Giappone. A Nagasaki un museo racconterà le storie dei “cristiani nascosti”, che tramandarono la fede di padre in figlio

A causa delle persecuzioni erano stati uccisi tutti i sacerdoti. Per questo trasmisero il battesimo di padre in figlio. Ecco chi sono i “Kakure Kirishitan”

Li chiamano “Kakure Kirishitan”, cristiani nascosti, perché per due secoli hanno coltivato la loro fede in via clandestina, in un Giappone che ha fatto di tutto per perseguitarli. A 150 anni dalla loro “riemersione”, nella città di Nagasaki nascerà il prossimo gennaio un museo che ricorda la testimonianza di fede di questi credenti, su iniziativa di un’editrice, la 66enne Chiyoko Iwanami, che già in passato ha raccontato le vicende della Chiesa in Giappone.

I SIMBOLI SACRI. La struttura sorgerà nel distretto Heiwamachi di Nagasaki, in un edificio di 140 metri quadrati in una zona vicina alla cattedrale di Urakami e al museo sorto per ricordare il bombardamento del ’45. Come spiega AsiaNews, la scelta non è casuale: «Moltissimi cattolici morirono durante il bombardamento, e questo ha creato una dispersione della memoria dei Kakure Kirishitan», afferma la Iwanami. «Voglio mostrare alla gente quanto sia difficile proteggere la propria fede se non c’è libertà religiosa».
Nelle sale troveranno spazio medaglie e icone religiose: tutti oggetti particolari, che uniscono i simboli cristiani a quelli buddisti. Un’eredità di un’epoca in cui i fedeli erano rimasti senza preti e, per pregare senza essere scoperti, nascondevano le croci dietro ai Buddha, oppure s’affidavano alla “dea” Cannon, simbolo del Buddha misericordioso assai simile alla Madonna.

LE PERSECUZIONI. Lo scorso gennaio anche papa Francesco ha ricordato i “Kakure Kirishitan” nel corso di un’udienza generale. Il Pontefice ha spiegato il valore del battesimo proprio attraverso le storie di questi cristiani: tra Seicento e Ottocento hanno portato avanti il proprio legame con Cristo, battezzandosi clandestinamente di padre in figlio. Di sacerdoti sull’isola non ce ne erano, erano stati tutti espulsi o uccisi. Prima sotto lo shogunato Hideyoshi, poi con i Tokugawa, la Chiesa, vista come un braccio dell’Occidente per entrare nell’isola, fu perseguitata: tanti furono i martiri (26 nel 1597, altri 188 degli anni successivi), diverse le comunità familiari che si nascosero e portarono avanti la loro fede in clandestinità. Quando nell’Ottocento il Giappone riaprì i suoi porti ai missionari francesi, padre Petitjean, uno di loro, si stupì per la messa del Venerdì Santo del 1865: attorno a lui c’erano quasi diecimila fedeli, che avevano tramandato il loro credo di padre in figlio, per due secoli.