Hotel Rwanda, la vera storia del direttore d’albergo che salvò dal genocidio 1.268 hutu e tutsi

L’autobiografia di Paul Rusesabagina, scritta assieme al giornalista americano Tom Zoellner alla vigilia del ventennale del massacro nel “paese delle mille colline”

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Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Racconta un’antica storia africana che un uomo diede rifugio a un leone ferito e che questo, una volta guarito, se ne andò senza arrecare alcun danno alla famiglia che viveva in quella casa. «Se un uomo può ospitare sotto il suo tetto un feroce leone — è la conclusione della saggezza popolare — perché non potrebbe accogliere un essere umano, un suo simile?». Paul Rusesabagina, ex direttore d’albergo rwandese, narra questo detto nel libro che racconta la sua vita per spiegare l’istintivo senso di ospitalità del suo popolo e, a partire da qui, descrive i cento giorni in cui il suo albergo divenne un rifugio per centinaia di persone nel mezzo del caos del genocidio del 1994.

Sulla storia del massacro dei tutsi e degli hutu moderati, sul ruolo ambiguo dell’Occidente, su alcune figure di “giusti” (come il console italiano Pierantonio Costa) si è scritto molto, in questi anni: basti ricordare il reportage Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie di Philip Gourevitch, o il film Accadde in aprile. Alla vigilia del ventennale del genocidio, viene pubblicata in italiano l’autobiografia che Rusesabagina ha scritto assieme al giornalista americano Tom Zoellner, e che racconta la vicenda che è stata al centro del bel film Hotel Rwanda diretto da Terry George e uscito nelle sale di tutto il mondo dieci anni fa (Hotel Rwanda, la vera storia, Genova, Il Canneto, 2013, pagine 195, 18 euro). Zoellner riesce a far emergere la figura di un uomo giusto dallo sfondo di quei giorni drammatici: ne emerge un ritratto netto, definito, ma senza cedere alle tentazioni agiografiche. Al contrario, ciò che resta in primo piano non è il protagonismo del direttore dell’albergo, ma le vicende umane dei suoi ospiti e, soprattutto, del «Paese delle mille colline» che Rusesabagina ricorda con l’affetto e la nostalgia del profugo.

Era il 6 aprile 1994 quando in Rwanda si scatenò l’inferno: in tre mesi un milione di morti, massacri e violenze di ogni genere. In quei cento giorni di follia collettiva Rusesabagina, che dirigeva l’Hôtel des Mille Collines, nascose nell’albergo tutsi ed hutu moderati, contribuendo così a salvare la vita di 1.268 persone, protetto non tanto dalle impotenti milizie Onu o dalla polizia, ma dalla rete di rapporti e amicizie intrecciata in anni di lavoro. Nel ricordo di quei giorni è vivissimo lo stupore per la costruzione sistematica dell’odio razziale e per il potere devastante delle parole che — soprattutto nella propaganda della Radio-Télevision Libre des Mille Collines — furono in grado di trasformare un popolo mite e accogliente nel protagonista del «genocidio più rapido ed efficiente della storia».

La differenza tra hutu e tutsi è un’invenzione e il protagonista del racconto lo spiega partendo dalla sua vicenda di figlio di famiglia mista: ma le divisioni coloniali furono sfruttate per creare barriere tra la gente, per far crescere il disprezzo, per far emergere frustrazioni antiche. A questo si aggiunse una politica dissennata della comunità internazionale e di alcuni Paesi in modo particolare: così, in breve tempo, lo strumento da lavoro di questo popolo contadino, il machete, si tramutò in una micidiale e orrenda macchina da sterminio. E quelli che fino a poco prima erano amici, compagni di classe, vicini di casa, divennero spie e assassini, come quei giovani che, da un giorno all’altro, iniziarono a perseguitare i compagni di classe che avevano il padre hutu. «Non dimenticherò mai — racconta l’autore — lo sguardo di determinazione, addirittura di esultanza, di quei ragazzi fin troppo entusiasti nell’accettare il loro nuovo ruolo di esseri superiori».

Nella descrizione asciutta della violenza di quei giorni, si staglia la normalità della figura di Paul Rusesabagina: «Il mio unico orgoglio — spiega nell’introduzione — è che rimasi al mio posto e continuai a fare il mio lavoro di direttore, mentre ogni senso morale scompariva». Il direttore accoglieva tutti coloro che chiedevano aiuto, mentre fuggire dal Paese sembrava impossibile: quasi 1.300 persone in uno spazio progettato per trecento, di cui quaranta nella sua stanza. Si dormiva nei corridoi, nella sala da ballo, sui pavimenti dei bagni, nelle dispense, si beveva l’acqua della piscina. E, nel frattempo, il direttore sfruttava la linea telefonica del fax — l’unica attiva — per far arrivare la sua voce in tutto il mondo e per sollecitare le conoscenze politiche e militari affinché l’hotel fosse preservato dalle incursioni armate. Bevve drink discutendo con decine di colonnelli, utilizzò le sue capacità diplomatiche per salvare la vita della sua famiglia e dei suoi ospiti: «Mi ritrovai seduto a un tavolino da cocktail con davanti a me qualcuno che, quel giorno, poteva aver commesso decine di omicidi. (…) Chiacchieravamo come se niente fosse, come se stessimo trattando l’acquisto di nuova utensileria per la cucina o discutendo di uno speciale evento che si doveva organizzare di lì a poco nella sala da ballo».

Rusesabagina scelse di non partire per rimanere, come unica, esile barriera tra quelle 1.268 persone e la morte. Lo fece con la serenità di un giusto che percepisce quella come l’unica scelta possibile e seguendo l’istinto ospitale dell’uomo africano, che sarebbe disposto ad accogliere in casa sua anche i leoni: «Sono solo un direttore d’albergo né più ne meno — dice di sé — addestrato a negoziare contratti e incaricato di fornire alloggio a coloro che ne hanno bisogno. Feci ciò che chiunque avrebbe fatto in quelle circostanze. Dissi di no ad azioni ignobili, come credevo che chiunque avrebbe fatto, e ancora adesso mi sconcerta che molti invece abbiano potuto dire di sì».

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