Il cittadino americano Abedini condannato a 8 anni di carcere in Iran per «attività cristiane»

Abedini, sposato con due figli e musulmano convertito al cristianesimo, è stato arrestato a settembre. Le “attività cristiane” per cui è stato condannato sarebbero state compiute nei primi anni 2000.

Saeed Abedini, americano di origini iraniane, è stato condannato a 8 anni di carcere in Iran «per avere minacciato la sicurezza nazionale del paese esercitando la sua leadership nei confronti delle comunità cristiane». Abedini, sposato con due figli e musulmano convertito al cristianesimo, è stato arrestato per la prima volta nel 2009 dopo essere tornato nel suo paese per un viaggio. Costretto a firmare un figlio dove si impegnava a non fare proselitismo, dopo diversi altri viaggi in Iran, durante i quali ha anche fondato un orfanotrofio, a settembre 2012 è stato arrestato ancora con l’accusa di avere violato il documento.

PROCESSO IRREGOLARE. L’uomo è stato condannato da Pir-Abassi, considerato un «giudice spietato», responsabile di numerose impiccagioni, nonostante le promesse di rilasciarlo su cauzione. Le “attività cristiane” per cui è stato condannato Abedini, sarebbero state compiute nei primi anni 2000, quando era presidente Khatami, che lasciava più spazio alla libertà religiosa. Nonostante la legge iraniana richieda un verdetto scritto, nel caso di Abedini non c’è alcun documento ma solo una sentenza orale.

TORTURA PSICOLOGICA. La moglie di Abedini ha dichiarato al Centro americano per la giustizia e la legge (Aclj), in costante contatto con la famiglia: «Avevano promesso di rilasciarlo, hanno mentito. La falsa speranza che il governo iraniano ci ha lasciato è come una tortura psicologica. Ora sono devastato, ma tenterò con ogni sforzo di riportare mio marito in America».

TESTIMONI MINACCIATI. Al processo, durato neanche una settimana, l’avvocato di Abedini non è stato ammesso in aula, i testimoni sono stati minacciati e lo stesso Abedini, che temeva di «essere impiccato», è stato più volte picchiato in prigione. Ora dovrà scontare la pena nella prigione di Evin, una tra le più brutali nella capitale dell’Iran, mentre Aclj continua a chiedere al governo americano di fare pressione sul regime iraniano per ottenere il suo rilascio.