La confusione di Netanyahu è un danno per Israele e una tragedia per Gaza
Occupare o liberare la terra dei palestinesi, prendere Gaza City o tutta la Striscia, portare in salvo 20 ostaggi o tutti i 50 rimasti nelle mani di Hamas, anche se la maggior parte non è più in vita. Un po’ gioca con le parole e un po’ sembra fare confusione, volutamente o meno, Benjamin Netanyahu, che dopo quasi due anni di guerra continua a reagire allo stesso modo a ogni difficoltà o critica: contrattaccando.
Il piano «orribile» per Gaza
Così, il premier israeliano ignora le critiche internazionali e il numero record di paesi occidentali che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese o sono pronti a farlo, sottovaluta un paese alleato come la Germania che blocca le esportazioni militari allo Stato ebraico, sorvola sulle centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza contro il suo governo, chiedendo di porre fine al conflitto contro Hamas per trovare una soluzione al dramma degli ostaggi e per non rischiare oltre la vita degli israeliani arruolati nell’esercito. Non ascolta neanche il consigliere per la Sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, che aveva bocciato l’idea di occupare la Città di Gaza, e tira dritto.
Quello che padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia francescana di Terra Santa, ha definito al Corriere «un piano sconvolgente e orribile», l’occupazione cioè della città dove attualmente vive metà della popolazione della Striscia, per l’ex portavoce delle Forze di difesa israeliane, Peter Lerner, è «un compito impossibile».
L’esercito è pronto all’azzardo?
Conquistare l’intera Striscia di Gaza richiederebbe l’impegno di 250 mila soldati in modo permanente, occupare la sola Città di Gaza 60 mila, «esponendoli a minacce quotidiane». Controllare la sicurezza nell’area, sostiene il colonnello, significa «una presenza militare israeliana permanente all’interno di Gaza, un movimento d’insediamenti incontrollato, con l’Idf che deve fare da responsabile della legge, dell’ordine e perfino dell’amministrazione civile».
Un impegno che richiederebbe un ulteriore sforzo ai giovani israeliani e che non tiene conto del fatto che agli ultimi reclutamenti si è presentato solo il 35-40% dei riservisti. E solo il 44% di questi si è dichiarato disponibile a un eventuale secondo turno a Gaza. Perché, dei 295 mila richiamati finora, quasi uno su due (118 mila) ha famiglia e uno su venti è rimasto disoccupato.
Occupazione militare, continua Lerner, vorrebbe dire poi «sorvegliare ogni vicolo, amministrare ogni centrale elettrica, finanziare ogni scuola e ospedale. Questo richiederà decine di migliaia di soldati, in rotazione permanente. Per anni. Le vittime aumenteranno. E aumenteranno i costi finanziari, decine di miliardi di dollari l’anno».
Gaza è una trappola per Israele
Più che una mossa che avvicina Israele alla «vittoria», come dichiarato ancora una volta da Netanyahu, assomiglia molto di più a una trappola. Anche perché per gli estremisti di destra che appoggiano il governo, come Bezalel Smotrich, non è mai abbastanza e infatti il ministro delle Finanze ha detto di avere «perso la fiducia» in Netanyahu, sostenendo che la Striscia va occupata tutta e subito, non tra due mesi, l’8 ottobre, il termine previsto da Bibi. L’obiettivo, cioè, non può essere semplicemente cercare di alzare il tiro per strappare un accordo ad Hamas.
Le famiglie degli ostaggi hanno organizzato per il 17 agosto uno sciopero generale, al quale però la sigla Histadrut non parteciperà, ritenendo che questo «non fermerà la guerra, purtroppo». Ad ogni modo la manifestazione sarà imponente, soprattutto dopo che il premier israeliano ha parlato della necessità di riportare a casa gli ostaggi vivi, dimenticandosi apparentemente degli altri.
«Salviamo Israele da Netanyahu»
In una dichiarazione al vetriolo, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «un disastro annunciato» il piano di Netanyahu, cioè la «demilitarizzazione di Gaza, l’affidamento della sicurezza a Israele, la creazione di una zona di sicurezza al confine tra Israele e Gaza per prevenire futuri attacchi, un’amministrazione civile che cerchi la pace con Israele».
Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto è andato anche oltre: «Al di là delle condanne, rimaniamo impegnati nell’aiuto umanitario, ma dobbiamo ora trovare un modo di obbligare il premier israeliano Netanyahu a riflettere. Bisogna salvare il popolo israeliano da un governo che ha perso la ragione e la sua umanità».
Le parole di Crosetto sono inusualmente dure, ma tutti i punti del piano di Netanyahu sembrano irrealizzabili, soprattutto l’ultimo dal momento che «l’amministrazione civile» evocata non dovrà fare capo a Israele, Hamas o Autorità palestinese e visto il netto rifiuto del premier israeliano a prevedere la possibilità di permettere la nascita di uno «Stato palestinese».

Una guerra senza un obiettivo
Il piano del governo israeliano non piace a nessuno, insomma, né fuori né dentro Israele. Per la sinistra israeliana mette a rischio la vita degli ostaggi e dei soldati, per la destra non risolve il problema di Hamas, per i leader occidentali e i palestinesi non farà altro che prolungare il conflitto, aggravando la crisi umanitaria e le vittime civili (che hanno già superato quota 60 mila) senza ottenere alcuna soluzione.
È il problema del giorno uno della guerra, come dichiarato al New York Times da Alon Pinkas, commentatore politico israeliano: «L’unica idea tangibile è prolungare il conflitto, i dettagli non contano per Netanyahu», afferma. «La guerra non ha mai avuto obiettivi chiari allineati con le operazioni militari. Non c’è mai stato un punto di conclusione, né una visione politica per Gaza una volta terminato il conflitto».
In un’analisi per il giornale israeliano centrista Yediot Ahronot, il noto commentatore Nahum Barnea ha scritto: «Non capisco quale sia il significato militare di “prendere il controllo” [di Gaza] e non sono sicuro che neanche l’esercito lo capisca».
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