«Eurogruppo? Altro che vittoria, il governo ci ha venduto per 30 denari»

Intervista all’ex viceministro leghista dell’Economia Massimo Garavaglia dopo l’accorto in Europa sulle misure contro l’emergenza. «Dobbiamo cavarcela da soli»

Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri

Dopo l’accordo faticosamente raggiunto ieri sera tra i ministri delle Finanze europei sulle misure comunitarie per far fronte all’emergenza coronavirus, il governo italiano si congratula con se stesso. Il commissario europeo all’Economia, il nostro ex premier Paolo Gentiloni, esulta per il «pacchetto di dimensioni senza precedenti per sostenere il sistema sanitario, la cassa integrazione, la liquidità alle imprese e il Fondo per un piano di rinascita».

Non è molto d’accordo (eufemismo) il deputato leghista Massimo Garavaglia, che è stato viceministro all’Economia nel governo Conte 1 e assessore al Bilancio della Regione Lombardia.

Onorevole Garavaglia, «l’Europa è #solidarietà», come twitta soddisfatto Gentiloni?
C’è poco da twittare felici. È Venerdì Santo: ci hanno venduto per 30 denari.

Perché dice così?
Approvare il Mes significa accettare una cessione ulteriore di sovranità, fatto tanto più grave in quanto contrasta con la volontà del Parlamento, che non aveva dato questa indicazione. Anzi, aveva dato l’indicazione opposta: di non procedere in nessun caso alla sottoscrizione del Mes.

Però il Mes è cambiato, stando agli annunci.
Non è vero, perché il trattato non è stato modificato, e il trattato contiene le cosiddette condizionalità temute da tutti. Cioè: il paese che prende quei soldi poi li dovrà restituire e sarà soggetto all’applicazione di un “memorandum”. Insomma, farà la fine della Grecia.

Ma l’Eurogruppo dice che il Mes non metterà condizioni, a patto che il denaro sia speso per la sanità. 
Appunto. Quindi non è vero che sono finanziamenti senza condizioni. Sono esattamente condizionati. Basta leggere il commento del ministro delle Finanze olandese, Wopke Hoekstra: dice che non è stato stanziato un solo euro senza condizionalità, e che le risorse del Mes possono essere utilizzate solo per fare ospedali e curare la gente. Bene, ci mancherebbe altro. Ma la condizione c’è, ed è grossa come una casa.

Massimo Garavaglia

Ha detto che il governo ha ignorato le indicazioni del Parlamento. Ma oggi sia il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sia il M5s per bocca del capo politico Vito Crimi ribadiscono che il Mes non è lo strumento che serve all’Italia per affrontare la crisi e non intendono farvi ricorso. Quindi tutti questi giorni di trattativa a cosa sono serviti?
Appunto, è quello che ci chiediamo tutti. Intanto, primo, si è dato l’ok all’impiego del Mes, questo è incontrovertibile. Secondo, ci viene messa a disposizione questa mancetta, condizionata, di 39 miliardi, che sono i famosi 30 denari aggiornati all’inflazione (d’altronde sono passati duemila anni…). Ma in tutto questo non c’è nessuna novità, si sapeva tutto fin dall’inizio. Tanto è vero che il famoso “decreto liquidità” presentato dal premier Giuseppe Conte in televisione contiene zero euro di copertura.

Zero euro?
Vada a vedere in fondo al decreto: troverà, bollinati dalla ragioneria di Stato, zero euro di coperture.

Perché?
Perché non si aspettavano altro che quello che si è visto all’Eurogruppo. Ad oggi le clamorose misure annunciate a supporto delle imprese sono tutte affidate alla bontà delle banche, che devono anticipare soldi alle aziende, le quali useranno quei soldi per pagare le tasse. Grande operazione di sviluppo.

Questo perché il “decreto Cura Italia” si limita a rinviare le scadenze di qualche mese?
Esatto. Il finanziamento di cui si parla nel decreto liquidità servirà alle aziende per pagare stipendi, contributi e tasse. Ripeto: le imprese potranno prendere soldi a prestito per pagare le tasse. Sarebbe come dire a un insegnante: per 4 mesi non ti pago i tuoi 1.500 euro di stipendio, però te ne presto 6.000; ma tranquillo, poi avrai 5 anni per restituirmeli. Secondo lei l’insegnante sarebbe contento?

In effetti anche Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, ha detto: «Se facciamo indebitare le imprese per pagare le tasse vuol dire che non abbiamo capito nulla».
È difficile essere soddisfatti. Poi per noi milanesi, che viviamo vicino alla Svizzera, è proprio impossibile, sapendo che oltre confine basta una firma per ritrovarsi i soldi nel conto corrente. È un confronto impietoso.

Il governo cosa avrebbe dovuto fare invece?
Avrebbe dovuto fare quello che stanno facendo i paesi seri. Quando c’è una guerra si passa a un’economia di guerra. Si doveva fare – si deve fare tuttora – una maxi emissione di debito pubblico, che potremmo anche tranquillamente comprare noi: una emissione da 100 miliardi, di cui 50 da impiegare tutti maledettamente e subito per la liquidità alle imprese, gli altri 50 da usare in ricerca e investimenti pubblici.

Parla di misure da prendere da soli, senza fare affidamento sull’Europa?
Ma certo, questo mitico accordo celebrato dal mi auguro presto dimissionario ministro Gualtieri, il Giuda Iscariota dei nostri tempi, prevede che l’Unione Europea possa darci 39 miliardi di euro, noi però ne dobbiamo versare 124. Le sembra un buon accordo?

Può spiegare la vicenda dei 39 miliardi in cambio di 124?
Il Mes funziona così. In sostanza è una banca dove i soci versano del capitale, poi con questo capitale si va sul mercato a raccogliere i fondi. Ebbene, il versamento che tocca all’Italia è pari a 124 miliardi di euro.

A prescindere dal ricorso a quei fondi?
A prescindere, certo. Perché se anche vi accedesse qualche altro paese, facendo parte della congrega noi dobbiamo mettere la nostra parte. Questa cosa non la precisano spesso in tv però.

Come mai così tanti soldi?
È la quota che ci tocca per partecipare alla giostra. Noi siamo soci al 18 e rotti per cento.

E perché a noi spetterebbero soltanto 39 miliardi?
Questo è grazie al mitico accordo accettato dal governo.

Ricapitoliamo. Gli Stati Uniti hanno già stanziato, praticamente all’istante, molto più di 2.000 miliardi di dollari per contrastare la recessione; l’Europa invece pensa a misure che potrebbero mobilitare in totale 500 miliardi di euro, forse 1.000, a patto tra l’altro che gli accordi siano definiti e ratificati chissà quando. Ma l’Europa non doveva essere la nostra arma per competere sul mercato globale?
Così ci avevano raccontato da piccoli, poi le cose hanno preso una piega diversa. Ma quella non è l’Europa, è l’Unione Europea, una cosa diversa. L’Unione Europea, così com’è, non funziona. Anzi, per l’Italia è più dannosa che utile. Gli Stati Uniti possono fare quel che fanno perché hanno una banca centrale. Lo stesso vale per il Regno Unito: la banca centrale inglese versa direttamente i soldi alle aziende. Quello è un paese che funziona. Così anche il Giappone.

Crede che l’Europa voglia portarci a introdurre una patrimoniale?
È evidente che mettere la firma a un intervento del Mes equivarrebbe a mettere la firma alla patrimoniale. Cosa doppiamente stupida: se gli italiani hanno 1.560 miliardi di euro depositati nei conti correnti, secondo lei ha più senso chiedere loro di sottoscrivere titoli di Stato che magari hanno anche un rendimento, oppure portargliene via il 10 per cento con una patrimoniale?

È la proposta di “prestito nazionale” lanciata da Giulio Tremonti sul Corriere della Sera e sposata da due banchieri come Giovanni Bazoli e Ennio Doris?
Lo stesso Mario Draghi si è espresso in questa direzione. È l’idea di qualunque persona di buon senso. Il nostro governo, invece, di fatto plaude alla prospettiva di una patrimoniale.

Meglio sbrigarsela da soli insomma?
In realtà stiamo già facendo da soli. Meglio sarebbe stato anche essere liberi di fare quel che serve, mentre le scelte del governo e dell’Unione Europea aggiungono ostacoli.

E se poi i titoli del “prestito di guerra” non li comprasse nessuno?
Mi pare di capire che la Bce di titoli ne stia comprando. Dov’è il problema? Aggiungo: per contrastare la crisi del 2009 – che ebbe sull’economia meno della metà dell’impatto che avrà la crisi attuale – Draghi lanciò il famoso quantitative easing. Adesso non si può più fare?

Il “Recovery Fund” sostenuto dalla Francia e genericamente ventilato dall’Eurogruppo potrà rappresentare, almeno in futuro, quando sarà definito, l’auspicata forma di mutualizzazione del debito? Gli eurobond, per intenderci?
Ma va’, è un’ipotesi da bar. Certo, i nostri politici provinciali tenteranno di vendere il fondo come equivalente agli eurobond. Ma la verità è che gli eurobond non si possono fare perché i tedeschi hanno inserito nella loro Costituzione il divieto di mutualizzare il debito.

Visto che dovremo cavarcela da soli, a maggior ragione è necessario che l’economia riparta.
Sì ma a questo scopo servirebbe un governo.

Per questo la Lega chiede le dimissioni del ministro Gualtieri?
È evidente che serve un cambio di passo. Così non andiamo da nessuna parte.

A quanto pare resteremo chiusi in casa fino al 3 maggio. Gli altri paesi però hanno piani diversi.
I consumi di energia elettrica tedeschi non sono calati quanto sono calati i Italia: vuol dire che lì le macchine stanno girando. Recuperare il distacco sarà complicatissimo. È chiaro che in Europa ognuno fa i propri interessi. L’unico paese che non li fa è l’Italia.

Che cosa serve per far ricominciare le attività produttive?
Serve organizzazione. Chiaramente tendendo presente le differenze territoriali: un conto è la Bergamasca, un altro è la Basilicata. Comunque occorre organizzarsi, sia distinguendo in base alle fasce di età (modello israeliano: le fasce che rischiano di più stanno a casa, punto), sia agendo sugli stili di vita e sulle misure di sicurezza. Perché non è un discorso che riguarda solo le fabbriche: un ambiente di fabbrica, se si rispettano le regole, non è più pericoloso di un supermercato. Anzi. Poi c’è il problema dei mezzi di trasporto pubblici, ma anche qui, il tema è l’organizzazione e gli stili di vita.

Lei è stato assessore in Lombardia. Pensa che il Nord sia pronto a ripartire?
In talune zone è più complicato, in altre meno. Con gradualità e buon senso, però, dobbiamo riprendere. Il punto, ripeto, è attenzione all’organizzazione e agli stili di vita. Ma dubito che da qui al 3 maggio il governo sia in grado di mettere a punto i piani necessari. Qualcuno ci sta davvero lavorando? Chissà.

Ha fatto il nome di Draghi. È il nome sulla bocca di quasi tutti i sostenitori della necessità di passare a un governo “di unità nazionale”. Lei che ne dice?
Chieda a qualunque italiano: oggi preferirebbe avere al governo Draghi o tenersi Conte?

Foto Ansa