Combattere il razzismo creando ghetti. La deriva delle università americane

Una ricerca conferma: con l’intento di proteggere le minoranze dall’uomo bianco privilegiato si diffonde nei campus un “neo-segregazionismo” volontario

Protesta di studenti neri in un campus americano

Il paradosso è che in un’epoca in cui praticamente nessuna istituzione manca mai di ricordare quanto sia impegnata a lottare contro il razzismo e l’intolleranza, non c’è nulla di più facile che organizzare e mettere in pratica la segregazione razziale. Il caso delle università americane è clamorosamente emblematico da questo punto di vista. Tempi ha già parlato in più occasioni del fenomeno dilagante dell’apartheid autoinflitta, la novità è che adesso un rapporto della National Association of Scholars (Nas) ne conferma l’esistenza con precisione scientifica.

La Nas lo chiama “neo-segregazionismo”, non solo perché la tendenza riemerge dopo che per decenni ci siamo convinti che fosse soltanto un brutto ricordo, ma anche perché tra il vecchio e il nuovo segregazionismo c’è una differenza importante: oggi sono le minoranze organizzate a pretendere la creazione di ghetti in cui rinchiudersi volontariamente.

IL NEO-SEGREGAZIONISMO

Lo studio della Nas ha individuato negli Stati Uniti ben 173 college e università che in vario modo incoraggiano e agevolano di fatto la segregazione razziale, naturalmente nel nome dell’eguaglianza, dell’inclusività e della lotta al “white privilege”. Programmi didattici, club, seminari, corsi, alloggi, perfino cerimonie di laurea: gli aspetti che possono assumere una “colorazione esclusiva” nei campus americani sono i più svariati.

Si legge nel rapporto:

«Quello che abbiamo scoperto è che il neo-segregazionismo è ampiamente diffuso, se non pervasivo. Circa il 46 per cento (80 dei 173 college presi in esame) segrega i programmi di orientamenti per gli studenti, il 45 per cento (75 college su 173) offre alloggi residenziali segregati; e il 72 per cento (125 college su 173) segrega le cerimonie di laurea».

Esistono poi “safe space” segregati (già in una istituzione educativa è assurdo il concetto di safe space, figuriamoci il safe space “only for blacks”), programmi di tutoraggio segregati, borse di studio assegnate su base razziale, piani di assunzione del personale divisi per quote, eventi riservati agli studenti di colore, eccetera.

CHI HA PAURA DELL’UOMO BIANCO?

La National Association of Scholars è un gruppo di studiosi di varia estrazione ma, come molte altre realtà che si battono per la difesa della libertà di espressione in America, è considerata di tendenze conservatrici. L’autorevolezza dei suoi membri e del loro lavoro, comunque, non è in discussione. Non a caso all’uscita del rapporto anche il Wall Street Journal ha ospitato un commento firmato dai due autori, Dion Pierre, che per altro è un uomo di colore, e Peter Wood, presidente dell’associazione. La preoccupazione dei due ricercatori, come si può intuire, è che l’idea di combattere il razzismo con la segregazione finisca per sortire l’effetto opposto a quello immaginato:

«Il danno più evidente prodotto da questo segregazionismo è che si alimenta il senso di insicurezza. Ai membri dei gruppi segregati si insegna ad avere paura degli altri gruppi, in particolare degli studenti bianchi. Vengono incoraggiati a guardarsi come vittime o vittime potenziali, e come eredi di antichi soprusi. Addestrare gli studenti a sentirsi vulnerabili alle offese da parte di una comunità più grande, intollerante o settaria, è un modo insufficiente di preparare gli studenti alla vita nella società americana. Quando si avventureranno fuori dalla bolla segregata, gli studenti potrebbero finire per imbattersi in atteggiamenti ostili e stereotipi razziali, ma di certo è meglio imparare ad affrontare queste cose piuttosto che a nascondersi».

Presentando i risultati della ricerca, Pierre ha detto di essere convinto «che la segregazione in qualunque forma mini il nostro senso di comunità nazionale, riduca la qualità della vita intellettuale nei campus e perpetui un pensiero razziale che credevamo screditato». Secondo il rapporto, la stessa tensione razziale che contribuisce a surriscaldare il dibattito politico americano sarebbe un diretto «prodotto del neo-segregazionismo dei campus».

IL CASO DI YALE

Nel commento apparso sul Wall Street Journal, Wood e Pierre si soffermano sul caso del celebre ateneo di Yale, a cui è dedicato un approfondimento nello studio. Storicamente, infatti, è proprio a Yale che la minoranza afroamericana ha iniziato a organizzarsi per portare avanti l’«agenda separatista» descritta dal Nas. Questo avveniva negli anni Sessanta, e da allora la tendenza ha fatto scuola in tutta America, visto il prestigio di Yale.

«La Wesleyan University a Middletown, Connecticut, è stata il primo istituto ad adottare la segregazione residenziale creando la Afro-American House (ora chiamata Malcolm X House) intorno al 1968. Nel 1972 la Cornell iniziò ad accogliere gli studenti neri nel suo Ujamaa Residential College, un dormitorio da 144 posti riservato ai neri che hanno una “conoscenza personale” dell’esperienza nera. Altre scuole di élite, come la Columbia University (Pan African House), il Massachusetts Institute of Technology (Chocolate City), la University of California Berkeley (African American Theme Program), la Stanford University (Ujamaa) e l’Amherst College (Charles Drew House), hanno intrapreso iniziative simili. Nel 2016 la University of Connecticut ha aperto la Scholars House per studenti maschi neri».

Tutto cominciò, si legge nel report, con la richiesta da parte della Black Students Association at Yale (Bsay) di una inclusione reale, non solo di facciata, della minoranza nera. Preoccupatissimo di portare avanti un concreto «impegno contro l’ingiustizia razziale», l’ateneo si affrettò a smontare la sua vecchia politica di selezione dei candidati migliori all’interno della comunità afroamericana e iniziò a reclutare neri «a prescindere dai loro risultati nei test e da altri obiettivi accademici», nella convinzione che fosse possibile «trasformare chiunque in un uomo di Yale».

L’INTIMIDAZIONE PAGA

Secondo quanto ricostruito dai ricercatori della Nas, la scelta si rivelò un errore, in primis per gli stessi studenti neri arruolati senza criteri di merito: «Oltre un terzo dei 35 studenti neri immatricolati da Yale nel 1966 mollarono nel primo anno, molti altri non riuscivano a tenere dietro ai ritmi di studio e non si sentivano accolti». Ma invece di tentare di migliorare il rendimento di quei ragazzi, l’università avviò la spirale segregazionista iniziando a trattarli appunto come una categoria a parte, e di fatto incoraggiando così il Bsay a pretendere sempre di più: alloggi separati, curriculum di studi “afroamericanizzati”, docenti ad hoc con sensibilità adeguate e via dicendo.

«Sebbene questo accadesse oltre 50 anni fa, il modello stabilito durante i subbugli degli anni Sessanta continua tuttora. L’obiettivo della Bsay non era un’università dove la differenza razziale cessasse di contare, ma un’università che ingigantisse il problema della razza e celebrasse la separazione. Brewster [all’epoca presidente di Yale, ndt] assecondava praticamente qualsiasi cosa gli attivisti chiedessero, sperando a quanto pare che ne sarebbe scaturita un’età dell’oro dell’integrazione razziale. Invece, la Bsay comprese che con l’intimidazione razziale si ottenevano ricche ricompense. Il metodo dell’intimidazione prese piede oltre la Bsay e fu fatto proprio da una coalizione più ampia di gruppi identitari, [ognuno con] la sua pretesa di essere risarcito per i torti subiti nel passato».

Il resto è storia di oggi.

Foto Ansa