Il Paese dei Normali
La famiglia dove non si finisce mai di parlare
In quella famiglia le conversazioni non finiscono mai davvero. Si interrompono, si sovrappongono, cambiano stanza. Ma non finiscono.
C’è sempre qualcuno che racconta qualcosa. Un problema al lavoro, una pressione troppo alta, un figlio che non studia, un vicino che parcheggia male. Intanto qualcun altro parla sopra. Una zia chiede il parmigiano. Un nipote urla dal corridoio. Il cane abbaia senza sapere bene contro chi.
Le tavolate non sono mai silenziose. Nemmeno quando litigano.
Anzi, soprattutto allora.
Il padre dice che una volta si rispettavano di più gli anziani. Il figlio risponde che una volta si taceva troppo. La madre prova a cambiare argomento ma nel frattempo anche la nonna ha preso posizione.
A Natale discutono del pranzo già durante il pranzo. A Ferragosto qualcuno se ne va offeso almeno una volta. Poi però torna sempre per il caffè.
Si telefonano continuamente. Per cose importanti e per niente. “Hai preso il pane?”, “Hai visto dov’è il caricatore?”, “Secondo te il dottore mi richiamerà?”. A volte partono da una bolletta e finiscono a parlare di un torto del 1987.
Nessun estraneo
I più giovani ogni tanto sbuffano. Troppe parole, troppi pranzi, troppe opinioni non richieste.
Poi però, quando passano due giorni senza messaggi nel gruppo di famiglia, si sentono strani. Come se mancasse un rumore di fondo.
In quella casa nessuno resta solo abbastanza a lungo da diventare davvero estraneo.
Si invadono, si correggono, si giudicano, si aiutano. Non conoscono la giusta distanza.
Conoscono solo la presenza.
E continuano a parlarsi perché forse hanno capito una cosa semplice. Che il silenzio, nelle famiglie, arriva quasi sempre quando è troppo tardi.
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