La Flotilla della coscienza a posto
Dopo una falsa partenza dovuta al maltempo, lunedì sera sono salpate da Barcellona le prime barche della Global Sumud Flotilla, una missione civile internazionale che punta a forzare il blocco navale davanti a Gaza per portare alla popolazione palestinese della Striscia circa 200-300 tonnellate di aiuti umanitari, cibo e medicine soprattutto. Altre imbarcazioni, per un totale di circa 50, si aggiungeranno alla spedizione che dovrebbe arrivare a destinazione a metà settembre (ma qualcuna ha già invertito la rotta per i danni subiti a causa del mare troppo mosso).
Attivisti, attori, cantanti e fumettisti
Come quasi tutte le iniziative pro Pal, la Global Sumud Flotilla vede coinvolti a vario titolo gran parte degli attivisti di sinistra più o meno noti, politici progressisti come l’ex sindaca di Barcellona, cantanti, attori e fumettisti impegnati: c’è chi è salito su una delle barche a vela e degli yacht salpati, come Greta Thunberg e Liam Cunningham, e chi si è limitato a offrire sostegno appassionato sui social, come Vasco Rossi, Alessandro Barbero e Zerocalcare.
I portuali di Genova, città da cui è partita parte della Flotilla, e quelli di Venezia hanno minacciato di «bloccare l’Europa» se perderanno il contatto con le barche della missione per più di 20 minuti o se Israele impedirà alla Flotilla di attraccare a Gaza. In effetti Israele ha già bloccato almeno due missioni analoghe, ma più piccole e partite con meno battage mediatico-pubblicitario, a giugno e luglio scorsi, e tutto suggerisce che lo farà anche questa volta.
Dal governo israeliano sono arrivate minacce di trattare gli attivisti «come terroristi» se cercheranno di forzare il blocco navale (blocco imposto da Israele ed Egitto nel 2007 per impedire al gruppo terroristico di Hamas, che controlla la Striscia da allora, di ottenere armi, e riconosciuto come legale da molti paesi occidentali) e non è ancora chiaro – nel caso in cui le barche della Flotilla riuscissero a passare – dove possano attraccare e a chi consegneranno gli aiuti umanitari.

La Global Sumud Flotilla e il Lido di Venezia
Dal progetto trumpiano della Gaza Riviera alla riviera dei sentimenti dei sostenitori di questo progetto puramente mediatico e simbolico il passo è breve, insomma. Negli stessi giorni in cui la Flotilla prende il largo, al Lido di Venezia è in corso la Mostra del Cinema, caratterizzata quest’anno da numerosi appelli di attori e registi a boicottare gli artisti israeliani per boicottare Israele e interventi al limite del grottesco in cui attrici infiocchettate in abiti costosissimi spiegano tra una sfilata sul Red Carpet e un party esclusivo di pensare a Gaza ogni mattina e di non riuscire più a godersi la vita sapendo che i bambini palestinesi muoiono per le bombe e la fame.
L’aspetto curioso della vicenda è il peso enorme che viene dato in questi giorni a una iniziativa velleitaria e in parte opaca con cui cinquanta barche partite da lontano vogliono – Greta dixit – impedire a Israele di occupare la Striscia di Gaza.
Una missione che funziona sui social e conquista pancia e sentimenti

Dal punto di vista del marketing comunicativo l’iniziativa è perfetta per conquistare pancia e sentimenti di chi si sente con la coscienza a posto dopo avere condiviso reel sulla partenza delle barche riprese dai droni o avere postato sulla propria pagina Facebook il manifesto “Io sostengo la Global Summit Flotilla” spiegando che «non posso più voltarmi dall’altra parte». Il fatto che personaggi dello spettacolo e del cinema appoggino l’iniziativa spinge anche le persone “comuni” ad aderire, per sentirsi accanto al proprio cantante o fumettista preferito dalla parte giusta della storia.
Di fronte a quello che succede a Gaza è inevitabile sentirsi addolorati e chiedere la pace, ma pensare che un’azione dimostrativa e simbolica come quella di qualche decina di yacht e barche a vela piene di attivisti, attori e politici possa fare qualcosa è tremendamente ingenuo, oltre che “facile”.
Chi aiutano gli aiuti della Global Sumud Flotilla?
Nell’epoca in cui ogni opinione deve essere sbandierata e difesa sui social postare il manifesto della Flotilla di Greta & Co. è virtue signalling che serve a se stessi, un esempio perfetto della differenza che c’è tra fare del bene e sentirsi bene. Le tonnellate di aiuti che, mare e Israele permettendo, raggiungerebbero Gaza tra un paio di settimane non è neppure lontanamente paragonabile alla quantità di cibo e medicinali che già entrano nella Striscia ogni giorno grazie a Stati Uniti e Israele, o alle 500 tonnellate che il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha recentemente portato nelle zone colpite dalla guerra. E poi, a chi andrebbero questi aiuti?
In un editoriale provocatorio ma realista ieri Il Foglio ha invitato il governo Netanyahu a lasciare passare la Flotilla, le cui intenzioni umanitarie sono sicuramente lodevoli, e vedere che cosa succede: a chi distribuirebbero questi beni? E attraccando dove, dato che a Gaza non c’è un porto? E siamo sicuri che la vicenda non finirebbe con un gruppo di occidentali rapiti dai terroristi? Queste e altre domande però non sembrano essere prese in considerazione da chi rilancia gli aggiornamenti sulla «più grande missione umanitaria dal basso», così come sembra lasciare indifferenti capire chi c’è dietro a questa mobilitazione di massa.

Ong amiche dei terroristi e finanziatori opachi
Tra le Ong che partecipano alla regata, infatti, ce ne sono alcune accusate di rapporti opachi con i terroristi se non addirittura – è il caso della tedesca Samidoun – di essere “entità terroristiche” bandite da diversi paesi occidentali. C’è poi la questione dei fondi, dato che nessuno è così ingenuo da credere davvero che tutta l’operazione si sostenga grazie al crowdfunding su Internet: secondo alcuni a finanziare l’enorme macchina di Sumud ci sarebbe il Qatar tramite Ong turche. Non solo: spiegava ieri Il Giornale che tra i partner della Flotilla c’è anche il Comitato dell’Unione del lavoro agricolo palestinese, considerato da Fatah un proprio affiliato, branca del gruppo terroristico Fronte popolare per la Liberazione della Palestina.
I più maliziosi dicono che gli attivisti della Global Sumud Flotilla sanno benissimo che verranno fermati da Egitto e Israele una volta arrivati dalle parti di Gaza, e che anzi il loro obiettivo è proprio quello di demonizzare ancora di più lo Stato ebraico.
Che cosa fa l’Italia per i palestinesi di Gaza
Così, mentre c’è chi pensa che la pace si ottenga postando su Instagram, c’è chi lavora per aiutare la popolazione palestinese straziata: l’Italia da settimane chiede a Netanyahu un cessate il fuoco e ad Hamas la restituzione degli ostaggi, condannando gli attacchi sui civili dell’esercito israeliano. Il nostro è anche il primo dei paesi non musulmani che al mondo ha accolto più bambini e persone in difficoltà in fuga dalla Striscia, oltre a inviare quotidianamente aiuti umanitari. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha anche preso le difese degli attivisti della Flotilla accusati di terrorismo da Tel Aviv: «Non credo che siano dei terroristi. Si può dire di non essere d’accordo, che si tratta di iniziative inopportune, ma bisogna usare un linguaggio proporzionato».
La preoccupazione per i civili a Gaza è giusta, come sicuramente è sincero il sentimento di molti degli attivisti salpati in questi giorni e di chi ne condivide le azioni su Facebook e Instagram. Ma la guerra a Gaza merita un giudizio più profondo di un “condividi” sui social. Non è con operazioni velleitarie, opache, radical chic e in fondo ideologiche come questa che si costruisce la pace e si aiuta la popolazione palestinese.
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Le persone organizzatori della la Flotilla sono mossi da ideologie non dall’amore verso il prossimo. È solo provocazione…