Fecondazione. Dopo il sì all’eterologa, tutti a chiedere «maglie più larghe». Tocca ad Avvenire ricordare i «semi di dubbio» degli scienziati

Con la sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato la legge 40, si riaccende una inspiegabile smania di aperture a tecniche che secondo gli specialisti presentano parecchie ragioni di cautela. Eccole

È stata molto glorificata la sentenza della Corte costituzionale che sulla base di un asserito “diritto al figlio” ha abolito il divieto di fecondazione eterologa, cancellando definitivamente di fatto la legge 40. Ma adesso, mentre la grande stampa cosiddetta “laica” celebra il lieto evento evocando festanti «file davanti alle cliniche per accedere alla fecondazione in vitro» e invocando sempre nuove aperture a qualunque tecnica di fertilizzazione in provetta, tocca ad Avvenire ricordare, attraverso la penna del neonatologo Carlo Bellieni, che in realtà «la scienza ci dice che tanta smania nel chiedere maglie più larghe nella fecondazione in vitro (Fiv) non è giustificata». Tanto è vero che «per un corretto diritto alla salute, bisognerà riformulare la legge».

I PUNTI TACIUTI. Da scienziato dunque Bellieni procede ricordando «alcuni punti taciuti che possono aiutare il legislatore» in un compito reso difficile dagli eccessivi entusiasmi di tanti osservatori poco rigorosi. Il medico toscano cita innanzitutto Joelle Balaisch-Allart che «dirige la ginecologia di Sevres in Francia» e «sulla Revue du Praticien di gennaio mette in guardia contro la faciloneria con cui si parla di Fiv: “Contrariamente a quel che si pensa, la Fiv non permette di lottare contro il crollo della fertilità. Non è la bacchetta magica che ripara l’invecchiamento delle ovaie”». Infatti, chiosa Bellieni, «il successo della Fiv cala catastroficamente tanto maggiore è l’età della donna». Attenzione dunque: «Magnificare tanto la Fiv senza limiti di età farà invece il servizio opposto, illudendo di poter rimandare all’infinito il concepimento (“tanto c’è la FIV”)».

RISCHI PER I FIGLI. Senza contare i rischi per i figli concepiti attraverso tali tecniche. «Proprio in questi giorni – informa Bellieni – esce un lungo studio sui rischi neurologici per i bambini nati da Fiv, pubblicato sulla rivista Seminars in Fetal and Neonatal Medicine: fortunatamente i rischi riguardano un piccolo numero di nati, ma questo è un altro indizio per dire che non è tutto oro quel che luccica. Lo afferma anche lo stesso laicissimo comitato nazionale francese di Bioetica, che chiedeva nel 2002 di ridurre il ricorso alla tecnica fecondatoria detta Icsi».

SCONOSCIUTO DNA. Il punto è che «mettere le mani nel “blue print” della cellula, cioè nel suo Dna, si rischia», e la ragione ultima è che, purtroppo per i superstiziosi che credono ancora nei “miracoli” della scienza, in realtà «del Dna, della sua fragilità e della sua funzione sappiamo ancora poco». Bellieni ricorda in proposito la lezione del «professor Enzo Tiezzi, chimico di fama e noto per le sue posizioni molto critiche sulla fecondazione in vitro. La base della sua critica non era morale, ma biologica: la vita umana al suo esordio è così fragile e sensibile ai cambiamenti dell’ambiente che basta poco per alterare qualcosa».

EPIGENETICA. Del resto non è qualche ideologia né tanto meno qualche dogma di fede, bensì «la recente evoluzione della ricerca» a confermare le idee di Tiezzi. Secondo Bellieni, tutti gli studi di quella «nuova branca della genetica» che va sotto il nome di epigenetica stanno dimostrando proprio come «un ambiente diverso da quello uterino come un terreno in una provetta potrebbe influenzare in maniera diversa il Dnd dell’embrione. Così come potrebbe influenzarlo l’asportazione di cellule per fare la diagnosi preimpianto». A titolo di esempio il neonatologo italiano riporta, con tanto di dettagli, il «riassunto della letteratura scientifica in questo campo» prodotto dal genetista giapponese Takashi Kohda e pubblicato nel 2013 dalla rivista Journal of Human Genetics.

SEMI DI DUBBIO. Ma non solo: sempre a proposito di studi sui possibili rischi per i bambini concepiti in provetta, Bellieni cita anche l’«articolo critico su Science intitolato “semi di dubbio” sui rischi cui la Fiv espone i concepiti». Correva l’anno 2002, e «dopo quel lavoro, che illustrava alcuni dati emersi in quell’anno, molti si sono susseguiti, e la conclusione è un richiamo alla prudenza». E ancora: articoli di analogo tenore sono usciti su Human Reproduction (febbraio 2014), Fertility and Sterility (marzo 2013), Lancet e American Journal of Human Genetics.

LA PREVENZIONE DIMENTICATA. Quando si parla di Fiv dunque, conclude Bellieni, oltre a tener presente «il rischio dato dalla frequente gemellarità, dalla prematurità, dalla possibilità maggiore di trasmettere anomalie che sarebbero bloccate da una sterilità dei genitori», è bene «ricordare questo termine: epigenetica». Ma non solo: «Contemporaneamente ricordiamo un’altra parola-chiave: prevenzione». Perché per scongiurare tutti questi rischi, «sarebbe stato più prudente lavorare sulla prevenzione della sterilità; ma la parola prevenzione in un mondo miope sembra un’illustre sconosciuta.