Von der Leyen prova a fare la dura, ma non ci riesce
Ursula von der Leyen non è più quella del primo mandato. La presidente della Commissione europea ha abbandonato la postura da fata turchina, o meglio green, che parlava solo di ambiente, bandiere Lgbt e nuovi diritti. Alcuni tic non si perdono tanto facilmente, certo, ma bisogna darle atto che le guerre in Ucraina e a Gaza, da un lato, e la feroce competizione industriale cinese dall’altro, per non parlare dell’elezione di un leader antipatico come Donald Trump che non fa più sconti all’Unione europea, le hanno dato una svegliata.
La realtà ha fatto irruzione a gamba tesa nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, costringendola ad abbandonare i voli pindarici e a toccare finalmente terra, dove vivono i cittadini europei, preoccupati dai conflitti, dai costi folli dell’energia, dalla desertificazione industriale e dalla denatalità che minaccia il welfare europeo (anche se su questo tema, ancora una volta, la presidente tedesca non ha speso neanche una parola).
«L’Europa è in lotta»
«L’Europa è in lotta. Una lotta per un continente unito e in pace. Per un’Europa libera e indipendente. Una lotta per i nostri valori e le nostre democrazie. Questa è una lotta per il nostro futuro», ha detto Von der Leyen con piglio battagliero a inizio discorso.
La scelta di iniziare con tono così deciso è stata probabilmente dettata da quanto accaduto martedì notte, quando circa dieci droni russi sono entrati nello spazio aereo della Polonia. I velivoli sono stati abbattuti, Varsavia ha suonato l’allarme accusando la Russia di un gesto «sconsiderato» e ha attivato l’articolo 4 della Nato, chiedendo una consultazione con i partner dell’alleanza.
La Nato ha giudicato sì «inaccettabile» la provocazione russa, ma non l’ha ritenuta una «aggressione» degna di risposta militare diretta.
Sanzioni a Israele
Riconoscendo che questo è «un mondo spietato», caratterizzato da «ambizioni imperiali», Von der Leyen nel suo discorso ha invocato la nascita di una «nuova Europa», annunciando nuove sanzioni alla Russia, «nuovi progetti comuni di difesa» e lo stanziamento di «6 miliardi di euro per stipulare un’alleanza sui droni con l’Ucraina».
Poi la presidente si è dimostrata più decisa su Israele, sulla scia del recente bombardamento in Qatar che allontana ulteriormente la possibilità di raggiungere un accordo di pace a Gaza, annunciando la sospensione dell’accordo di associazione sulle questioni commerciali e sanzioni contro lo Stato ebraico, in particolare «contro i ministri estremisti e i coloni violenti».
Il sì decisivo al nucleare nell’Ue
Passando ai temi economici, la presidente della Commissione europea ha promesso di arrivare a un calo delle bollette energetiche passando attraverso l’aumento delle rinnovabili, «con il nucleare come fonte di base», ha messo sul piatto 1,8 miliardi per aumentare la produzione di batterie elettriche in Europa e ha riconosciuto la necessità di fermare la concorrenza cinese nel mercato automobilistico.
Infine, ammettendo l’importanza degli Usa per l’Europa, ha rivendicato l’accordo sui dazi.

Von der Leyen è ancora troppo retorica
Non mancano, come detto, aspetti positivi nel suo discorso: il riconoscimento della gravità del momento storico, la necessità di sostenere l’Ucraina (senza però dare spazio alle velleità dei “volenterosi”), l’abbandono di certe rigidità ideologiche come la preclusione all’energia nucleare o la derubricazione del Green Deal ad argomento di passaggio, un piglio più deciso su Israele senza cedere a inutili estremismi.
Von der Leyen non ha però del tutto eliminato un’impostazione ideologica figlia di una stagione, quella in cui l’Ue era ad esclusiva guida progressista, che le recenti elezioni europee hanno in parte chiuso: l’insistenza sullo stato di diritto da usare come clava contro tutti quei paesi che non hanno la stessa visione antropologica e dell’affettività della galassia liberal e la richiesta di archiviare la stagione dell’unanimità nelle decisioni in Consiglio europeo sui temi più importanti.
Peccato che per farlo l’Unione europea dovrebbe diventare una democrazia compiuta, cosa che attualmente non è, e delle riforme da attuare per cambiare l’intero assetto istituzionale dell’Ue Von der Leyen non ha parlato, svelando una eccessiva superficialità.
L’Ue non può competere con Usa e Cina
Al di là di alcuni accenti positivi e altri meno, resta un problema di fondo, come notato anche da Claudio Tito su Repubblica: l’impressione è che gli stanziamenti annunciati, le misure proposte e le riforme abbozzate non cambieranno davvero l’indirizzo dell’Unione europea né sfuggiranno alla guerra di tutti contro tutti che ne affosserà alcuni e ne rimaneggerà altri.
L’unità necessaria per rispondere alle sfide contemporanee – in campo geopolitico, economico e industriale – non c’è e come si è capito negli ultimi anni non basta un po’ di retorica, un discorso azzeccato o qualche nuovo fondo per mettere una pezza.
L’Ue semplicemente non è attrezzata dal punto di vista istituzionale per competere a tutti i livelli con Cina e Stati Uniti, come evidenziato da tutti i “rapporti Draghi” e simili prodotti in questi anni.
Von der Leyen non è una leader
Se l’Unione europea resta un progetto incompleto la colpa non è certo di Ursula Von der Leyen. Se il Parlamento davanti al quale parlava ha scarsissimo potere reale la responsabilità non è sua.
Non è lei, innanzitutto, che deve dare nuova linfa al progetto europeo con una visione che sappia valorizzare l’unità nella diversità superando lo scoglio degli egoismi nazionali.
In attesa di leader europei in grado di farlo, però, sicuramente Von der Leyen non ha dato un contributo significativo.
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