L’ultimo lenzuolo bianco. Il libro dell’uomo che ha «lapidato due donne» in Afghanistan e che nessuno voleva pubblicare
«Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi ventisette anni di vita. Adesso le racconto. Lascio le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità». Inizia così il libro di Farhad Bitani, L’ultimo lenzuolo bianco. L’inferno e il cuore dell’Afghanistan (editore Guaraldi). A Bitani, Tempi aveva dedicato la copertina del numero 46 dello scorso anno.
Classe 1986, ex capitano dell’esercito afghano, Farhad è nato e cresciuto immerso nella violenza. Durante la sua infanzia ha vissuto la guerra da vincitore, perché suo padre era uno dei generali mujaheddin che hanno sconfitto il potere sovietico; più tardi l’ha vissuta da perseguitato, perché suo padre era nemico dei talebani, che in Afghanistan avevano preso il potere. In seguito l’ha vissuta da militare, combattendo egli stesso contro i talebani.

Un giorno di vacanza del 2011, Farhad è rimasto ferito durante un attentato alla sua vita. Un fatto che lo ha cambiato. Durante la riabilitazione a Dubai ha iniziato a scrivere le memorie che oggi Guaraldi sta per pubblicare. «Pronunciare la verità è un piccolo gesto, in fondo. La vera sfida è accettarla. E, ancor di più, accoglierla come propria storia personale. Perderò delle amicizie, ma non mi importa. Soltanto la verità può liberare il mio paese».
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