I bambini rapiti, ostaggi di una Nigeria in ostaggio

Di Caterina Giojelli
12 Dicembre 2025
Cento piccoli liberati su trecento sequestrati alla St Mary’s Catholic School di Papiri. Il paese vive sotto il ricatto permanente di bande armate e terroristi, ma la notizia da dare è sempre la stessa: «Trump sbaglia, l'odio religioso non c'entra»
Matha Mathias, insegnante alla St. Mary di Papiri, attende fuori dalla scuola chiusa dopo il rapimento del figlio, di altri 302 studenti e 12 insegnanti
Matha Mathias, insegnante alla St. Mary di Papiri, attende fuori dalla scuola chiusa dopo il rapimento del figlio, di altri 302 studenti e 12 insegnanti (foto Ansa)

Hanno fatto irruzione tra le tre e le quattro del mattino del 21 novembre, sessanta motociclette e una colonna di pick-up, nella St Mary’s Catholic School di Papiri, stato del Niger, in Nigeria. Hanno portato via 239 bambini della materna e della primaria (i più piccoli di sei anni), 14 ragazzi delle superiori, 12 insegnanti. Un papà e una mamma sono morti di crepacuore nei giorni seguenti. Cinquanta alunni sono riusciti a scappare nella boscaglia. Gli altri sono rimasti ostaggi. Nessun preavviso, nessuna sirena, nessuna protezione. Solo, dopo il disastro, la chiusura precauzionale di quarantuno college federali.

Il numero di studenti rapiti supera quello delle “Chibok Girls”, le 276 studentesse rapite da Boko Haram nello stato del Borno, Nigeria nord-orientale nel 2014. Allora il mondo si commosse, nacque #BringBackOurGirls, Michelle Obama si fece fotografare con il cartello. Oggi cento bambini sono stati rilasciati, l’8 dicembre hanno riabbracciato i loro genitori – non si sa se dietro pagamento di riscatto (probabile) o per un’operazione militare (improbabile) – e centocinquantatré restano ancora nelle mani dei rapitori insieme agli insegnanti. Il vescovo di Kontagora, Bulus Dauwa Yohanna, conferma: «È vero, finora cento bambini sono stati liberati. Ringraziamo Dio per tutto».

Le famiglie senza sonno

Lo stesso vescovo aveva detto chiaro al governo pochi giorni prima del rilascio: «Questi bambini sono usciti di casa per studiare e hanno trovato il terrore. Le famiglie non dormono, non sanno se i figli sono vivi o morti. È una ferita morale e spirituale». E ancora: «Continueremo a predicare speranza e a scoraggiare la vendetta, ma esigiamo giustizia».

«Mia moglie piange in continuazione», raccontava alla Reuters il padre di un ragazzo di quattordici anni. «Ci chiedono pazienza, dicono che stanno lavorando per salvarli. Ma come si fa ad avere pace se non sappiamo se nostro figlio è vivo?». Poi la telefonata: vostro figlio è tra i cento liberati, sta tornando a Papiri da Minna. «Non vediamo l’ora di riabbracciarlo e preghiamo che non succeda mai più», dice un altro padre. Ma per 153 famiglie la notte continua.

Una scuola nel mirino

Nel 2021-2022 girava voce di un attacco imminente, la scuola era rimasta chiusa cinque mesi, gli esami si erano tenuti altrove. Questa volta nessuno aveva avvisato, né formalmente né informalmente. La St Mary serve una cinquantina di villaggi di Agwara, molti bambini vengono da lontano, camminano tre o quattro ore per arrivare. Per questo i dormitori erano pieni. Carne da macello pronta all’uso.

Quello della St Mary’s è il terzo rapimento in una settimana. Tre giorni prima, due morti e trentotto sequestrati in una chiesa nello stato di Kwara. Venticinque studentesse portate via a Maga, nello stato di Kebbi (poi rilasciate). Non sono episodi isolati. Sono la norma in un nord-ovest e centro Nigeria dove i cosiddetti “banditi” – spesso in combutta con miliziani jihadisti vecchi e nuovi (Iswap, Lakurawa, Gsim) – hanno trasformato il sequestro di massa in industria (vedi quelli nelle scuole di Dapchi, Kaduna, Zamfara, Katsina). E dove i cristiani restano il bersaglio privilegiato: 50 mila uccisi dal 2009, 19.100 chiese distrutte, 15 milioni di sfollati. Per ogni musulmano ammazzato cadono 2,4 cristiani; proporzionalmente 5,2 volte di più.

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Pulizia etnica con benzina e machete

Come Tempi ha ribadito all’indomani dei distinguo fioccati dopo la minaccia di un intervento americano in Nigeria agitata da Donald Trump, non esiste nessun altro posto al mondo, dove negli ultimi dieci anni siano stati rapiti o uccisi 250 sacerdoti e 350 pastori protestanti. Una media di 60 all’anno. Più di uno a settimana. Ed è bene ricordarlo quando, dall’Economist alla Bbc, i media che danno la notizia del rilascio dei cento bambini di Papiri non dimenticano la postilla obbligata: «Contrariamente a quanto afferma Trump, la stragrande maggioranza dei rapimenti e delle uccisioni in Nigeria non ha motivazioni religiose».

Impossibile ridurre la mattanza a scontri comunitari. Basti ricordare i seminaristi di Ivianokpodi, costretti a implorare la liberazione tenendo in mano teschi umani, o il giovane seminarista di Kaduna Michael Nnadi, obbligato a ballare e a muggire come una mucca prima di essere giustiziato con un colpo alla testa. E neppure appena di povertà, cambiamento climatico, competizione per la terra, come piace ripetere a certi osservatori. Tutto vero, tutto parziale: nella Middle Belt i pastori fulani islamici stanno facendo pulizia etnica dei cristiani a colpi di benzina e machete. Lo documentano i reportage (in primis di Tempi), lo confermano i numeri, lo gridano i vescovi, inascoltati.

L’effetto Trump

Nelle ultime settimane gli attacchi sono esplosi. Il 26 novembre il presidente Bola Tinubu ha dichiarato lo «stato di emergenza», il 2 dicembre ha nominato un nuovo ministro della Difesa, un generale con esperienza anti-insurrezione. Un esperto sentito dall’Economist ipotizza che le minacce di intervento americano ventilate da Trump possano aver spinto i banditi a intensificare i colpi poiché «un governo che affronta la censura internazionale potrebbe essere più propenso a pagare. Questo potrebbe anche spiegare i recenti attacchi ai cristiani». E quelli che da quindici anni trasformano la Nigeria nell’epicentro mondiale della persecuzione anticristiana? Tutto vero, tutto ancora una volta parziale, mentre 153 bambini restano ostaggi di uomini che non temono Dio, tantomeno lo Stato.

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