Il caso di padre Douglas Al-Bazi. Se le sue parole furiose dicono molto più di noi che di lui

Il prete iracheno è scampato alle armi e alle torture dell’Isis, ma non alla stigmatizzazione dei buoni cattolici. La sua colpa? Islamofobia. Eppure…

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Fino a qualche giorno prima era un eroico prete iracheno dalla fede incrollabile, che non aveva paura di perdere la vita per Cristo e aveva perdonato i suoi crudeli rapitori. Ma all’indomani del suo intervento al Meeting di Rimini è diventato un intoccabile, le citazioni delle sue parole presentano larghi “omissis” e più nessuno vuole farsi vedere in sua compagnia. Il curioso destino di Douglas Al-Bazi, parroco caldeo a Erbil scampato a bombe e torture ma non alla stigmatizzazione dei buoni cattolici dialoganti che lo hanno idealmente collocato in una black list, merita un approfondimento.

La sua colpa è di avere detto che «l’Isis rappresenta l’islam al 100 per cento» e che «i cristiani in Iraq sono l’unico gruppo ad aver visto il volto del male: l’islam». Due generalizzazioni che falsano la realtà: dire che l’Isis rappresenta l’islam al 100 per cento è come dire che l’Inquisizione spagnola rappresenta il cristianesimo al 100 per cento; di nessuna religione si può dire che è “il male”, perché una religione non è dottrina, ma è il corpo vivo dei credenti che ad essa si richiamano: in loro il bene e il male sono mescolati.

Però quando ci si trova davanti a una personalità come padre Al-Bazi, uno che dice con ragione «il nome della nostra Chiesa è chiesa dei martiri», prendere le distanze da giudizi errati non esaurisce il discorso. Si è moralmente obbligati a chiedersi da cosa nascono quelle parole. I più comprensivi fra i presenti a Rimini hanno detto: è un uomo che ha sofferto tanto e che vede tanta gente soffrire, bisogna capirlo. Non basta, c’è molto di più.

Quante voci inascoltate
C’è la realtà dei 120 mila cristiani che l’anno scorso, al culmine di un decennio di persecuzioni seguite alla caduta del regime di Saddam Hussein, sono stati scacciati dalle loro case dall’Isis e ancora oggi vivono in prefabbricati arroventati dal sole o nei bui e polverosi corridoi di palazzi in costruzione nel Kurdistan, senza nessuna prospettiva di tornare alla loro vita. In migliaia sono già emigrati.

C’è la voce inascoltata di vescovi e patriarchi di tutte le Chiese irachene, che hanno chiesto a più riprese un intervento internazionale in difesa delle minoranze religiose e per ristabilire il loro buon diritto, visto che le autorità locali (il governo di Baghdad e quello regionale curdo di Erbil) non sono in grado di far rispettare i diritti fondamentali dei cittadini.

C’è lo scandalo delle nostre coscienze di cristiani e non cristiani occidentali che non sembrano interrogate dall’ingiustizia di cui sono vittima i cristiani iracheni e le altre minoranze: quando il problema si chiamava Saddam, l’Occidente trovava la forza politica e militare per intervenire, ma adesso che si tratta solo di rendere giustizia a cristiani e yazidi innocenti che non possono contare sullo Stato iracheno per vedere rispettati i loro diritti più elementari, un intervento di polizia internazionale non viene nemmeno preso in considerazione. Raccogliamo e inviamo aiuti umanitari alle vittime, esprimiamo loro tutta la nostra ammirazione per la loro fedeltà a Cristo e l’indisponibilità all’abiura che metterebbe fine alla persecuzione, ci commuoviamo per la loro capacità di perdonare i persecutori. Ma non ci poniamo nemmeno in via teorica la questione di come rendere giustizia alle vittime di violenze e soprusi jihadisti, punire gli autori dei misfatti e metterli in condizione di non nuocere più, mettere in pratica il principio di sussidiarietà relativamente al diritto alla vita e alla sicurezza degli esseri umani (se non ce la fa lo Stato di cui sono cittadini, entra in gioco il dovere della comunità internazionale).

Se capitasse a noi?
È questo atteggiamento un po’ astratto dei cristiani occidentali nei confronti delle loro sofferenze che esaspera i cristiani del Vicino Oriente. Nel dibattito seguito alla proiezione dei filmati di Gian Micalessin e Ferdinando De Haro sui cristiani perseguitati in Siria e Iraq la sera stessa del giorno dell’incontro con padre Al-Bazi, il sacerdote è sbottato: «O ci aiutate a restare, o ci aiutate ad andarcene; o ci fate vivere tutti, o ci fate morire tutti». Che significa: se non volete o potete intervenire con la forza legittima per ristabilire il diritto alla vita e alla sicurezza dei cristiani e delle altre minoranze perseguitate in Iraq, permetteteci di emigrare in massa nei vostri paesi. Oggi l’Occidente assiste gli sfollati iracheni sul piano umanitario e sparacchia sull’Isis quel tanto che basta perché non allarghi l’area dei territori sotto il suo controllo. Ma non abbastanza da farlo retrocedere. Il risultato è che 300 mila cristiani e yazidi languono sotto le tende o nei prefabbricati da un anno, senza nessuna prospettiva di vita normale. Molti allora decidono di emigrare, esperienza che si trasforma in una via crucis: devono attraversare da clandestini il confine con la Turchia, dichiararsi perseguitati religiosi e aspettare per anni che l’agenzia Onu per i rifugiati li riconosca e sistemi all’estero, oppure proseguire il viaggio verso l’Europa in modi illegali e costosi.

Noi cristiani o non cristiani occidentali che alziamo il sopracciglio disgustati per le esternazioni islamofobe di padre Douglas pecchiamo di scarsa empatia. Se capitasse a noi di essere cacciati di casa da una banda di delinquenti, spogliati di soldi, cellulare e auto, e ci ritrovassimo a vivere sotto una tenda in un’aiuola spartitraffico a 80 chilometri dalla nostra casa occupata, con polizia e carabinieri che ci dicono che non possono fare niente per il nostro problema. E se arrivasse un tizio che ci dice: “Bravo, sei stato capace di perdonare gli aggressori e di non lasciarti vincere dall’odio per loro; ti ho portato acqua, carne in scatola e latte in polvere per i tuoi bambini; resisti, io prego tanto per te e ti ammiro, ci scriveremo belle lettere e ci collegheremo in Skype”, quindi se ne andasse lasciandoci nella condizione in cui ci ha trovato. Ecco, se ci succedesse questo, cosa penseremmo di lui e di tutti i tizi come lui? Intendiamoci: gli atti di giustizia non esauriranno mai la domanda di giustizia che è nel cuore dell’uomo, e quando una compensazione umana si rivela impossibile da ottenere, il cristiano è chiamato a quelle forme di giustizia più grande che sono l’amore per il nemico, il perdono di chi ci ha ingiustamente afflitto, il martirio in tutti i significati del termine. Ma ai nostri fratelli cristiani perseguitati l’ascesi verso la santità risulterebbe più facile se noi in Occidente mostrassimo un po’ più di contrizione per la parte di colpa che abbiamo della loro attuale situazione, un po’ più di sofferenza per la giustizia umana che viene loro negata, un po’ più di sensibilità e di impegno a livello politico per la soluzione dei loro problemi: quando il patriarca caldeo Louis Sako venne a Milano nel novembre scorso, chiese che gli italiani facessero una manifestazione di solidarietà per i loro fratelli cristiani iracheni. Non è stato esaudito.

«Nel suo petto c’è un cuore bianco»
Alla serata di Rimini qualcuno ha addirittura eccepito che non era il caso di mostrare i video delle milizie cristiane che si stanno organizzando per l’autodifesa dei territori in Siria e Iraq, «perché il punto non è quello, la risposta cristiana è un’altra». Il rischio del moralismo qui è palpabile. Viene in mente il Vangelo: «Legano pesi opprimenti, difficili a portarsi, sulle spalle degli uomini; ma essi non li vogliono muovere neppure con un dito».

Mentre tanti prendevano le distanze dallo spigoloso sacerdote iracheno, per i corridoi del Meeting di Rimini andava e veniva un giovane: «Per favore, fatemi parlare con padre Douglas. È un uomo buono. Nel suo petto c’è un cuore bianco (nella simbologia orientale significa buono e puro, ndr)». Chi era quel giovane? Farhad Bitani, l’autore de L’ultimo lenzuolo bianco, profugo afghano, musulmano. Che lezione.

Foto Ansa

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