Tentar (un giudizio) non nuoce
Il tempo fragile della pace
In un suo recente intervento, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ammonito: «Quel che crea allarme è il fatto che ci si muove su un crinale dal quale, anche senza volerlo, si può scivolare in un baratro di violenza incontrollabile». Un richiamo netto, che ha evocato lo spettro del 1914, l’anno in cui l’Europa precipitò nella Prima guerra mondiale quasi senza rendersene conto, trascinata da una sequenza di provocazioni, incidenti e risposte automatiche che nessuno seppe o volle fermare. Non è un paragone casuale e non è stato pronunciato per suscitare timori, ma per risvegliare la coscienza collettiva di fronte a un presente che rischia di replicare quegli stessi meccanismi.
I fatti di queste ore ne sono una conferma evidente. Lo sconfinamento nello spazio aereo polacco di venti droni russi, non può essere archiviato come un incidente tecnico. Tutto lascia pensare a un test deliberato della capacità di reazione europea, ora che gli Stati Uniti hanno ridotto il loro impegno diretto e hanno trasferito sulle forze Nato e soprattutto sugli eserciti europei la responsabilità di presidiare quei confini. La Polonia ha immediatamente invocato l’articolo 4 del Trattato Atlantico, chiedendo la consultazione degli alleati, segno che la percezione del rischio è altissima e che l’equilibrio su cui poggia la sicurezza del continente è oggi più fragile che mai.
Israele, Stati Uniti, Europa
Allo stesso tempo, il conflitto in Medio Oriente ha conosciuto nelle ultime ore un’ulteriore escalation. L’esercito israeliano ha bombardato i vertici di Hamas in Qatar, i ribelli Houti in Yemen e continua l’opera di invasione e demolizione sistematica di Gaza City, senza che il destino di centinaia di migliaia di civili sembri costituire un argine o una preoccupazione reale. Una tragedia umanitaria che si aggiunge a un quadro geopolitico già esplosivo, moltiplicando le tensioni e alimentando un risentimento che rischia di estendersi ben oltre i confini della regione.
A questa catena di eventi si è aggiunta, nelle stesse ore, la notizia proveniente dagli Stati Uniti: l’assassinio di Charlie Kirk, un giovane influencer, seguito da oltre sette milioni di persone, capace di orientare il voto di un’intera generazione. Colpito da un proiettile a oltre cento metri di distanza, in un attentato premeditato, il suo omicidio non è soltanto un fatto di cronaca nera ma il segno del ritorno della violenza politica in una democrazia che resta centrale per gli equilibri globali.
Dentro questo scenario si è collocato ieri a Strasburgo il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen. Le sue prime parole sono state: «Europe is in a fight», l’Europa è in un combattimento. E subito dopo: «Does Europe have the stomach for this fight?», l’Europa avrà lo stomaco per combattere? Infine, l’affermazione che l’Europa difenderà ogni centimetro del proprio territorio. Frasi che, in un altro tempo, avrebbero potuto essere interpretate come una semplice riaffermazione della volontà di difendere i valori e i confini dell’Unione. Ma in questo contesto, attraversato da incidenti militari, da guerre aperte e da una crescente retorica di scontro, rischiano di alimentare proprio quel clima da 1914 evocato dal presidente Mattarella. Perché anche le parole contano, e non meno delle armi: creano un immaginario, generano aspettative, legittimano risposte automatiche che possono trasformare la tensione in conflitto reale.

Costruire la pace
Io credo invece che oggi, più che mai, l’Europa debba mostrarsi all’altezza delle sue radici cristiane e della visione che l’ha generata. L’Unione Europea è nata come risposta politica al più devastante dei conflitti, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, per dimostrare che popoli che si erano combattuti ferocemente potevano scegliere la via della cooperazione e della pace. Non possiamo dimenticare questa origine. Se davvero vogliamo essere fedeli a ciò che siamo, dobbiamo diventare l’esempio, nel mondo, della possibilità di costruire la pace anche là dove la guerra ha già seminato distruzione e odio.
È questa la vera forza che ci appartiene. Ed è questo ciò che papa Leone XIV ci ha ricordato domenica scorsa in piazza San Pietro, durante la cerimonia di canonizzazione di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, con un grido che non lascia equivoci: «Dio vuole la pace, Dio non vuole mai la guerra». A noi, cittadini e cittadine d’Europa, e soprattutto a chi ha responsabilità politiche e istituzionali, è chiesto di essere all’altezza di quel grido.
Costruire la pace non significa rinunciare alla sicurezza o illudersi che basti invocarla. Non è il pacifismo ingenuo di chi confonde la pace con il “lasciateci in pace” che potrà salvarci. Al contrario, occorre una forza più grande di quella necessaria per combattere: la forza della saggezza, della determinazione, della lungimiranza. Sì a tutto ciò che rafforza la capacità di autodifesa, rende più difficile per chi ha intenzioni aggressive raggiungere i propri obiettivi, aumenta la protezione dei nostri popoli. Ma no a una retorica e a una prassi che, esasperando il linguaggio dello scontro, rende sempre più probabile lo scivolamento in una guerra guerreggiata.
La storia ci insegna che le guerre spesso iniziano benché nessuno le voglia davvero, ma quando nessuno ha la forza, il coraggio e l’autorevolezza di fermarle in tempo. Per questo il nostro compito è duplice: difendere con fermezza la sicurezza dell’Europa e, nello stesso tempo, lavorare instancabilmente per costruire le condizioni di una pace giusta e duratura, ricercando il dialogo con tutti, anche con il “lupo”, che non va solo ostracizzato e combattuto come un nemico. Solo così il crinale su cui oggi ci muoviamo non diventerà il baratro da cui non si torna indietro.
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