«Il 62 per cento di noi ha paura di dire quel che pensa. Questa è l’America oggi»

Nella (ex?) patria delle libertà, molti ormai – a destra come a sinistra – temono che esprimere le proprie idee possa rovinare la vita. Uno studio inquietante

Manifesto contro la libertà di espressione, accostata a hate speech

«Viviamo in un paese libero. Abbiamo una stampa libera, anche se non perfetta. Perfino con il virus, siamo abbastanza liberi di riunirci; protestare pacificamente è legale». Tuttavia, «in realtà, non siamo affatto liberi come ci piace pensare. Solo perché abbiamo ancora diritto alla libertà di espressione non vuol dire che ci sentiamo liberi di esercitarlo. Se avessimo paura di esprimere le nostre idee, potremmo ancora reputarci liberi?».

Fa impressione vedere uscire parole di questo tenore dalla penna di un cittadino degli Stati Uniti, la patria delle libertà. A vergarle, infatti, è il celebre giornalista e scrittore americano conservatore Bernard Goldberg. È vero, è da un po’ di tempo ormai che i conservatori in America lamentano le continue restrizioni al “free speech” imposte dal politicamente corretto. Nelle università, sui social network, nei media: è tutto un fiorire di “safe space”, spazi sicuri dove ognuno può rinchiudersi per non dover correre il rischio di essere “ferito” dall’impatto con opinioni che non condivide. La cosiddetta “cancel culture”, la cultura della cancellazione delle idee e delle persone ritenute offensive, è l’obiettivo polemico preferito della destra americana. 

Ma Goldberg nel suo commento ospitato anche da The Hill non si limita a polemizzare con i progressisti nuovi censori. Ce n’è anche per gli stessi conservatori. Infatti la domanda di Goldberg di cui sopra («noi americani siamo davvero liberi come crediamo?») sorge dalla lettura dei risultati di un sondaggio condotto dal Cato Institute che sembra dimostrare una cosa inquietante per un paese come gli Stati Uniti: molti americani hanno paura di dire quel che pensano. E questo vale tanto per coloro che si definiscono conservatori quanto per chi si ritiene liberal. Insomma, le divisioni culturali e politiche stanno raggiungendo ampiezze letteralmente spaventose.

Scrive Goldberg riprendendo i dati raccolti dal Cato Institute: 

«Quasi due americani su tre (62 per cento) dicono che il clima politico attuale impedisce loro di dire cose di cui sono convinti, perché temono che gli altri possano trovare le loro idee offensive. […] Due su tre di noi hanno paura di dire quello che hanno in testa, non perché un dittatore ci sbatterà in prigione ma perché le nostre idee potrebbero fare male a qualcuno. Benvenuti nell’America del 2020».

Il giornalista sottolinea che questo timore è bipartisan:

«Il 52 per cento dei democratici ha idee che ha paura di condividere, il 59 per cento degli indipendenti si sente allo stesso modo e la medesima cosa vale per uno sconvolgente 77 per cento dei repubblicani. Quello che costoro temono che possa succedere è che se diranno la cosa “sbagliata” potranno essere licenziati».

Il 32 per cento degli intervistati dal Cato Institute confessa di temere che se le proprie idee fossero conosciute, queste potrebbero pregiudicargli la carriera. 

Goldberg continua a snocciolare «numeri che dovrebbero preoccupare tutti noi»:

«Il 36 per cento degli americani che si identificano come “convinti conservatori” pensa che sia okay licenziare un dirigente che doni soldi propri alla campagna per le presidenziali di Joe Biden». 

E pensare che questa, nota l’autore dell’articolo, è «la stessa gente che si scaglia contro la cancel culture».

«Se credete che questo sia un fatto negativo – e lo è – considerate quanto segue: il 50 per cento di coloro che si definiscono “liberal convinti” dice che è okay licenziare un dirigente che doni personalmente denaro alla campagna per la rielezione del presidente Trump».

Date le ampie percentuali interessate da queste nuove paure americane, osserva il Cato Institute, citato da Goldberg nell’articolo, è possibile che la tendenza ad «autocensurarsi» non interessi solo alcune opinioni estremiste e marginali. Al contrario, molte di queste idee censurate «potrebbero essere condivise da un gran numero di persone».

«È probabile che opinioni così diffuse determinino il modo di pensare delle persone riguardo a questioni politiche di rilievo e che abbiano in definitiva un impatto sul loro modo di votare. Ma se le persone temono di non poter discutere questi temi politici importanti, non ci sarà possibilità di verificare, comprendere o cambiare tali opinioni».

«Questa è l’America in cui viviamo», riprende Goldberg. Che precisa: «Non sto insinuando che gli Stati Uniti siano come la Cina o la vecchia Unione Sovietica», dove avere idee originali poteva (può) costare molto caro. «Sto dicendo l’ovvio: in un paese libero la gente non dovrebbe avere paura di dire quel che pensa». Quanto al governo, ancora non si vedono leggi contro il Primo emendamento, conclude Goldberg, ma «forse non ce ne sarà bisogno: la maggioranza degli americani già si censura da sé».

Foto Ansa