Governo Giuseppi (o del triplo salto carpiato con avvitamento laterale)

La crisi di fiducia nei partiti è figlia della mancanza di principi chiari nell’azione e coerenza rispetto ad essi

Ricordava ieri Paolo Mieli sul Corriere che «da noi, in settantacinque anni, non è mai successo che la sinistra sia andata al potere in seguito a una vittoria elettorale. Con l’unica eccezione del 21 aprile 1996 quando vinse l’Ulivo con Romano Prodi». A quanto pare, dopo il voto di Rousseau, ci riuscirà un’altra volta, una specie di record.

Da topino a maggiordomo

A guidare il nuovo esecutivo sarà Giuseppe “Giuseppi” Conte, il Carneade che, come disse una volta Matteo Renzi, «non solo non è degno di essere presidente del Consiglio: non è degno di essere professore di diritto». Tutto a un tratto, invece, s’è fatto statista dopo che la bacchetta magica della stampa progressista l’ha trasformato da topino in maggiordomo di una nuova maggioranza che starà insieme con la colla (e un programma che contiene il Green New Deal, cioè l’idea più scema che si poteva copiare dall’America).

Auguri a loro, ma soprattutto a noi che dovremo sorbirci, dopo il pastrocchio gialloverde, quello giallorosso, cioè un governo che sarà costretto a discutere all’infinito su tutto, combinerà poco o niente, fatti salvi i “nuovi diritti” per tutti. È una facile previsione: costano niente, accontentano l’unico punto in comune tra sinistra e grillini, sono bandiere ideologiche.

Non ci si può fidare

Ieri su Italia Oggi (“Triplo salto carpiato con avvitamento laterale e approdo perfetto su Conte”) Pierluigi Magnaschi notava che l’impossibile conciliazione degli opposti tra i due partiti sarà pagata soprattutto dai democratici:

Dai pentastellati, vista la loro storia, ci si può aspettare qualsiasi cosa. Ma non dal Pd che un tempo (quando si chiamava Pci) era ingessato nella corazza di convincimenti robusti perché ideologici ma che, anche in seguito, è stato un partito affidabile, legato alle sue promesse e ai suoi posizionamenti. Il guaio politico di lungo periodo consiste nel fatto che, del Pd, l’elettore, in futuro, non potrà più fidarsi.

“Noi siamo diversi”

Magnaschi coglie un punto non trascurabile della situazione attuale: la fiducia. Negli ultimi anni abbiamo visto accadere di tutto con voltafaccia repentini tra i più clamorosi (non ultimo quello di Salvini che ha fatto un accordo coi cinquestelle dopo aver fatto una campagna elettorale col centrodestra). Che la gente sia nauseata da questa situazione lo si vede dall’aumento dell’astensione e – anche se oggi fa un po’ ridere dirlo – dal successo dei cinquestelle che, si ricorderà, alle ultime politiche si erano presentati con due mantra ben chiari: “noi siamo diversi dagli altri” e “noi andiamo da soli, non facciamo inciuci”. Ora che anche questa loro differenza – per noi inconsistente, ma è un altro discorso – è venuta meno e che anche altri pilastri della retorica grillina sono stati demoliti (l’escamotage del “mandato zero”) che appeal possono avere sull’elettorato?

Principi non negoziabili

Mi sbaglierò, ma non mi sbaglierò, ma io credo che tutti i partiti siano consapevoli che il rapporto di fiducia tra loro e gli elettori è ormai un filo fragile. Gli italiani non si fidano di loro, e continuano a cambiare, e loro non si fidano degli italiani (quando arrivano in parlamento, poi non ci fanno più votare). Insomma, il problema della “fiducia” non riguarda solo il Pd, ma anche Lega, Forza Italia, M5s e tutti gli altri. Perché per guadagnarti la fiducia di qualcuno devi essere coerente – o almeno, quando cambi idea, spiegare perché la cambi – con alcune idee fondanti del tuo agire politico. Qui non c’è più coerenza perché nessun partito ha più dei “principi non negoziabili” di riferimento. Se tutto è “negoziabile”, l’incoerenza è una conseguenza. Quindi si fanno “tripli salti carpiati” a ogni soffio di sondaggio.

Foto Ansa