Emergenza Venezia. Chissenefrega del Mose, vogliamo i colpevoli

Il capoluogo veneto è sommerso, ma il proto grillismo di Sergio Rizzo e di Repubblica impone di concentrarsi ancora sulla corruzione (e sulle colpe di Trump)

Non serve, ma se serve un’ulteriore prova dell’ineffabile vacuità del grillismo dominante nella cultura giornalistica italiana, vale la pena di leggere l’editoriale sull’inondazione di Venezia firmato da Sergio Rizzo che appare nell’edizione odierna di Repubblica.

Come è noto, in questi ultimi anni di ascesa pentastellata Repubblica ha combattuto strenuamente il Movimento del vaffa, ma solo per motivi di egemonia squisitamente politica sulla sinistra (come abbiamo scritto più volte in occasione della nascita del governo giallo-rosso, ovvero l’operazione Ulivo 2). Dal punto di vista ideologico, invece, la cultura di Repubblica e del M5s è la stessa, poiché la seconda è figlia legittima della prima: manipulitismo, statalismo nel senso di parassitismo, lamentonismo nel nome del politicamentecorrettismo, e dunque grandi giri a vuoto su qualunque problema.

Lo dimostra perfettamente, appunto, il commento di Rizzo, che insieme all’ex collega del Corriere della Sera Gian Antonio Stella scrisse nel 2007 La casta, clamoroso successone di editoria antipolitica che tirò la volata a Grillo e compagni “cittadini”.

Basterebbe fermarsi al titolo dell’editoriale, per ritrovare in gran forma il tarlo tipico di Rizzo e del grillino che c’è ormai dentro ogni giornalista italiano. Il titolo è: “Le colpe del clima e le nostre”. Certo, perché il primo problema, quando Venezia finisce sott’acqua, quando succede un terremoto, quando capita qualunque altro cataclisma o tragedia, la prima preoccupazione è sempre di trovare un colpevole, nel senso letterale di qualcuno da sbattere in galera, per lo meno idealmente (ah, se ci fossero una giustizia e uno Stato come Rizzo, Stella e Grillo comandano!).

L’ossessione del colpevole climatico è una declinazione delirante del giustizialismo. Soprattutto, è l’errore principale dell’ambientalismo più deleterio e inconcludente, come ha spiegato acutamente l’imprenditore dell’energia Francesco Bernardi in un recente incontro a Milano e in una bella intervista a Tempi. Errore anche perché costringe a teorizzare l’indimostrabile. Per esempio, il fatto che il cambiamento climatico sia causato dall’uomo: non esistono certezze scientifiche a supporto di questa tesi (leggere in proposito l’intervista al fisico dell’atmosfera Franco Prodi nel numero di Tempi di novembre); ma per Rizzo e per l’ambientalismo grillesco non servono prove né processi (scientifici), il clima impazzito è già una “colpa” a prescindere. E come tale, non può essere negata, a meno di non essere “negazionisti”.

«Di fronte a ciò che sta accadendo, con Venezia sommersa da quasi due metri d’acqua, nemmeno i negazionisti più accaniti possono far finta di non vedere gli effetti dei cambiamenti climatici. O fare spallucce con la tranquillizzante vulgata secondo cui nel passato “era già successo”. Vero: l’Istituto per la protezione ambientale ricorda che 125 mila anni fa il livello dei mari risultava 7 metri più alto, mentre con l’ultima glaciazione (20 mila anni or sono) si abbassò anche di decine di metri. Resta il fatto che “il livello del mare non ha mai subito accelerazioni così alte come quella avvenuta in questo secolo”, sottolinea l’Enea».

Naturalmente il fatto che il livello del mare acceleri il proprio innalzamento non dimostra nulla. Ammesso che tale rilievo attesti un cambiamento climatico in corso, sicuramente non dimostra che questo sia “colpa” dell’uomo. Tanto meno che sia colpa di Trump. Ma può non essere colpa del perfido Donald, nella logica grillino-repubblicona? Scrive Rizzo:

«Basterebbe questo [l’esistenza di aree a rischio sommersione, ndr] per capire come la decisione di Donald Trump di far uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi non sia un gran viatico per il nostro pianeta. Perché se con il riscaldamento globale il livello dei mari è destinato a crescere, il problema non può riguardare soltanto Venezia e pezzi del nostro Paese, ma il mondo intero».

Piccola parentesi. Già ci vuole un notevole coraggio a dare la colpa dell’acqua alta a Venezia a Trump, ma incolpare il presidente americano di questa e di altre catastrofi future perché gli Stati Uniti sono usciti all’accordo di Parigi è proprio spericolatezza intellettuale. Come abbiamo riportato più volte, infatti, esistono motivatissimi dubbi riguardo alla speranza che anche riducendo (con costi economici esorbitanti) le emissioni di Co2 secondo i dettami di Parigi, si possa ottenere un effetto significativo sul cambiamento climatico.

Ma per di più, stando alle conclusioni tratte dal Brown to Green Report 2019 di Climate Transparency, monitoraggio basato su dati forniti da fonti che Rizzo non oserebbe mai definire “negazioniste”, Trump uscendo dall’accordo di Parigi non ha fatto molto peggio di tutti gli altri paesi che invece continuano a restarci. Informa Climate Transparency presentando il Report 2019:

«Le emissioni di Co2 da parte delle 20 maggiori economie del mondo sono in aumento. Nessuno dei paesi del G20 ha in atto piani che consentano loro di andare verso contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi, sebbene la maggior parte di loro abbia le capacità tecnologiche necessarie e incentivi economici. Perché il traguardo di 1,5 gradi degli accordi di Parigi resti raggiungibile, i paesi del G20 dovranno aumentare entro il 2020 gli obiettivi fissati per il 2030 in termini di emissioni, e nel prossimo decennio ingrandire significativamente le misure di mitigazione, di adattamento e di finanziamento».

Chiusa la parentesi, che fare rispetto a Venezia, la quale a memoria nostra è a rischio inondazione da decenni, e non da quando Trump è uscito dagli accordi di Parigi? Ricorda Rizzo:

«L’Unione Europea, dove la sensibilità e l’attenzione agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici sono decisamente maggiori che altrove, invita da anni i Paesi membri a dotarsi di “piani nazionali di adattamento al clima”. […] Piccolo particolare: un “piano di adattamento al clima” l’hanno messo a punto pressoché tutti, ma per quanto è dato sapere l’Italia non ce l’ha ancora».

Ora, si dà il caso che a Venezia fosse stato messo in pista il Mose, contro il quale Rizzo e i grillo-catastrofisti oggi concentrano i loro strali e i loro vaffa, ma che in quanto a “piano di adattamento al clima” aveva ben poco da invidiare al resto d’Europa.

Perché allora Rizzo se la prende con il Mose? Forse perché il Mose non è in grado di fermare le mareggiate su Venezia? No, questo non può dirlo nessuno, visto che il Mose non è mai entrato in funzione davvero. E perché mai il Mose non è entrato in funzione? Scrive Rizzo:

«Il sistema delle dighe mobili [è] costato miliardi ai contribuenti, avviato trent’anni fa, finito nel 2014 al centro di una inchiesta per corruzione, mai completato e già aggredito pure dalla corrosione marina».

Il Mose è caduto vittima proprio della cultura forcaiola propalata da Rizzo, Stella e Grillo, quella per cui la lotta alla corruzione non resta appena un’esigenza di un paese civile, ma finisce per diventare la giustificazione dell’immobilità, se non il mezzo per raggiungere la “decrescita felice”.

Vogliamo i colpevoli, non soluzioni. E così Rizzo schiera Repubblica contro il «coro» di «sindaci, costruttori, professionisti», «nessuno escluso», che ora chiede almeno di portare a termine il Mose, visto che Venezia, corruzione o no, è sott’acqua. E sì, anche i grillini sono colpevoli per Rizzo. Non di tifare sfascio e decrescita, ma di essersi lasciati assalire dalla realtà.

«Proprio loro, i nemici più acerrimi del Mose che chiedevano di sospenderne i lavori e sono arrivati a definirlo, per bocca del capogruppo alla Regione Jacopo Berti “simbolo del degrado delle istituzioni che si rivela anche in tutta la sua inefficienza tecnica, bruciatore di soldi dei cittadini, monumento alla corruzione…”. Ora invece si turano il naso e insieme a tutti gli altri invocano: “È costato lacrime e sangue, finiamolo e facciamolo funzionare per quanto potrà. Non possiamo permetterci un inutile rottame in laguna”».

La domanda è: per uno come Rizzo, più grillino dei grillini, si può fare qualcosa per provare a salvare Venezia, a parte buttare altri «miliardi dei contribuenti» per rispettare gli accordi di Parigi di cui sopra? Non si sa, l’unica certezza è che «è inutile illudersi di fermare questa natura fatta impazzire dall’uomo con una diga pensata dopo l’alluvione del 1966». In bocca al lupo, cari veneziani. E sotto con le rinnovabili.

***

Ps. È utile leggere la dichiarazione diffusa ieri da Maurizio Lupi, che qualcosa su Venezia e sul Mose ha dovuto studiare, non potendo, da ministro delle Infrastrutture, accontentarsi di un vaffa alla casta.

«Quasi due metri di acqua alta, danni per centinaia di milioni e solo adesso ci si accorge che serviva il Mose. Venezia, che ieri è stata sommersa dall’acqua alta, in questi anni è stata inondata di parole a vuoto, polemiche e immobilità. Nel 2014 il Mose, l’unico sistema che può evitare disastri come quello di ieri, come ha ribadito il sindaco di Venezia, era stato completato per l’87%, l’opera era integralmente finanziata, la pianificazione dei lavori prevedeva l’ultimazione delle paratie mobili entro il giugno 2016 e, dopo una fase di collaudo, l’inizio della loro operatività a fine 2017. Dopo lo scandalo giudiziario la vicenda si è avvitata su sé stessa: cinque anni di commissariamento, scontri tra commissari (che sono costati alla collettività tre milioni e mezzo di euro), allontanamento delle grandi imprese, blocco dei lavori, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

In questi anni l’avanzamento dei lavori è andato a rilento, siamo arrivati al 92% (+5% in cinque anni, una cosa ridicola) e non si è nemmeno riusciti a spendere i 400 milioni disponibili per l’opera. L’innalzamento delle paratie è programmato per fenomeni di acqua alta sopra i 110 centimetri, quello di ieri è stato di 187 centimetri. Con il Mose in funzione non avremmo avuto ancora una volta Venezia sott’acqua e non assisteremmo oggi al solito scaricabarile e alla solita alluvione di frasi fatte vuote e inconcludenti. Il progetto del Mose è studiato in tutto il mondo, la sua realizzazione è ad oggi l’unica possibilità per Venezia. Va portato a termine il più velocemente possibile. Chi ha responsabilità in merito la usi».

Foto Ansa