Eh no, troppo facile cavarsela con la lapidazione di Palamara

Per almeno dieci anni Palamara è stato il boss della rappresentanza togata e ha pure guidato l’assalto a Berlusconi. Adesso i colleghi si accorgono che nella magistratura c’erano «pratiche di potere e clientelari»?

Luca Palamara intervistato da Giletti per La7

L’epopea della fase 2 / 19

I nomi. Voglio i nomi e cognomi dei magistrati iscritti alla corrente politica sindacale di “Area democratica per la giustizia”. Venerdì hanno pubblicato un comunicato piccato che è un manifesto di partito. Leggere il comunicato, per favore qui. E farsi un bel tour da cittadino sgomento che ancora si illude che costoro siano i suoi giudici naturali piuttosto che una frazione politica innestata nel cuore dello Stato.

Ripeto: voglio nomi e cognomi. Perché se mi capita qualcosa e finisco in tribunale, devo poter ricusare un pm o un giudice iscritto a un partito militante per il quale valgono non le “responsabilità accertate” ma le “responsabilità affermate” – attenzione all’aggettivo, tipico della dialettica ex-neo comunista – “oggettivamente”.

Dunque, secondo costoro che – ripeto – non posso riconoscere come il mio giudice naturale ma come un partito sindacale militante che conduce una battaglia politica potenzialmente in grado, essendo il magistrato il rappresentante della legge e dello Stato, di utilizzare per fini politici il massimo dei poteri coercitivi giuridici – e questo è il problema italiano da trent’anni a questa parte –, secondo costoro, dicevo, l’emersione dello scandalo della sentenza sbagliata e (forse) pilotata che cacciò dal parlamento il leader politico più votato dagli italiani nella storia della Repubblica fa “oggettivamente” il paio col caso Palamara (ma loro preferiscono dire, appunto, politicamente, non processualmente, caso “Ferri/Palamara”) per creare un “contesto” e un “clima”. Al fine di «accreditare qualsiasi ignominia per screditare e delegittimare i magistrati e la giurisdizione».

Costoro non dicono: piaccia o no, sia strumentale o no, c’è un fatto, una registrazione, una voce che inoppugnabilmente è quella che è e che è (dovrebbe essere!) la pietra tombale (fino a prova contraria, contabilizzata insieme a tutto il resto: lo sappiamo tutti che in un anno hanno fatto tre gradi di giudizio a Berlusconi, nemmeno per Jack lo Squartatore preso in flagrante la giustizia italiana sarebbe andata a quella velocità) di un regime che si tiene da un trentennio al riparo da ogni critica, messa in discussione, riforma. No, neanche alla fine della nostrana guerra dei trent’anni si può aprire un tavolo di riforme e discutere una pace di Westfalia.

Loro scrivono che

«Questo clima è oggettivamente determinato dalla vicenda Ferri/Palamara, disvelata a maggio dello scorso anno, e dalle successive propalazioni delle chat telefoniche di uno dei due protagonisti, effettuata in modo strumentale da una parte della stampa, compiacente con i due protagonisti principali della vicenda. C’è chi in questo momento, per salvare se stesso, è disposto a far pagare un prezzo altissimo alla magistratura e al Paese. Perché ora la posta in gioco non è una tardiva, quanto improbabile, dimostrazione di un complotto ordito dalla magistratura ai danni di Berlusconi; non è l’impossibile occultamento delle responsabilità dei protagonisti dello scandalo di maggio 2019, né l’obliterazione delle oggettive responsabilità delle correnti e delle persone coinvolte che non vogliono abbandonare pratiche di potere e clientelari».

Ma come? Questi scoprono un certo «clima», le «propalazioni strumentali» e «la stampa compiacente», solo adesso? E lo scoprono in quanto disturba la loro corporazione, le loro manovre e le loro posizioni di potere?

Ma come, Palamara e Ferri, che oltre ad avere avuto ruoli apicali in rappresentanza dell’Anm (all’epoca in cui il 90 per cento dei magistrati era iscritto all’Anm) e nel massimo organo dello Stato che è il Csm, sono due leader di correnti sindacali tanto quanto Area democratica per la giustizia. Pero’, Palamara e Ferri hanno fatto sindacato di “potere clientelare”. La sinistra invece ha fatto notoriamente il sindacato dei senza potere e dei senza benefici.

Perché non raccontate tutta la verità? E cioè che quando tra il sindacato della magistratura facevate il pieno dei voti a sinistra occupavate tutti i posti che ritenevate opportuno occupare. E invece adesso che siete ridotti al lumicino partecipare attivamente, ove possibile, anche a guerre fratricide?

Non è un’accusa. È una constatazione. Palamara è un “incidente” che nasce in Procura a Roma. Esito di uno scontro tra diversi sostituti procuratori. Bene. Come si fa a negare che Palamara è stato per un decennio l’intoccabile e ricercatissimo – da destra a sinistra al centro – leader del sindacato magistrati?

Va bene. È finito indagato. Ma gli volete impedire di difendersi, di dire la sua verità, di raccontare la sua storia? Niente “indagini” e “accertamenti”? Niente trasparenza e informazione? Niente di niente? Solo raus, fuori dai piedi, al rogo la sua toga?

Eh, non è mica facile seguirvi su questa strada di purezza e di superiorità morale originaria, adamitica direi, che ha la pretesa di esaminare gli altri e di non permettere di fare esaminare se stessi da nessuno. Ergo, onde evitare ogni esame di come funzionano veramente le cose nell’unico luogo italiano, ambiente, comparto, casta, chiamatelo come volete, quello della magistratura, dove non sono mai arrivate le telecamere delle Iene piuttosto che Striscia la notizia, Report piuttosto che il nuovo giornalismo di inchiesta della Maggioni, la dialettica adamitica ragiona così: i casi Berlusconi Ferri Palamara (e c’è da supporre tantissimi altri fino al caso del semplice cittadino che sarei io), sono «oggettivamente» casi di «discredito», «ignominia», «strumentali», «stampa compiacente». Eccetera.

Avrebbero detto a Mosca (ma anche a Milano nel 1993): “Che li facciamo a fare i processi? Prendeteli e buttate via le chiavi”. Eh no ragazzi, perché dopo essere andato sul sito di magistrati che a questo punto vorrei conoscere per nome e cognome perché se mi capita un guaio voglio poterli ricusare in quanto frazione politica di sindacato affiliato a non so cosa nel cuore dello Stato; dopo aver letto che questi considerano «le riforme» un attacco all’autonomia e indipendenza (testuale: «La posta ora in gioco è l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che le operazioni in atto indeboliscono nel suo valore istituzionale e sociale, favorendo le riforme e le misure più irrazionali e demolitive che da più parti si profilano»); dopo aver capito che questi ragionano come diceva il vecchio Nenni della politica («agli amici tutto, ai nemici la legge»), e non tollerano critiche perché solo loro non possono sbagliare – mai –, sono puri spiriti senza potere mentre gli altri sono “potere e clientela”. Ebbene, dopo tutto ciò è bene ricapitolare cosa sostiene questo partito sindacale togato:

1. Il legame tra il caso Palamara (anzi “Ferri/Palamara”) e il caso Berlusconi è «inquietante» e «torbido», al di là che vi sia un solo nesso comprovato e riscontrato: torbido e inquietante in quanto è un legame «oggettivo», tipo che il cielo ci incombe pericolosamente sulla testa.

2. Diciamolo col comunicato dei difensori di Luca Palamara, e cioè con Roberto Rampioni, professore ordinario di Diritto penale, Benedetto Marzocchi Buratti, avvocato, Stefano Giaime Guizzi, magistrato:

«Il comunicato di Area democratica per la giustizia indica come “necessario” che “responsabilità specifiche” – ancora al vaglio del giudice disciplinare, e dunque oggetto, allo stato, di mere ipotesi accusatorie – siano “affermate con ponderazione, rigore e fermezza”. In uno Stato costituzionale di diritto è legittimo chiedere ad un giudice di “accertare” – giammai di “affermare” – le responsabilità solo ipotizzate a carico di soggetti incolpati, essendo le stesse destinate a trovare nella sede giudiziaria, e peraltro in essa soltanto, il luogo di eventuale, e non certo “necessaria”, conferma. Il processo è sede di giudizio, non fabbrica di colpevoli. Stupisce (e addolora) che dei magistrati lo dimentichino».

3. In seguito ai punti 1 e 2 si suppone che il 21 luglio prossimo il tribunale preventivo del Csm dovrebbe espellere Luca Palamara dalla magistratura in quanto prima ancora che le responsabilità penali siano state “accertate” in giudizio conviene “affermare” che egli è “oggettivamente” responsabile di “pratiche clientelari”. Hai capito? Se ne sono accorti adesso dopo che per almeno dieci anni Palamara ha fatto il bello è il cattivo tempo ai vertici della rappresentanza togata e ha pure guidato l’assalto a Berlusconi. Adesso che Palamara è diventato un problema perché può chissà mai aprire magari porte e coperchi di un ambiente molto opaco, eccolo mostrificato: quelli che si bazzicano e si accordano per difendere un ordine che ritengono insindacabile, insuperabile e irriformabile, sono il cielo terso e ossigenato di pratiche di area democratica per la giustizia. Gli altri sono clientelari torbidi inquietanti e di ignominia dentro.

4. Avete notato che il procuratore di Reggio Calabria, giusto venerdì, in concomitanza con l’uscita della sinistra togata, ha sospettato con tanti auguri e grande risalto dell’organo di Marco Travaglio che gli attentati mafiosi del ’94 sono stati fatti in fretta perché la settimana dopo Berlusconi sarebbe sceso in politica?

5. Avrete anche notato però che dopo 10 anni sono usciti completamente assolti sindaco e giunta di Parma. Dieci anni! Dopo che in una settimana furono spazzati via dall’inchiesta su cui poi si innestò l’elezione del primo sindaco Cinque Stelle (che poi uscì dai Cinque Stelle).

6. Non ci vogliamo ergere dal nostro punto di osservazione (questo sì da “senza potere”) a censori. Però ciascuno potrà valutare anche solo visitando appunto il sito di Area. Questa è una organizzazione politica, altro che. La quale spiega quali sono “le campagne mediatiche buone” e quelle (de La Verità, scritto esplicitamente) “cattive”. Non solo. Ammonisce il Csm a non immischiarsi e «non ostacolare» il passaggio tra funzione requirente a quella giudicante. Capito? La famosa storia vera ricordata anche ieri da Berlusconi: pm e giudice lavorano negli stessi uffici, prendono insieme il caffè e chiacchierano anche un giorno prima della sentenza. No, caro Berlusconi, è anche peggio: io sono pm e tu sei giudice; domani, come vuole Area (non mi ostacolate il passaggio, intesi?), io divento giudice e tu pm. Vuoi pensare che non accadano accordi indicibili? Noi qui pubblicammo almeno una storia in proposito

7. Ecco, per valutare appieno e quindi cambiare un sistema che ha ucciso lo Stato di diritto in Italia e da un trentennio vieta alla politica di rialzarsi se non con personaggi alla ministra Azzolina, ci vuole una commissione parlamentare (ma anche giornalistica) di inchiesta.

8. Naturalmente ci vogliono anche «le riforme». Riforma. Parola che nel comunicato di Area democratica equivale a un bestemmione.

Foto Ansa