I penalisti sgridano Renzi sulla giustizia: «Si fa dettare l’agenda dalla cronaca giudiziaria»

La prova? Gli annunci sulla prescrizione dopo il caso Eternit e sulla corruzione dopo Mafia capitale. Intervista al presidente delle Camere penali Beniamino Migliucci, che cita Beccaria e ne ha anche per il sindaco Marino e per il commissario Cantone

«Duecentocinquanta anni fa Cesare Beccaria ammoniva: “Una sorgente di errori e d’ingiustizie sono le false idee d’utilità che si formano i legislatori”. Queste false idee “si chiaman leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti”». Si appella all’autore del Dei delitti e delle pene Beniamino Migliucci per spiegare a tempi.it la sua preoccupazione in merito alla riforma della giustizia. Da presidente delle Camere penali italiane, l’organo che rappresenta i penalisti del nostro paese, Migliucci ha severamente ammonito l’esecutivo Renzi, ricordando che «l’agenda del governo non dovrebbe essere dettata dalla cronaca giudiziaria e le scelte legislative non orientate ad ottenere facili consensi o placare lo sdegno dell’opinione pubblica determinato da questo o quel procedimento».

Avvocato Migliucci, perché questo monito al governo?
A noi penalisti sembrava che le direttrici su cui si muoveva il ministro della Giustizia Andrea Orlando fossero diverse dal passato, perché basate sul confronto, come Orlando stesso ha ribadito nella sua relazione annuale al Parlamento. In realtà abbiamo rilevato che in due grossi casi penali, il processo Eternit e l’inchiesta Mafia capitale, c’è stata un’inversione di tendenza. Il metodo, dal dialogo, è diventato l’emergenza del momento.

Lei recentemente ha dichiarato: «Dopo la sentenza Eternit – si è fatto nuovamente largo, prepotentemente, il populismo in materia giudiziaria». Prova ne sarebbe, secondo lei, il fatto che la Cassazione, all’indomani della sentenza e prima di depositare le motivazioni, «ha dovuto spiegare la propria decisione con un comunicato, il che è segno dei tempi e costituisce grave anomalia»; ma anche che subito «il governo si è affrettato a comunicare che la prescrizione andava riformata, senza considerare che l’esito di quel processo non era stato affatto determinato dall’inadeguatezza dell’istituto della prescrizione». Vuole spiegarsi?
Anche l’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick ha fatto notare che il punto non è la prescrizione. In qualsiasi paese civile un processo non può certo durare all’infinito. Il problema di quella vicenda (e non solo) se mai è che nel nostro paese manca il reato ambientale. E che in base alla contestazione fatta dall’accusa (disastro colposo innominato, che non è un disastro ambientale vero e proprio) il reato risultava prescritto già dal primo grado di giudizio. La procura di Torino aveva ritenuto di non contestare il reato di omicidio: è stata una scelta, ma ciò non toglie che il baco della sentenza non è la prescrizione. Bisogna far notare ai cittadini che i processi senza fine costituiscono un disastro e un’ingiustizia sia per chi è imputato, sia per le vittime del presunto reato. Non si può ragionare dicendo, come fa l’Anm, che la prescrizione dovrebbe interrompersi all’apertura di un’indagine: avremmo soltanto dei processi eterni e ciò non è interesse di nessuno, nemmeno delle persone offese.

Voi penalisti fate notare che il 70 per cento delle prescrizioni matura in fase di indagine preliminare. Il governo propone allora di sospenderla dopo la sentenza di primo e secondo grado, l’Anm invece all’avvio dell’azione penale. Vi piacciono queste proposte?
Il problema è anzitutto l’obbligatorietà dell’azione penale, perché oggi si fanno troppi processi inutili, anche per reati bagatellari. Per ridurre il rischio prescrizioni, a nostro avviso occorre anzitutto non celebrare processi inutili. Per alcuni reati minori si può pensare alla depenalizzazione. È un bene che il governo si stia muovendo proprio in questa direzione riguardo ai reati per cui sono previsti fino a 5 anni di pena e che non destano particolare allarme. Altro aspetto fondamentale è rendere certi i tempi delle indagini: in Italia le inchieste non finiscono mai. Un pubblico ministero può chiedere proroghe ogni sei mesi e, senza alcun reale controllo da parte del giudice terzo, di solito esse vengono concesse quasi in automatico. Poi, quando finiscono le indagini, ci sono tempi morti molto lunghi: per noi occorre “contingentarli”, dando termini e prevedendo sanzioni perentorie. Ancora: si rendano appetibili i riti alternativi, come il patteggiamento e il rito abbreviato, per evitare che si arrivi al processo inutilmente. Senza dimenticare, infine, le cause organizzative. Anche le carenze di cancellieri, gli errori di notifica, incidono sui tempi. Su tutti questi temi chiediamo che si intervenga con un disegno di legge, e non in nome della singola emergenza. Un paese liberale e democratico deve lavorare soprattutto per rendere ragionevolmente breve un processo, secondo l’articolo 111 della Costituzione, in modo da garantire anche pene ragionevolmente certe.

Dopo lo scandalo “Mafia capitale”, il governo vuole accelerare l’approvazione delle norme anti-corruzione. Il guardasigilli, nella relazione al Parlamento sullo stato della giustizia, ha preannunciato che verrà innalzata la pena (da 8 a 10 anni) e saranno introdotte confische. Che ne pensa?
La prova più evidente e solare che l’aumento delle pene non serve a combattere la corruzione è che già la legge Severino ha previsto l’aumento delle condanne, due anni fa. È evidente che questo non serve in sé: è solo un segnale simbolico per l’opinione pubblica. Adesso il governo aggiunge che se si vuole patteggiare occorre restituire il maltolto: ma questo è possibile già adesso, solo che spesso sono il pm o il gip a non dare il consenso. Anche qui, credo che si tratti di annuncio populista. Occorre piuttosto una cultura diffusa della legalità, controlli più attenti e una semplificazione delle norme tale per cui il cittadino non abbia più bisogno di chiedere “aiuti” o “aggiustamenti” quando non sa come muoversi.

Repubblica il presidente dell’Autority anti-corruzione Raffaele Cantone ha dichiarato che dal governo «sono state fatte cose importanti» e cioè «è stato rafforzato il potere del mio ufficio in modo significativo». Vuole commentare?
Noi penalisti ci siamo sempre espressi con perplessità. Siamo sempre perplessi di fronte all’accentrarsi di cariche e poteri su un solo uomo. Il tema della trasparenza deve essere assolutamente recuperato dalla politica. Di recente, dopo l’inchiesta Mafia capitale, a Roma è diventato assessore alla legalità e alla trasparenza il magistrato Sabella: ebbene, ciò non fa che confermare la tendenza da parte della politica di delegare alla magistratura le azioni di presunta trasparenza. La politica non ha altri antidoti per respingere la corruzione? Nel momento in cui si chiede a un magistrato di fare l’assessore, si dà solo una prova straordinaria di debolezza e si concede alla magistratura un potere che non le spetta. Se i magistrati chiedessero a un politico di controllarli, sobbalzeremmo sulla sedia.