Fine vita e giustizia creativa. Papa Francesco contro gli «sconfinamenti dei giudici»

Il discorso pronunciato dal Santo Padre in Vaticano davanti ai giuristi del Centro studi intitolato al servo di Dio Rosario Livatino

Papa Francesco

Pubblichiamo integralmente di seguito il breve ed efficace discorso sulla giustizia che papa Francesco ha pronunciato oggi davanti ai membri Centro studi Rosario Livatino, ricevuti questa mattina in udienza in Vaticano per l’occasione dell’annuale congresso nazionale dell’organizzazione.

Come abbiamo già sottolineato in questo articolo dedicato all’evento, è particolarmente significativo che un convegno di giuristi con a tema la “Magistratura in crisi” si svolga a Roma nello stesso giorno in cui a Genova ha luogo il 34esimo congresso dell’Associazione nazionale magistrati.

Basta pensare al recente scandalo del Csm (già di nuovo avvolto dal silenzio, nonostante sia tutt’altro che risolto), oltre che alla sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito, per comprendere quanto potrebbero essere cruciali questi appuntamenti concomitanti.

Per gli stessi motivi, doppiamente significativo appare il discorso del Papa, il quale, citando lo stesso servo di Dio Rosario Livatino, invita le toghe ad abbandonare ogni «atteggiamento da superuomo» nel loro lavoro e condanna lo «sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo.

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Cari fratelli e sorelle, vi accolgo volentieri e vi do il benvenuto, e ringrazio il Presidente per le sue cortesi parole. Il 9 maggio 1993 il mio predecessore San Giovanni Paolo II, poco prima di rivolgere agli “uomini della mafia” il memorabile e perentorio invito alla conversione nella Valle dei Templi, ad Agrigento, aveva incontrato i genitori di un magistrato, Rosario Angelo Livatino, che il 21 settembre 1990, all’età di 38 anni, era stato ucciso mentre si recava al lavoro in Tribunale. In quella occasione il Papa lo definì «martire della giustizia e indirettamente della fede».

Sono lieto di incontrare oggi gli iscritti al Centro Studi che ha scelto il suo nome e che tiene l’annuale convegno nazionale. Livatino – per il quale si è concluso positivamente il processo diocesano di beatificazione – continua ad essere un esempio, anzitutto per coloro che svolgono l’impegnativo e complicato lavoro di giudice. Quando Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un Tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo.

Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni. In una conferenza, riferendosi alla questione dell’eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l’introduzione di un presunto diritto all’eutanasia, egli faceva questa osservazione:

«Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana […] è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni “indisponibili”, che né i singoli né la collettività possono aggredire» (Canicattì, 30 aprile 1986, in Fede e diritto, a cura della Postulazione).

Queste considerazioni sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici. Pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che – secondo una giurisprudenza che si autodefinisce “creativa” – inventano un “diritto di morire” privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza.

In un’altra conferenza, Rosario Livatino così descrive lo statuto morale di chi è chiamato ad amministrare la giustizia:

«Egli altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni».

Tuttavia, si è venuta sempre più affermando una diversa chiave di lettura del ruolo del magistrato, secondo la quale quest’ultimo,

«pur rimanendo identica la lettera della norma, possa utilizzare quello fra i suoi significati che meglio si attaglia al momento contingente» (Canicattì, 7 aprile 1984, in Il ruolo del Giudice nella società che cambia, a cura della Postulazione).

Anche in questo l’attualità di Rosario Livatino è sorprendente, perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo.

Il tema che avete scelto per il convegno di oggi si inserisce in questo solco, e chiama in causa una crisi del potere giudiziario che non è superficiale ma ha radici profonde. Anche su questo versante, Livatino ha testimoniato quanto la virtù naturale della giustizia esiga di essere esercitata con sapienza e con umiltà, avendo sempre presente la «dignità trascendente dell’uomo», che rimanda «alla sua natura, alla sua innata capacità di distinguere il bene dal male, a quella “bussola” inscritta nei nostri cuori e che Dio ha impresso nell’universo creato» (Discorso al Parlamento EuropeoInsegnamenti di Francesco, vol.II, 2 [2014], 626).

Mi ritrovo molto in un’altra riflessione di Rosario Livatino, quando afferma:

«Decidere è scegliere […]; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. […] E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione».

In questo modo, con queste convinzioni, Rosario Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge.

Cari amici, la concordia è il legame tra gli uomini liberi che compongono la società civile. Col vostro impegno di giuristi, voi siete chiamati a contribuire alla costruzione di questa concordia, approfondendo le ragioni della coerenza fra le radici antropologiche, l’elaborazione dei principi e le linee di applicazione nella vita quotidiana.

Dopo la morte di Livatino, in più di uno dei suoi appunti veniva trovata a margine una annotazione, che all’inizio suonava misteriosa: “S.T.D.”. Presto si scoprì che era l’acronimo che attestava l’atto di affidamento totale che Rosario faceva con frequenza alla volontà di Dio: S.T.D. sono le iniziali di sub tutela Dei. Vi auguro di proseguire sulle sue orme, in questa scuola di vita e di pensiero. Vi benedico e, per favore, non dimenticate di pregare per me.

Foto Ansa