer. Ma non sente le voci dei suoi figli e resta fedele all’unico atto d’amore che sente a lui concesso, «allora si parlava, ci si scontrava, si litigava, l’età era quella. Continuare quei colloqui mi aiuta, raccontare loro cosa facciamo io e la loro mamma, i loro amici, dove avrebbero potuto approdare i loro sogni di ragazzi è come non lasciare al sisma l’ultima parola su di loro. Quanto a me, io chiedo perdono, continuo a chiedere ai miei figli di perdonarmi. Per tutto quello che avrei potuto fare prima e non ho saputo fare prima. Vado poco al cimitero e non apro la bocca per pregare, non dico una parola. Chiedo solo perdono».

Foto Ansa