Il Conte bis tradotto in parole povere dal margheritese di governo

L’operazione Ulivo 2 (o la rivincita dell’establishment) spiegata ai grillini con le parole di Dario Franceschini, Ezio Mauro, Luigi Di Maio

Luigi Di Maio e Dario Franceschini in Parlamento

«Se lavoreremo bene, potremo presentarci insieme già alle regionali. È difficile, ma dobbiamo provarci. Per battere questa destra, ne vale la pena». Abbiamo già scritto che cosa ci sembra che rappresenti, nella sostanza, la nascita del governo Cinquestelle-Pd. Una bella ricostituzione del centronistra prodiano, la vendetta dell’Ulivo.

Non a caso i principali sponsor e testimonial dell’operazione sono tutti petaloni margheritici: Romano Prodi, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni eccetera. Senza dimenticare, naturalmente, «il vero vincitore di questa nuova fase giallorossa», come lo definisce Repubblica: Dario Franceschini, «neo ministro dei Beni Culturali e di fatto capo della delegazione dem nel nuovo esecutivo Conte». È suo il virgolettato citato sopra, tratto dall’intervista che ha rilasciato ieri proprio a Repubblica. Un’intervista che, con l’ausilio di qualche traduzione dal margheritese alle parole povere, è un istruttivo squadernamento della perfetta operazione di palazzo che motiva il cosiddetto Conte bis.

«IL MASSIMO DI PERICOLOSITÀ»

Abbiamo salvato l’Italia da Salvini, proclama senza mezzi termini Franceschini all’intervistatore Claudio Tito:

«Senza questo governo, avremmo Salvini al Papeete ma all’ennesima potenza, magari a torso nudo a mietere il grano. Solo odio e paura. Ci troveremmo alla vigilia della vittoria della Lega. Da celebrare magari proprio il 28 ottobre».

Traduzione di Repubblica:
«Il 28 ottobre, la marcia su Roma, la mietitura del grano. Insomma il fascismo?».

Risposta di Franceschini:

«Il fascismo fortunatamente non tornerà. Ma Salvini è il massimo di pericolosità democratica che si può avere nel 2019. E quel pericolo non è finito. Rimane finché qualcuno soffia sulla paura».

Traduzione di Tempi:
In mancanza di altro collante che non fosse la fame di potere, che cosa potevamo fare per tornare in sella se non inventarci il solito vecchio pericolo fascista? Certo, è esagerato dare di fascista a uno che in fondo voleva andare a votare, ma Salvini era il meglio che avevamo a disposizione. «Il massimo di pericolosità democratica che si può avere nel 2019».

Domanda di Repubblica:
Ma vi basterà un nemico a unirvi? Non ci vuole anche «una visione alta per avvalorare questa operazione»?

Risposta di Franceschini:

«Il tempo era breve. Vorrei ricordare che tutto prende origine da quella frase orribile “voglio i pieni poteri”. Il Paese ha capito. Era un’emergenza e dobbiamo ringraziare Zingaretti per avere indicato la necessità di trovare una soluzione di largo respiro. Il Pd è stato unito come non mai».

Traduzione:
Ma quale visione alta, il rischio che un nemico vinca le elezioni basta e avanza per unire chiunque in politica. Vero, gli elettori non la pensano come noi, tanto meno la pensano come Renzi (dato sotto il 5 per cento nei sondaggi) e si sarebbero ripresi volentieri la parola, e però pazienza, se ne faranno una ragione. Così come ha dovuto farsene una ragione il nostro povero segretario Nicola Zingaretti, che di suo sarebbe andato di corsa alle urne per sbarazzarsi dei renziani in Parlamento.

Franceschini:

«Certo, ora dovremo far maturare anche un percorso di visione, di prospettiva. (…) Pd e M5S devono guardare avanti. Questo esecutivo può essere un laboratorio, l’incubatore di un nuovo progetto. [Un’alleanza] politica ed elettorale che parta dalle prossime elezioni regionali, passi per le comunali e arrivi alle politiche. (…) So che è difficile ma se governiamo bene, evitando la logica del “contratto”, cercando sempre la sintesi allora questa squadra può diventare il seme di una futura alleanza. Per battere la destra, vale la pena provarci».

Traduzione:
Dài, rifacciamo l’Ulivo, l’Unione, il grande suk prodiano. L’abbiamo fatto con Diliberto e Caruso, possiamo farlo con i grillini: anche loro hanno capito che questo è l’unico modo che ha la sinistra per stare al potere. È chiaro che non riusciremo a fare nulla di significativo al governo, ma non è questo il nostro scopo.

Obiezione di Repubblica:
Ma Luigi Di Maio, il capo politico dei Cinquestelle, «sostiene che sinistra e destra non esistono più», come si fa a fare l’Ulivo con questi? «Non avvertite il rischio di una mutazione genetica?».

Franceschini:

«Solo chi ha paura di perdere la propria identità, si chiude. Il Pd rafforzerà la sua, Zingaretti lo sta già facendo. E comunque nessuno può pensare che le battaglie della sinistra siano ancora quelle del ‘900. Noi continueremo a difendere i deboli e il lavoro ma c’è anche – per fare un solo esempio – l’emergenza ambientale».

Traduzione:
Macché mutazione genetica, sono decenni che la sinistra non ha più un’identità, tanto meno un’identità di sinistra. Ormai, al di là degli slogan, non ci occupiamo più dei poveri e degli emarginati, ci battiamo semmai contro l’inquinamento. Questo si può fare alla grande anche con i grillini.

L’intervista è ancora lunga e spazia su molti altri temi. È utile leggerla integralmente per contemplare appieno il senso e le dimensioni di una furba manovra messa in piedi per scongiurare vent’anni di vittorie di Salvini (dopo i venti e rotti di Berlusconi).

Altrettanto utile è riprendere a questo punto le dichiarazioni pronunciate da Di Maio in tv, ospite di Giovanni Floris a DiMartedì:

«Io ero tra i più scettici su questa alleanza, mi sono confrontato anche con Beppe Grillo, ma quando ho posto sul tavolo alcuni temi come l’acqua pubblica, il salario minimo, la rivoluzione ambientale mi ha stupito positivamente che fossero d’accordo».

I Conti tornano perfettamente ora. Manca solo un piccolo passo ancora da parte dei grillini. Bisogna «lavorare bene» affinché l’asse M5s-Pd duri, dice Franceschini. «Arriveremo fino alla fine della legislatura», promette, a patto che l’alleanza non si limiti «ad essere il mero prodotto di forze politiche contrapposte».

A questo proposito una traduzione di Franceschini la offriva sempre nella Repubblica di ieri Ezio Mauro. Si legge nell’editoriale dell’ex direttore:

«Così oggi il governo è partito, ma per forza di cose è già davanti a un bivio. È un’alleanza tecnica tra due movimenti costretti a incontrarsi per pura necessità o è un’intesa politica che vuole chiudere col passato e aprire una fase nuova per il Paese? Anche davanti alla forzatura di Salvini, che hanno sperimentato a caro prezzo, i grillini continuano a ripetere che destra e sinistra per loro sono uguali, anzi non esistono, come fosse possibile non scegliere: puntando su un fascio indifferenziato di consensi, e rischiando di contrapporre ai pieni poteri un potere vuoto, perché senz’anima».

La condizione della rinascita ulivista, insomma, è che il grillino rientri nei ranghi di origine. Che il figliol prodigo ritorni a casa dopo aver dissipato il patrimonio elettorale della sinistra in vaffanculi, insulti al Pd e amplessi «contronatura». Certo, ai pentastellati tocca scendere a patti con il peggio dell’establishment, con i servi del capitale che hanno tradito gli ultimi, che si sono dimenticati dei dannati della globalizzazione; con il partito che ai loro occhi racchiude e simboleggia tutti i mali della kasta e del trasformismo a fini di lucro, come ha ricordato efficacemente Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera. Ma in politica nulla è impossibile. I punti di incontro si possono sempre trovare. «L’emergenza ambientale», esemplifica Franceschini. «La rivoluzione ambientale», si illumina Di Maio.

Facile. In fondo basta ripetersi allo sfinimento che «L’ambiente non è un hobby ma la vera questione sociale», come fa lo scienziato Stefano Mancuso, sempre su Repubblica di ieri, per promuovere l’idea di piantare 60 milioni di alberi, uno per ogni italiano. «Piantiamo un albero a testa e ci salveremo». Del resto l’ultima idea promozionale del Pd è stata provare a cavalcare l’arrivo di Greta Thunberg in Italia nell’aprile scorso con un paginone di pubblicità sui giornali che strillava: «Se non salviamo la Terra, i nostri figlio non avranno un posto in cui vivere». L’illustrazione a corredo della réclame era un’immagine del nostro pianeta. Visto, ovviamente, da Marte o dintorni. Se non si può più far niente per gli italiani, ci batteremo per l’ozono.

«E così dopo poco più di un anno l’establishment italiano ha riportato la vittoria sulla dabbenaggine e sulla pochezza politica della coalizione giallo-verde, sul fare inutilmente smargiasso del capo della Lega e le velleità inconcludenti dei 5 Stelle. Ma è una vittoria che non contiene la promessa di niente. Che inalbera un programma per il futuro che è un patetico libro dei sogni dove è elencato di tutto tranne i modi e i mezzi per fare qualsiasi cosa, e che è facile prevedere che non farà nulla. In un sistema politico paralizzato dal trasformismo e di cui l’establishment non cessa di tenere ben salde le redini, il segno distintivo diventa sempre di più l’immobilismo». (Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera)

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