Hezbollah in Siria rischia di trascinare il Libano nell’inferno della guerra

Il sostegno del “Partito di Dio” alla causa di Assad rovina i piani degli Stati del Golfo sulla Siria. L’esercito dei ribelli «è pronto all’invasione» del Libano

Più che le notizie di agenzia sui razzi che della Siria piovono su Baalbek nella valle della Bekaa e da non si sa dove sui quartieri sciiti di Beirut; più che le sempiterne sparatorie fra salafiti e alawiti nella città settentrionale di Tripoli e quelle ad Arsal e a Hermel al confine settentrionale con la Siria; più che le dichiarazioni del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah il quale annuncia che i suoi uomini continueranno a partecipare al conflitto siriano per tenere lontano dal Libano i takfiri, cioè i jihadisti che considerano eretici gli sciiti; più che le rampogne di Fouad Siniora, ex primo ministro libanese sunnita ed esponente della Coalizione del 14 marzo contro l’attuale ministro degli Esteri libanese Adnan Mansour che al vertice della Lega Araba aveva difeso il ruolo di Hezbollah nella battaglia di Qusayr. Più di tutto ciò, a far temere che il Libano sia vicino a scivolare dentro al vulcano siriano è una notizia che arriva da Riyadh: il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), che riunisce i paesi della penisola arabica (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Bahrein), ha emesso un avviso che sconsiglia i viaggi nel Libano, tradizionale meta vacanziera per molti arabi benestanti, «a causa dell’instabilità delle condizioni di sicurezza» che fanno concludere che il paese è «insicuro per i cittadini del Ccg».

Per quanto la tensione stia crescendo, viaggiare in Libano non è affatto pericoloso a meno che non ci si rechi nelle località del nord-est al confine con la Siria o a Tripoli. La nota di Riyadh è molto di più che un avviso ai viaggiatori: trattasi di monito intimidatorio nei confronti di uno Stato che non sa impedire ad alcune sue forze politico-militari (Hezbollah e i suoi alleati) di interferire nei disegni che i paesi del Golfo hanno sulla Siria. Perché, non è un mistero, ben prima che lo sceicco Nasrallah lanciasse i suoi armati nella bolgia siriana, soldi e armi dall’Arabia Saudita e dal Qatar erano canalizzate con abbondanza alla ribellione, insieme a migliaia di combattenti jihadisti e salafiti provenienti dai sei paesi del Ccg. Quando la settimana scorsa una dichiarazione della Lega Araba ha condannato le interferenze straniere in Siria ma ha menzionato esplicitamente solo il nome di Hezbollah, il ministro degli Esteri del governo tecnico che dalla fine di marzo regge il Libano, Adnan Mansour, ha protestato che sul terreno è provata la presenza di combattenti di 40 paesi, in grande maggioranza dalla parte degli insorti.

A parte Tripoli, dove in una settimana sono stati sparati 150 colpi di mortaio (ma lì l’attrito fra sunniti e alawiti va avanti da cinque anni), in Libano non è ancora successo niente di disastroso. Ma potrebbe succedere. All’indomani della caduta del caposaldo ribelle di Qusayr il comandante in capo delle forze che fanno riferimento ai ribelli della Coalizione nazionale siriana è stato esplicito: «I combattenti sono pronti a portare le ostilità nel territorio libanese per affrontare i membri di Hezbollah che combattono al fianco delle forze del regime siriano», ha dichiarato Salim Idriss del Libero esercito siriano (Les). «L’opposizione siriana prenderà le misure necessarie se le autorità libanesi non metteranno fine all’interferenza di Hezbollah nei combattimenti in Siria». Chi sta dietro al Les in termini di finanziamenti e armamenti si sa, per questo il comunicato di Riyadh suona particolarmente inquietante.

Qualche misura il Les o i simpatizzanti libanesi della ribellione siriana l’avevano già presa, se è vero che i razzi piovuti sui quartieri meridionali (sciiti) di Beirut dal monte Libano il 26 maggio erano stati sparati all’indomani del discorso con cui Nasrallah per la prima volta impegnava ufficialmente Hezbollah nel conflitto siriano (fino a quel momento la linea del partito era che alcuni combattenti erano andati in soccorso di loro parenti libanesi residenti in villaggi in territorio siriano).

La causa anti-israeliana
Che cosa aveva detto il religioso sciita? «Il controllo della Siria da parte dei gruppi takfiri e soprattutto delle aree di confine col Libano rappresenta un grande pericolo sia per i musulmani che per i cristiani libanesi. La Siria è il principale sostenitore della resistenza (di Hezbollah a Israele, ndr), e la resistenza non può restare immobile e permettere ai takfiri di spezzare la sua spina dorsale; crediamo che la nostra azione rappresenti una difesa del Libano, della Palestina e della Siria. Se la Siria cade nelle mani dei takfiri e degli Stati Uniti, la resistenza sarà intrappolata e Israele entrerà di nuovo in Libano. Se la Siria cade, la causa palestinese sarà perduta».

Nasrallah ha sfruttato gli attacchi israeliani a convogli di armi per Hezbollah in via di trasferimento dalla Siria al Libano per rendere più credibile la giustificazione dell’intervento dei suoi combattenti al fianco del regime del presidente Assad in nome della sempiterna causa anti-israeliana. La retorica anti-sionista, però, questa volta non ha fatto presa. Gli arabi musulmani sunniti, che traboccavano ammirazione per Hezbollah nei giorni dell’attacco israeliano alle basi libanesi dell’organizzazione (2006), ora condannano l’intervento del Partito di Dio dalla parte di Assad nella guerra civile siriana e ci vedono un’opzione presa in un’ottica settaria e particolaristica: Hezbollah è sciita e i suoi protettori sono la Siria di Assad e l’Iran, pertanto si schierano con loro contro l’opposizione, composta principalmente da musulmani sunniti, la componente religiosa maggioritaria della popolazione siriana.

Con le sue parole e coi suoi atti Nasrallah è riuscito nella notevole impresa di riavvicinare l’establishment clericale saudita e Youssef Qaradawi, il più noto teologo simpatizzante dei Fratelli Musulmani. In un suo discorso a Doha alla fine di maggio il predicatore più valorizzato da al Jazeera ha abiurato le sue precedenti prese di posizione in difesa di Hezbollah, meritevole secondo lui di sostegno nonostante le sue posizioni religiose non ortodosse dal punto di vista sunnita e la sua vicinanza all’Iran perché impegnato nella lotta contro Israele. Ora Qaradawi definisce Hezbollah niente meno che “il partito di Satana”. E si cosparge il capo di cenere per le sue dichiarazioni del passato: «Il leader del Partito di Satana viene a combattere i sunniti», ha detto. «Ora sappiamo cosa vogliono gli iraniani. Vogliono massacri ininterrotti per uccidere i sunniti. Ho difeso Nasrallah e il suo partito, il partito della tirannia, di fronte al clero dell’Arabia Saudita. Ora sembra che i leader religiosi dell’Arabia Saudita siano stati più prudenti di me».

La parola alle armi
«Che Dio lo conservi, ha cambiato opinione e ha applaudito il nostro storico punto di vista al riguardo di questo partito odioso e settario», ha esultato il gran muftì saudita Sheikh Abdelaziz al-Sheikh. La tensione all’interno del Libano cresce, ma a parte i salafiti di Tripoli non si può dire che i principali avversari politici di Hezbollah, cioè la filo-sunnita e filo-ribelli siriani Coalizione del 14 marzo (erede della linea politica dell’assassinato Rafic Hariri), non vedano l’ora di dare la parola alle armi. Al contrario: l’ex premier Fouad Siniora scongiura il partito sciita di ripensare la propria decisione per il bene del Libano. «Hezbollah dovrebbe ritirare le sue milizie dalla Siria e i suoi combattenti dalla valle della Bekaa e farli tornare a casa, così che non diventino strumento per attizzare le fiamme di questa contesa», ha detto in un discorso a Sidone. «Voglio dire ai miei fratelli Hezbollah in questa nazione che c’è ancora tempo per correggere il loro errore prima che sia troppo tardi. La maledizione cadrà su chi uccide il suo fratello e il suo vicino e la vergogna sarà il suo destino».

L’invio dei soldati
Secondo molti osservatori, Hezbollah in realtà non aveva altra scelta che appoggiare le forze di Damasco nello sforzo per riprendere Qusayr. Il controllo della stessa significa per il regime siriano una continuità territoriale che va dalla capitale ai porti di Latakia e Tartus nel nord, nei quali attraccano le navi iraniane e russe che portano gli armamenti indispensabili ai governativi; per i ribelli invece significava la possibilità di disarticolare i rifornimenti nemici e di alimentare quelli propri attraverso il vicinissimo (10 chilometri) confine libanese. Ma anche per Hezbollah il controllo di Qusayr è strategico: la località si trova sull’asse di passaggio degli aiuti iraniani destinati al partito, che con difficoltà passano dai porti del Libano meridionale dopo la guerra del 2006 e l’arrivo dei caschi blu. D’altra parte Assad non poteva sguarnire Damasco o il fronte di Aleppo per attaccare in forze la località e non poteva rischiare l’ammutinamento delle sue truppe sunnite mandandole a combattere sul posto. Da qui la decisione di chiedere supporto a Hezbollah, che ha inviato sul posto dai 2 ai 3 mila uomini. Una cifra minore di quelle fatte girare dalla Coalizione nazionale siriana (che ha parlato persino di 7 mila miliziani sciiti), ma molto alta quando si considera che i combattenti addestrati di Hezbollah probabilmente non superano la cifra di 10 mila.